venerdì 8 aprile 2011

E' PARTITA LA CAROVANA UNITI PER LA LIBERTA'



E' partita la Carovana

Uniti per La Libertà







Dire, gridare, manifestare contro i bombardamenti in Libia e schierarsi idealmente con i rivoltosi in Maghreb e Mashreq è importante, cosi come difendere i diritti dei migranti. Ma non è sufficiente: bisogna costruire relazioni tra persone, movimenti e associazioni E' in viaggio la Carovana Uniti per La Libertà che dalle Marche e da altre città d'Italia porterà aiuti umanitari ai profughi di guerra del campo Ras Jadire ... Buon viaggio a tutte/i ... noi siamo l'altra Italia ... l'Italia che dice NO alle BOMBE E SI all' ACCOGLIENZA .... Oggi più che mai contro ogni retorica della e sulla guerra il nostro “Stop ai bombardamenti!” passa attraverso una battaglia “senza se e senza ma” sui diritti dei migranti e dei profughi, sul diritto di asilo europeo, sul diritto al soggiorno, alla libertà di stanziamento ed all'accoglienza dignitosa. L'appello http://www.globalproject.info/it/mondi/Uniti-Per-La-Liberta-Carovana-dalla-Tunisia-alla-Libia/7996 Carovana Tunisia: I preparativi al TnT per la partenza. Intervista a Jamel video http://youtu.be/vn9Dt57famc Foto preparativi Carovana https://picasaweb.google.com/sedejesiyabastamarche/Carovana# Una quattro giorni di solidarietà per i profughi tunisini del campo Ras Jadire http://www.viverejesi.it/index.php?page=articolo&articolo_id=289570

giovedì 7 aprile 2011

Carovana Uniti per la Libertà in Tunisia






Una quattro giorni di solidarietà
per i profughi tunisini

del campo Ras Jadire

Sessanta volontari, di cui una quindicina marchigiani e due jesini, partiranno dall'areoporto di Fiumicino giovedì 7 aprile alla volta di Tunisi, in aiuto dei circa 250mila profughi che si sono rifugiati nella parte sud est del paese, al confine con la Libia, nell'ambito del progetto 'La carovana della solidarietà'.








Non solo libici, ma anche somali ed eritrei sono ammassati nel campo profughi di Ras Jadire, in Tunisia, dove le pessime condizioni igieniche, la mancanza di medicinali, strumentazioni mediche e beni di prima necessità hanno creato una situazione di emergenza quanto mai drammatica.




L'aiuto offerto ai disperati con tende e presidi da parte delle organizzazioni di soccorso spontanee nate nella zona, come la Mezzaluna Rossa, non è sufficiente a sopperire alle situazioni mediche più gravi. Ecco che allora sono scese in campo due organizzazioni del territorio jesino, l'Ambasciata dei Diritti Marche e l'Associazione YA Basta per la dignità dei popoli contro il neoliberismo, gruppi di volontari che provengono dalle diverse fasce sociali, dagli studenti, ai docenti, ai medici, agli avvocati che si sono auto-organizzati per dare una mano ai profughi di Ras Jadire.




"Grazie alla collaborazione con il Comune di Jesi e l'ASUR 5 - ha riferito Enza Amici, una dei due volontari jesini che giovedì andranno a Tunisi - abbiamo raccolto in soli tre giorni una decina di scatoloni di medicinali e la grande risposta che ha dato Jesi si è estesa anche a livello nazionale." "Venerdì incontreremo i volontari tunisini e ci organizzeremo con la Mezzaluna Rossa - continua Enza - e sabato ci dirigeremo verso Ras Jadire, a circa 600 km da Tunisi. Distribuiremo i medicinali e pernotteremo al campo profughi in quattro grandi tendoni allestiti per la delegazione della carovana. Torneremo a Tunisi la domenica, in un viaggio lungo dieci ore, per poi far ritorno in Italia il lunedì."


"Sono previsti altri due o tre viaggi a Tunisi - si inserisce l'avvocato Paolo Cognini che, insieme ad Enza Amici e agli altri volontari, decollerà da Fiumicino giovedì - questa prima iniziativa è per prendere un primo contatto con le organizzazioni del posto.


Credo che questo lavoro che stiamo facendo sia interessante per capire anche come si organizza una società dopo aver riconquistato la libertà. Le rivolte in Nord Africa hanno aperto una finestra dalla quale è impossibile non affacciarsi."




"L'Amministrazione Comunale crede molto in questo progetto - sottolinea l'Assessore all'integrazione Gilberto Maiolatesi - pensiamo che in alternativa alle bombe si possa dar vita a tante iniziative di solidarietà."








di Ilaria Cofanelliredazione@viverejesi.it

giovedì 31 marzo 2011

Uniti Per La Libertà! Carovana dalla Tunisia alla Libia

coordinata dalle Marche partirà l'8 aprile la carovana dalla Tunisia alla Libia. l'appello http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Uniti-Per-La-Liberta-Carovana-dalla-Tunisia-alla-Libia/7996

Dall' 8 all' 11 aprile 2011



Unis pour la libertè! United for freedom!

Uniti per la Libertà!









Nel sud est della Tunisia, al confine con la Libia, migliaia di persone vivono nel campo profughi di Ras Jadire.


Tunisia - I campi profughi al confine con la Libia Insieme ai protagonisti della rivolta, ci siamo autoorganizati per aiutare la popolazione in fuga della guerra, una nuova forma di cooperazione sociale, nata dal basso. Noi stiamo della parte di chi lotta per la libertà. Supportarci nella raccolta!! Giovedi 8 aprile una Carovana di 60 persone (di cui 15 dalle Marche) partiranno verso il sud est della Tunisia, al confine con la Libia, dove migliaia di persone vivono nel campo profughi di Ras Jadire, con lo scopo di portare aiuti umanitari





La situazione è drammatica: migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla Libia, ma anche dalla Somalia e dall'Eritrea, sono ammassate nel campo. Si pensa che nei prossimi giorni la situazione peggiorerà ulteriormente per l'intensificarsi del numero delle persone con ferite da arma da fuoco. Le organizzazioni di soccorso hanno allestito tende, sotto le quali medici e volontari stanno cercando di affrontare le emergenze più gravi. La Mezzaluna Rossa distribuisce i pasti, ma mancano medicinali, strumentazioni mediche e chirurgiche, latte per bambini. Trovarsi in un campo profughi ai margini della Libia non è una sfortunata casualità: è un pezzo della guerra che consuma vite e speranze. Così come un pezzo della guerra è Lampedusa, trasformata in un carcere a cielo aperto. Una guerra dai confini labili, già cominciata all'ombra degli accordi di “amicizia” italo-libici con l'imprigionamento, l'uccisione e la deportazione di migliaia di migranti. Le stesse ragioni umanitarie che sponsorizzano le bombe parlano il linguaggio della guerra contro i profughi ed i barconi che attraversano il Mediterraneo. In Tunisia gruppi spontanei di studenti, docenti, lavoratori, medici e avvocati si sono auto-organizzati per far fronte all'emergenza umanitaria che si è creata ai confini con la Libia: oramai da settimane provvedono al reperimento del materiale di prima necessità che poi trasportano fino ai campi profughi. Sono realtà non governative che nascono dallo stesso tessuto sociale che è stato protagonista della “rivolta dei gelsomini”: non esistono ancora associazioni formalizzate perchè fino al 20 gennaio in Tunisia era vietato costituirle. Le reti di solidarietà che nascono spontaneamente in Tunisia sono nel contempo aiuto concreto ai profughi e sperimentazione di forme di cooperazione sociale dal basso. Da queste stesse reti ci arriva oggi un appello, una richiesta di aiuto per far fronte alla grave situazione che si è venuta a creare nei campi profughi. Noi crediamo che nell'attuale scenario di guerra il nostro prendere la parola dalla parte di chi lotta per la libertà contro ogni dittatura, sia essa imposta dall'interno o dall'esterno, sia essa esercitata con le armi o con il potere economico e finanziario, significhi azione concreta, costruzione di relazioni dirette con le sperimentazioni nate dalle rivolte che hanno rivendicato libertà, democrazia, futuro. Oggi più che mai contro ogni retorica della e sulla guerra il nostro “Stop ai bombardamenti!” passa attraverso una battaglia “senza se e senza ma” sui diritti dei migranti e dei profughi, sul diritto di asilo europeo, sul diritto al soggiorno, alla libertà di stanziamento ed all'accoglienza dignitosa. Le rivolte che hanno attraversato il Nord Africa e che continuano ad estendersi aprono nuove finestre e fanno dell'euromediterraneo uno spazio denso di prospettive, chiamato da subito a misurarsi con i movimenti migratori determinati direttamente o indirettamente dalla guerra e dai conflitti in atto. Per tutte queste ragioni vogliamo rispondere all'appello lanciato dai volontari tunisini con una carovana di aiuti dall'Italia con la quale sia possibile raggiungere il campo profughi di Ras Jadire, distribuire i materiali raccolti, incontrare i protagonisti della rivolta ed i volontari che si sono autorganizzati per dare sostegno alle vittime della repressione del regime di Gheddafi e dei bombardamenti. Considerata l'emergenza i tempi di organizzazione della carovana sono stretti ma siamo comunque riusciti in pochi giorni a costruire il programma che proponiamo.



Programma della Carovana


2 Aprile - Reperimento di medicinali e fondi con l'allestimento di gazebo e punti di raccolta nella giornata di mobilitazione nazionale (nelle Marche il pomeriggio concentramento in Ancona - Piazza Roma h.17,00)


6 Aprile - Partenza da Civitavecchia del carico con materiali sanitari e strumentazioni mediche


7 Aprile - Partenza in aereo dall'Italia per Tunisi


8 Aprile - Tunisi: in tarda mattinata incontro della carovana italiana con i volontari tunisini e conferenza stampa - Incontro organizzativo con la Mezzaluna Rossa. - Nel pomeriggio incontro della delegazione italiana con i protagonisti della rivolta all'Università


9 Aprile - Partenza della carovana verso Cita Benghardane, provincia di Tataouine, confine Ras Jadire, a circa 600Km da Tunisi. Il viaggio sarà organizzato insieme alla Mezzaluna rossa che si occuperà del trasporto dei materiali arrivati dall'Italia - Distribuzione dei medicinali nel campo profughi - Pernottamento al campo profughi in tendoni allestiti appositamente per la delegazione della carovana


10 Aprile - Partenza dal campo profughi e ritorno a Tunisi


11 Aprile - Rientro in Italia Il programma è in evoluzione e nei prossimi giorni sarà ulteriormente integrato.


Per la raccolta fondi è possibile effettuare la propria donazione al C/C Banca Etica dell'Associazione Ya Basta! Marche IBAN IT41R05018028 0000 0000 112064, indicando come causale "Carovana Tunisia".

Per informazioni sull'organizzazione e per partecipare alla raccolta del materiale:

tel 347/4701996 email unitiperlaliberta@gmail.com -



Centri di raccolta:

Centro di raccolta a Civitanova Marche:

C.s.o.a. Jolly Roger via Parini 13

fino all'8 Aprile tutti i giorni dalle 18.00 alle 23.00,

dall'8 aprile in poi lunedi e venerdi dalle 18.00 alle 23.00

Referenti David (3278555147), Andrea (3459223191)

Centro di raccolta a Macerata:

Ambasciata dei Diritti, via Pannelli snc (vicino Apm e Informagiovani)

Da lunedì a mercoledi dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00

Contattare il numero 339/7205871

o scrivere una mail a raccoltafarmacimacerata@gmail.com

Punti di raccolta a Fabriano:

Sabato mattina dalle ore 10 gazebo in Piazza del Comune

Venerdì e sabato dalle 18 presso il Circolo ARCI “Il Corto Maltese” via Verdi

Presso le due farmacie comunali

Per informazioni sulla raccolta a Fabriano email: collettivofabriano@libero.it tel:3930227238

Punti di raccolta a Jesi:

csa TnT referenti Ilaria (3387313588) e David (3476422921).

sede di Ya Basta! Marche sabato 2 aprile mattina dalle 10.30 alle 13

Via Mura Orientali 5 (di fronte al ex Cinema Astra/Politeama)

tel sede 3311159432

Centro di raccolta Ancona:

Ambasciata dei Diritti, via Urbino 18

Da lunedì a mercoledi dalle 19 alle 21.

Contattare il numero 3474701996 o scrivere una mail a mailto:ambasciata%40glomeda.org



In continuità con la campagna “Welcome" a Lampedusa per un Mediterraneo dell'accoglienza, promuovono e coordinano: Ambasciata dei Diritti - Marche, Associazione Ya Basta! Marche, Centri Sociali Marche, Associazione Ya Basta! Italia, Centri Sociali del NordEst, Action Per adesioni: unitiperlaliberta@gmail.com

sabato 19 marzo 2011

Radio Comunitaria Mapuche “Petu Mogeleiñ” 88.7Mhz

El Maitén, Chubut. Puelmapu (Wallmapu), 22 de marzo de 2011.


Marimari pu peñi
Marimari pu lamuen
Marimari kompuche.
Kompañeros/as
Per molti, tre anni non sono nulla nella vita di un mezzo di comunicazione. Per un mezzo di comunicazione del popolo Mapuche sono e continuano ad essere un grande traguardo.
Sono trascorsi tre anni ininterrotti di narrazione della storia, ma soprattutto del presente. La Petu Mogeleiñ non e’ il risultato di un gesto generoso dello Stato, ne’ una scorciatoia, ne’ la un progetto umanitario di una ONG.
La nostra radio e’ perche’ deve essere.
E’…a partire dalla lotta,
E’…grazie alle alleanze strette con tanti compagni di altre parti del “Gran Mapu”
ed E’ in quanto necessita’ del nostro popolo di riemergere dalla profondita’ dell’oblio.
Siamo parte viva di questa memoria che segno’ ognuno di noi e ci spinse il 24 marzo 2008 a estirpare le recinzioni dell’etere. “Ripubblicizzare” l’etere per sentirci nuovamente vivi e poter gridare “Petu Mogeleiñ” (nonostante tutto siamo vivi!).
Non crediamo a tutti coloro che si appropriano della storia come cosa unica, indiscutibile e impossibile da modificare.
Questa esperienza ci e’ servita come strumento indispensabile per interpretare il presente ed e’ questa la sfida che lanciamo a tutta la societa’: riprendiamoci i mezzi di comunicazione! E che questa sfida sia patrimonio di tutti, Mapuche e non Mapuche, di tutti coloro che colorano il paesaggio di questa parte di mondo.
Oggi piu’ che mai siamo consapevoli di come la nostra grande differenza sia la diversita’ di visione del mondo. Una differenza che ci permette di affrontare questo sistema, un sistema che sempre cerca di convertirci in una cosa sola, come in tutto il mondo globalizzato.
Il nostro obbiettivo immediato, come collettivo di gestione della radio, e’ quello di continuare ad essere mezzo di comunicazione alternativa per il popolo Mapuche. Alternativo a tutti quelli che parlano di solito. Mapuche perche’ non smettiamo di rivendicare la nostra appartenenza a questo popolo.
Non accettiamo la frontiera tra Cile ed Argentina e condanniamo la violenza che questi Stati stanno esercitando sistematicamente contro di noi.
Questo terzo anniversario della radio e’ occasione per manifestare la nostra indignazione per la continua violazione dei diritti dei popoli originari da parte della “Giustizia argentina”.
Siamo solidali con i nostri fratelli cileni contro la sentenza emessa dal tribunale della citta’ di Cañete (VIII Región), a carico di Ramón Llanquileo, Josè Huenuche Raiman, Jonathan Huillical e Hector Llaitul.
In un’epoca in cui i mass media sono protagonisti della scena politica mondiale, celebriamo ancora una volta l’esistenza della nostra radio, ma soprattutto sentiamo il desiderio di continuare a diffondere sempre di piu’ le nostre parole come un suono che scaturisce dal profondo del nostro cuore.
Por territorio, justicia y libertad¡¡¡
Marici weu¡¡¡
Radio Comunitaria Mapuche “Petu Mogeleiñ” 88.7Mhz

martedì 15 marzo 2011

CIAO...................... PARTIGIANO "PISTOLA"



Oltre 70 anni fa quest'uomo ha combattuto i fascisti e partecipato alla liberazione e alla costituzione di quelle libertà di cui tutti oggi possiamo godere, ma la cosa più bella è che per chi ha avuto l'onore e il piacere di conoscerlo, Gianfranco "Pistola", era davvero un uomo del presente.

Mercoledì 16 marzo 2011 dalle 10,00, si aprirà la camera ardente presso Palazzo Bianchi, il vecchio palazzo del municipio di Falconara, e si chiuderà alle 16,00 circa.

CIAO............................. PISTOLA
un abbraccio da tutti i compagni di Ya Basta!

giovedì 17 febbraio 2011

Messico - A dieci anni dalla Marcia del Colore della Terra


Messico - A dieci anni dalla Marcia del Colore della Terra
di
Vilma Mazza

5 / 3 / 2011


Nel marzo 2001 dal Chiapas parte la Marcia del Colore della Terra che porterà una delegazione dell'Ezln fino a Città del Messico. Le tappe della carovana attraversano tutto il Messico per portare la domanda di riconoscimento dell'autonomia fino al Parlamento.
L’immagine delle migliaia di basi d’appoggio lungo la strada di San Cristóbal de Las Casas nella nebbia dell’alba che salutano la corriera con i comandanti in partenza per la capitale insieme a tutti noi “internazionali”, penso sia qualcosa che non dimenticherò facilmente. Un saluto dietro cui c’era una scommessa collettiva: il mettersi in gioco per parlare a molti, per partire dalle proprie comunità, dal proprio vissuto per affrontare altri mondi ed altre realtà. Per mettere a disposizione la propria resistenza perché intorno ed oltre ad essa si possa costruire qualcosa di più grande, qualcosa comune.
La marcia del colore della terra per tutti noi nel 2001 era profondamente connessa con la strada del movimento “no global” e quello che di lì a pochi mesi sarebbe stato l’appuntamento delle giornate di Genova.
Avevamo scelto di essere in tanti in Messico con le nostre tutte bianche per dare corpo ad un percorso che ci avrebbe portato nelle giornate genovesi a costruire un cammino comune per disobbedire ad un ordine globale rappresentato dai grandi della terra e dei loro vertici blindati e per affrontare la violenza che ha ucciso il nostro compagno Carlo Giuliani.
Da allora ad oggi sono passati 10 anni di grandi cambiamenti. Viviamo nel tempo della crisi globale, una crisi che è al tempo stesso economica, ambientale, sociale, una crisi senza sviluppo. Viviamo il tempo della violenza di un sistema che tenta di utilizzare la crisi per riprodurre un sistema che garantisca sempre più a chi ha già e sempre più precarietà per tutti.
Se devo riflettere su quello che la marcia del colore della terra ci ha lasciato utile per oggi penso si debba partire da quello che di profondo la marcia è stata: la scelta di mettersi in gioco a partire dalla propria specificità e di porsi il problema della necessità di affrontare una idea generale della società. La consapevolezza che non può esserci nessuna dimensione specifica o soluzione specifica che non costruisce un comune nuovo per tutti.
Dal Chiapas ogni tappa della marcia è stata il modo per incontrarsi e riflettersi e riflettere con altri, altri per colore, per collocazione, per storia di sfruttamento ma anche di ribellione. Tappa dopo tappa conoscevamo una storia del Messico dal basso che nessun libro di storia racconta.
Ed è quello che oggi ancora continuiamo a fare ed a ricercare nella convinzione che nessuno di noi è autosufficiente, che nessuna delle nostre storie da sola costruisce il grimaldello del cambiamento ma solo la forza della ricerca di un comune nuovo che sia resistenza e opposizione e contemporaneamente costruzione di alternativa, può dar vita al mondo diverso che dobbiamo costruire.
La marcia ci parlava e ci parla della necessità di affrontare le sfide, di abbandonare le nostre roccaforti e sicurezze per stringere nuove mani con l’aspirazione di costruire con migliaia di uomini e donne, un futuro diverso nell’ Europa che guarda al Mar Mediterraneo. Allora in quella mattina di nebbia alla partenza da San Cristóbal nessuno sapeva cosa sarebbe successo ma siamo partiti e questo si tratta di fare continuamente: non avere paura di mettersi in cammino perché il cammino si fa camminando.
Speciale in Desenformemonos
Articolo di Angel Luis Lara
Links Utili:
Desenformemonos
Associazione Ya Basta

mercoledì 16 febbraio 2011

EZLN - La guerra di Calderón produrrà migliaia di morti e lauti guadagni economici

15 / 2 / 2011
Marcos discute su chi beneficerà di questo affare e a quale cifra ammonta

Se la guerra di Felipe Calderón Hinojosa (benché si sia cercato, invano, di addossarla a tutti i messicani) è un commercio (e lo è), manca la risposta alla domanda per chi o quale è l’affare, e a che cifra ammonta, perché non è poco quello che è in gioco, sostiene il subcomandante Marcos in uno scritto sulla guerra del Messico dell’alto, diffuso oggi.
Da questa guerra non solo ne verranno migliaia di morti e lucrosi guadagni economici. Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione irrimediabilmente distrutta, spopolata, spezzata, avverte il capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN): La nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra, per il resto persa dal governo perché concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, ma ad un problema di mancanza di legittimità. Questa guerra ora distrugge l’ultima cosa che rimane di una nazione: il tessuto sociale.
L’esperienza bellica non solo non è più lontana per chi era abituato a vederla in geografie o calendari distanti, ma incomincia a governare le decisioni e le indecisioni di chi pensava che i conflitti stavano solo nei notiziari e nei documentari di luoghi lontani come Iraq, Afghanistan o Chiapas.
Scambio epistolare
Marcos sottolinea che la guerra si svolge ora in tutto il Messico. Grazie al patrocinio di Calderón Hinojosa non dobbiamo ricorrere alla geografia del Medio Oriente per riflettere criticamente sulla guerra, dice al filosofo Luis Villoro come parte di uno scambio epistolare in corso su etica e politica: Non è più necessario ripercorrere il calendario fino al Vietnam, Playa Girón, sempre la Palestina. E non cito il Chiapas e la guerra contro le comunità indigene zapatiste, perché si sa che non sono più di moda.
Per questo, aggiunge il capo zapatista, “il governo dello stato del Chiapas ha speso un mucchio di soldi per far sì che i media non lo collochino sull’orizzonte della guerra, ma dei ‘progressi’ nella produzione di biodiesel, nel ‘buon’ trattamento degli emigranti, dei ‘risultati’ in agricoltura ed altre storielle ingannevoli passate a comitati di redazione che firmano come proprie le veline governative povere di forma e contenuti”.
L’irruzione della guerra nella vita quotidiana del Messico attuale non arriva da un’insurrezione, né da movimenti indipendentisti o rivoluzionari. Secondo il subcomandante Marcos, viene, come tutte le guerre di conquista, dal Potere. E questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (e vergognoso).
Calderón “si è impossessato della titolarità dell’esecutivo federale per le vie di fatto”, ma non si è accontentato del supporto mediatico ed è dovuto ricorrere a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la massiccia messa in discussione della sua legittimità: la guerra. Questo ha suscitato la sfiducia timorosa degli industriali messicani, l’entusiasta approvazione degli alti comandi militari ed il caloroso plauso di chi realmente comanda: il capitale straniero.
La critica a questa catastrofe nazionale chiamata “guerra contro il crimine organizzato”, riflette Marcos, dovrebbe essere completata da un’analisi approfondita dei suoi sostenitori economici. Non mi riferisco solo al vecchio assioma che in epoche di crisi e di guerra aumenta il consumo superfluo. Nemmeno “agli incentivi che ricevono i militari (in Chiapas, gli alti comandi militari ricevevano, o ricevono, un salario extra del 130% per essere in ‘zona di guerra’)”. Bisognerebbe cercare anche tra le licenze, i fornitori ed i crediti internazionali che non rientrano nella cosiddetta “Iniciativa Mérida”.
Ricorrendo a fonti d’inchieste giornalistiche e cifre ufficiali, il comandante ribelle rileva che nei primi quattro anni della guerra contro il crimine organizzato, gli enti governativi incaricati (Segreteria della Difesa Nazionale, Marina e Pubblica Sicurezza – SSP – e Procura Generale della Repubblica) hanno ricevuto dal Bilancio di Spesa della Federazione una somma superiore a 366 mila milioni di pesos (circa 23 miliardi di Euro al cambio attuale).
Il capo ribelle tira fuori cifre inquietanti: Nel 2010 un soldato semplice federale guadagnava circa 46.380 pesos l’anno (2.852 Euro); un generale di divisione 1 milione 603 mila 80 pesos l’anno (98.575 Euro), ed il Segretario della Difesa Nazionale percepiva redditi per 1.859.712 pesos (114.317 Euro). Con il bilancio bellico totale del 2009 (113 mila milioni di pesos per i 4 enti – 6.948.820.000 Euro) si sarebbero potuti pagare i salari annui di 2 milioni e mezzo di soldati semplici; o di 70.500 generali di divisione; o di 60.700 titolari della Segreteria della Difesa Nazionale.
Ovviamente, non tutto quello che è a bilancio viene speso per stipendi e prestazioni. C’è bisogno di armi, attrezzature, munizioni… perché quelle a disposizione non servono più o sono obsolete, aggiunge nell’analisi. “Lasciamo da parte la domanda ovvia di come è stato possibile che il capo supremo delle forze armate, Felipe Calderón Hinojosa, si lanciasse in una guerra (“di lungo respiro”, dice lui) senza avere le condizioni materiali minime per sostenerla, non diciamo per ‘vincerla’..”
Per il subcomandante zapatista, “il principale promotore di questa guerra è l’impero delle torbide stelle e strisce (a conti fatti, in realtà gli unici complimenti ricevuti da Felipe Calderón Hinojosa sono arrivati dal governo nordamericano)”. Stando così le cose, gli Stati Uniti vinceranno con questa guerra locale? La risposta è sì, sostiene.
Lasciando da parte i guadagni economici e gli investimenti monetari in armi, munizioni e equipaggiamenti, il risultato è la distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino geopolitico che li favorisce.
Marcos lamenta che la guerra (persa dal governo perché concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, ma ad un problema di mancanza di legittimità), sta distruggendo l’ultima cosa che rimane di una nazione: il tessuto sociale. E questo, per il potere statunitense, è l’obiettivo da raggiungere.
Ritiene che ad ogni passo di questa guerra, per il governo federale è sempre più difficile spiegare dove stia il nemico. E questo non solo perché i mezzi di comunicazione di massa sono stati superati dalle forme di scambio di informazioni della gran parte della popolazione (non solo, ma anche dalle reti sociali e dalla telefonia mobile); ma anche e, soprattutto, perché il tono della propaganda governativa è passata dal tentativo di inganno allo scherzo. Nello stesso tempo, le “rivelazioni di Wikileaks sulle opinioni dell’alto comando statunitense circa le ‘deficienze’ dell’apparato repressivo messicano (la sua inefficienza ed il suo connubio con la criminalità) non sono nuovi”.
Fin dall’origine, questa guerra non ha una fine ed è persa, perché non ci sarà un vincitore messicano (a differenza del governo, il potere straniero ha sì un piano per per ricostruire / riordinare il territorio), e lo sconfitto sarà l’ultimo angolo dello Stato Nazionale agonizzante: le relazioni sociali che, dando identità comune, sono la base di una nazione. In conclusione, l’identità collettiva del Messico sta per essere distrutta e soppiantata da un’altra.
La versione completa di questo passaggio dello scritto Sopra le Guerre si trova on-line.
Su Enlace Zapatista
Testo originale su La Jornada

mercoledì 2 febbraio 2011

Coalizione italiana Stop Agrexco

Coalizione italiana Stop Agrexco
La COOP non ci ascolta. Diciamoglielo più forte!


Cara COOP: No al sostegno della colonizzazione dei territori palestinesi
sono oltre 1200 le persone che hanno scritto alla COOP finora ! Se non avete ancora inviato un messaggio, potete farlo con un clic dal sito: http://www.stopagrexcoitalia.org/iniziative/online/213-mail-coop.htmlRiceverete una risposta dalla COOP/ANCC del tutto non soddisfacente. Invitiamo tutte/i a rispondere all'ANCC/Coop (in copia a Coalizione italiana Stop Agrexco e cambiando l'oggetto) con le proprie parole, prendendo spunto da documenti sul , ad esempio l'ultimo comunicato stampa (http://stopagrexcoitalia.org/news/comunicati/186-cs-23-12-2010.html) e le lettere a sostegno della campagna dalla Palestina (http://stopagrexcoitalia.org/a-sostegno.html). Troverete sotto anche gli indirizzi dei giornali soci della COOP.E chiediamo a tutte/i di dare una mano per aumentare il numero e inondare la COOP Coalizione italiana Stop Agrexco

martedì 1 febbraio 2011

BOICOTTIAMO L’ECONOMIA DI GUERRA E DI APARTHEID DELLO STATO DI ISRAELE !

BOICOTTIAMO L’ECONOMIA DI GUERRA E DI APARTHEID DELLO STATO DI ISRAELE !
LIBERIAMO TUTTI I DETENUTI PALESTINESI SEQUESTRATI NEI LAGER SIONISTI


Il boicottaggio è una forma di protesta e di pressione che va usata contro chi con la forza, espropria i popoli della loro libertà e sfrutta le risorse degli altri adottando politiche coloniali, sradicando popolazioni intere dalle loro terre, per costruire nuove colonie illegali. Questo è quanto accade al popolo palestinese per mano di Israele.
Oggi davanti agli occhi del mondo il governo coloniale israeliano mette sotto completo assedio la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, costringendo oltre un milione e mezzo di persone a vivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, impedendo il passaggio dei generi di prima necessità.
Il governo israeliano imprigiona migliaia di persone (ad oggi circa 11.000), costruisce quotidianamente colonie, distrugge case e terreni coltivati, si appropria illegalmente dell’acqua dei palestinesi, attua sistematicamente una vera e propria pulizia etnica con metodi criminali, usa contro il popolo palestinese armi non convenzionali.
E’ chiaro che lo stato sionista di Israele, sin dalla sua nascita, altro non è che il baluardo degli interessi imperialisti in tutta la regione del Medio Oriente, rappresentando realmente la punta dell’iceberg del vecchi/nuovo colonialismo che mira allo sfruttamento globale dei popoli e delle loro risorse.
L’iniziativa di oggi si inquadra all’interno della Campagna Internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni dell’economia di guerra e di apartheid dello stato di Israele, ed oggi siamo a Livorno perché dal suo porto la società di navigazione ZIM, fa entrare in Europa le merci prodotte in Israele sfruttando le risorse dei territori occupati ai palestinesi. La ZIM è il maggior operatore marittimo israeliano e assicura i servizi di trasporto vitali per l’economia israeliana e le sue forze armate, e non a caso approda a Livorno, che è vicino alla base USA di Camp Darby, che è un sito essenziale per il rifornimento militare di Israele, come è successo durante l’aggressione a Gaza del 2008/2009. L’Italia, il migliore alleato di Israele in Europa, ha con questo stato coloniale, rapporti economici, scientifici, culturali e militari; dobbiamo ribaltare questa realtà, facendo decadere tutti i trattati di collaborazione Italia-Israele affinché quest’ultimo riconosca i diritti del popolo palestinese
Campagna Italiana per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni dell’economia israeliana
UDAP (Unione Democratica Arabo Palestinese)
SABATO 12 FEBBRAIO 2011, alle ore 14.00 INIZIATIVA NAZIONALE AL PORTO DI LIVORNO CHE OGNI MESE VEDE APPRODARE DECINE DI NAVI MERCANTILI ISRAELIANE AL TERMINAL PASSEGGERI DI FRONTE A PIAZZA DEL LUOGO PIO, Per adesioni : udap.it@gmail.com
- Livorno è da anni il più importante scalo italiano di ZIM Integrated Shipping Services, il maggior operatore marittimo israeliano (e tra i primi 12 operatori mondiali), la cui storia è all’origine stessa dello stato di Israele
- ZIM è di fatto la compagnia marittima di bandiera di Israele, sebbene sia stata privatizzata e dal 1999 sia sotto il controllo del gruppo multinazionale di Sammy Ofer e famiglia (Ofer Group/Ofer Brothers)
- il processo di privatizzazione di ZIM è stato ampiamente “pilotato” dal governo israeliano: la scalata di Ofer non ha infatti messo in discussione i servizi di trasporto e logistici forniti allo stato e alle forze armate israeliane, assolutamente vitali per la sopravvivenza di Israele e la prosecuzione dell’occupazione militare di Gaza e Cisgiordania
- il gruppo Ofer – coinvolto in molti settori d’attività: bancario, immobiliare, media, hi-tech, petrolchimica ecc. – è perٍ concentrato nello shipping, ed è tra l’altro l’armatore delle due navi (Carmel Eco-Fresh e Carmel Bio-Top) utilizzate da Agrexco nella rotta Israele-Europa
- alcuni servizi ZIM (tra cui quelli verso e dall’America del Sud) scalano non solo Livorno ma anche Vado Ligure, Marsiglia-Fos e Valencia, cioè i tre porti mediterranei toccati anche dalle navi Agrexco, a confermare la complementarietà delle due logistiche (reefer e non) gestite nei diversi scali
- non va dimenticato che la scelta di Livorno come hub italiano di ZIM è fortemente legata alla vicinanza di Camp Darby. L’asse USA-Livorno-Israele è una linea essenziale per l’approvvigionamento militare di Israele
UDAP - Unione Democratica Arabo Palestinese

giovedì 27 gennaio 2011

NEWS - COMUNICATO DEL CCRI-CG DEL EZLN sulla morte del vescovo don Samuel Ruiz.


COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE



Al Popolo Del Messico:
Il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale esprime il suo cordoglio per la morte del Vescovo Emerito Don Samuel Ruiz García.
Nell’EZLN militano persone di diversi credi religiosi e non credenti, ma la statura umana di questo uomo (e di chi, come lui, cammina dalla parte degli oppressi, degli sfruttati, dei disprezzati) ci induce ad esprimere la nostra parola.
Anche se non sono state poche né superficiali le differenze, i disaccordi e le distanze, oggi vogliamo rimarcare l’impegno ed il percorso che non sono solo di un individuo, bensì di tutta una corrente all’interno della Chiesa Cattolica.
Don Samuel Ruiz García non si è distinto solo per un cattolicesimo praticato tra e con i diseredati, con la sua squadra ha formato anche una generazione di cristiani impegnati in questa pratica della religione cattolica. Non solo si è preoccupato per la grave situazione di miseria ed emarginazione dei popoli originari del Chiapas, ma ha anche lavorato, insieme all’eroica squadra pastorale, per migliorare quelle condizioni di vita e morte.
Quello che i governi di proposito hanno dimenticato per coltivare la morte, si è fatto memoria di vita nella diocesi da San Cristóbal de Las Casas.
Don Samuel Ruiz García e la sua squadra non solo si sono impegnati per raggiungere la pace con giustizia e dignità per gli indigeni del Chiapas, ma hanno inoltre rischiato e rischiano la loro vita, libertà e beni in questo cammino ostacolato dalla superbia del potere politico.
Già da molto prima della nostra sollevazione del 1994, la Diocesi di San Cristóbal ha subito la persecuzione, gli attacchi e le calunnie dell’Esercito Federale e dei governi statali di turno.
Almeno da Juan Sabines Gutiérrez (ricordato per il massacro di Wolonchan nel 1980) e passando per il Generale Absalón Castellanos Domínguez, Patrocinio González Garrido, Elmar Setzer M., Eduardo Robledo Rincón, Julio César Ruiz Ferro (uno degli autori del massacro di Acteal nel 1997) e Roberto Albores Guillén (già noto come “el croquetas“), i governatori del Chiapas hanno perseguitato chi nella diocesi di San Cristóbal si opponeva ai loro massacri ed alla gestione dello Stato come fosse una tenuta porfirista.
Dal 1994, durante il suo lavoro nella Commissione Nazionale di Intermediazione (CONAI) in compagnia delle donne e degli uomini che formavano quell’istanza di pace, Don Samuel ricevette pressioni, vessazioni e minacce, compreso attentati contro la sua vita da parte del gruppo paramilitare mal chiamato “Paz y Justicia”.
E come presidente della CONAI Don Samuel, nel febbraio del 1995, subì anche una minaccia di arresto.
Ernesto Zedillo Ponce de León, come parte di una strategia di distrazione (tale e quale come ora) per occultare la grave crisi economica nella quale lui e Carlos Salinas de Gortari avevano sprofondato il paese, riattivò la guerra contro le comunità indigene zapatiste.
Mentre lanciava una grande offensiva militare contro l’EZLN (peraltro fallita), Zedillo attaccava la Commissione Nazionale di Intermediazione.
Ossessionato dall’idea di distruggere Don Samuel, l’allora presidente del Messico, ed ora impiegato delle multinazionali, approfittò dell’alleanza che, sotto la tutela di Carlos Salinas de Gortari e Diego Fernández de Cevallos, si era stretta tra il PRI ed il PAN.
In quelle date, in una riunione con la cupola ecclesiale cattolica, l’allora Procuratore Generale della Repubblica, il panista e fanatico dello spiritismo e della stregoneria più volgare, Antonio Lozano Gracia, brandì di fronte a Don Samuel Ruiz García un documento con il mandato di cattura nei suoi confronti.
E si racconta che il procuratore laureato in Scienze Occulte fu affrontato dagli altri vescovi, tra loro Norberto Rivera, chi si alzarono in difesa del titolare della Diocesi di San Cristóbal.
L’alleanza PRI-PAN (alla quale si uniranno poi in Chiapas il PRD ed il PT) contro la Chiesa Cattolica progressista non si è fermata lì. Dai governi federale e statale si sono favoriti attacchi, calunnie ed attentati contro i membri della Diocesi.
L’Esercito Federale non è rimasto indietro. Mentre finanziava, addestrava ed equipaggiava i gruppi paramilitari, si diffondeva la tesi che la Diocesi seminava la violenza.
La tesi di allora (e che oggi è ripetuta da idioti della sinistra da scrivania) era che la Diocesi aveva formato le basi ed i quadri della direzione dell’EZLN.
Un segno dell’ampia dimostrazione di questi argomenti ridicoli si ebbe quando un generale mostrò un libro come prova del legame tra la Diocesi ed i “trasgressori della legge”.
Il titolo del libro incriminante è “Il Vangelo secondo Marco”.
Oggigiorno quegli attacchi non sono cessati.
Il Centro dei Diritti Umani “Fray Bartolomé de Las Casas” riceve continuamente minacce e persecuzioni.
Oltre ad essere stato fondato da Don Samuel Ruiz García e di essere di ispirazione cristiana, il “Frayba” ha come “aggravante” il credere nell’Integrità ed Indivisibilità dei Diritti Umani, nel rispetto della diversità culturale e nel diritto alla Libera Determinazione, nella giustizia integrale come requisito per la pace, e nello sviluppo di una cultura del dialogo, tolleranza e riconciliazione, nel rispetto della pluralità culturale e religiosa.
Niente di più fastidioso di questi principi.
E questa molestia arriva fino al Vaticano, dove si opera per dividere in due la diocesi di San Cristóbal de Las Casas, in modo da diluire l’opzione per, tra e con i poveri, nel conformismo che lava le coscienze col denaro. Approfittando del decesso di Don Samuel, si riattiva questo progetto di controllo e divisione.
Perché là in alto sanno che l’opzione per i poveri non muore con Don Samuel. Vive ed agisce in tutto quel settore dalla Chiesa Cattolica che ha deciso di essere coerente con quello che predica.
Nel frattempo, la squadra pastorale, e specialmente i diaconi, ministri e catechisti (indigeni cattolici delle comunità) subiscono le calunnie, gli insulti e gli attacchi dei neo-amanti della guerra. Il Potere rimpiange i suoi giorni di dominio e vede nel lavoro della Diocesi un ostacolo al ripristino del suo regime di forca e coltello.
La grottesca sfilata di personaggi della vita politica locale e nazionale davanti al feretro di Don Samuel non è per onorarlo, ma per verificare, con sollievo, che è morto; ed i mezzi di comunicazione locali esprimono falso cordoglio ma in realtà festeggiano.
Al di sopra di tutti gli attacchi e cospirazioni ecclesiali, Don Samuel Ruiz García e le/i cristian@ come lui, hanno avuto, hanno ed avranno un posto speciale nel cuore scuro delle comunità indigene zapatiste.
Ora che è di moda condannare tutta la Chiesa Cattolica per i crimini, gli eccessi, le commistioni ed omissioni di alcuni dei suoi prelati…
Ora che il settore che si autodefinisce “progressista” si sollazza a si fa scherno della Chiesa Cattolica tutta…
Ora che si incoraggia a vedere in ogni sacerdote un pederasta potenziale o attivo…
Ora sarebbe bene tornare a guardare in basso e trovare lì chi, come prima Don Samuel, ha sfidato e sfida il Potere.
Perché qust@ cristiani credono fermamente che la giustizia deve regnare anche in questo mondo.
E così lo vivono, e muoiono, in pensieri, parole ed opere.
Perché sebbene sia vero che nella Chiesa Cattolica ci sono i Marciales e gli Onésimos, c’erano e ci sono anche i Roncos, Ernestos, Samueles, Arturos, Raúles, Sergios, Bartolomés, Joeles, Heribertos, Raymundos, Salvadores, Santiagos, Diegos, Estelas, Victorias, e migliaia di religios@ e secolari che, stando dalla parte della giustizia e della libertà, stanno dalla parte della vita.
Nell’EZLN, cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, oggi non solo onoriamo la memoria di Don Samuel Ruiz García.
Salutiamo anche, e soprattutto, l’impegno conseguente de@ cristian@ e credenti che in Chiapas, in Messico e nel Mondo, non si rifugiano nel silenzio complice di fronte all’ingiustizia, né restano immobili di fronte alla guerra.
Don Samuel se ne va, ma rimangono molte altre, molti altri che, in e per la fede cattolica cristiana, lottano per un mondo terreno più giusto, più libero, più democratico, cioè, per un mondo migliore.
Salute a loro, perché anche dalle loro pene nascerà il domani.
LIBERTÀ!
GIUSTIZIA!
DEMOCRAZIA!
Dalle montagne del Sudest Messicano. Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN
Tenente Colonnello Insurgente Moisés - Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 26 gennaio 2011
Versione originale
COMUNICADO DEL COMITÉ CLANDESTINO REVOLUCIONARIO INDÍGENA-COMANDANCIA GENERAL DEL EJÉRCITO ZAPATISTA DE LIBERACIÓN NACIONAL. MÉXICO.
ENERO DEL 2011.
AL PUEBLO DE MÉXICO:
El Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional manifiesta su pesar por la muerte del Obispo Emérito Don Samuel Ruiz García.
En el EZLN militan personas con diferentes credos y sin creencia religiosa alguna, pero la estatura humana de este hombre (y la de quienes, como él, caminan del lado de los oprimidos, los despojados, los reprimidos, los despreciados), llama a nuestra palabra.
Aunque no fueron pocas ni superficiales las diferencias, desacuerdos y distancias, hoy queremos remarcar un compromiso y una trayectoria que no son sólo de un individuo, sino de toda una corriente dentro de la Iglesia Católica.
Don Samuel Ruiz García no sólo destacó en un catolicismo practicado en y con los desposeídos, con su equipo también formó toda una generación de cristianos comprometidos con esa práctica de la religión católica. No sólo se preocupó por la grave situación de miseria y marginación de los pueblos originarios de Chiapas, también trabajó, junto con heroico equipo de pastoral, por mejorar esas indignas condiciones de vida y muerte.
Lo que los gobiernos olvidaron propositivamente para cultivar la muerte, se hizo memoria de vida en la diócesis de San Cristóbal de Las Casas.
Don Samuel Ruiz García y su equipo no sólo se empeñaron en alcanzar la paz con justicia y dignidad para los indígenas de Chiapas, también arriesgaron y arriesgan su vida, libertad y bienes en ese camino truncado por la soberbia del poder político.
Incluso desde mucho antes de nuestro alzamiento en 1994, la Diócesis de San Cristóbal padeció el hostigamiento, los ataques y las calumnias del Ejército Federal y de los gobiernos estatales en turno.
Al menos desde Juan Sabines Gutiérrez (recordado por la masacre de Wolonchan en 1980) y pasando por el General Absalón Castellanos Domínguez, Patrocinio González Garrido, Elmar Setzer M., Eduardo Robledo Rincón, Julio César Ruiz Ferro (uno de los autores de la matanza de Acteal en 1997) y Roberto Albores Guillén (más conocido como “el croquetas”), los gobernadores de Chiapas hostigaron a quienes en la diócesis de San Cristóbal se opusieron a sus matanzas y al manejo del Estado como si fuera una hacienda porfirista.
Desde 1994, durante su trabajo en la Comisión Nacional de Intermediación (CONAI), en compañía de las mujeres y hombres que formaron esa instancia de paz, Don Samuel recibió presiones, hostigamientos y amenazas, incluyendo atentados contra su vida por parte del grupo paramilitar mal llamado “Paz y Justicia”.
Y siendo presidente de la CONAI Don Samuel sufrió también, en febrero de 1995, un amago de encarcelamiento.
Ernesto Zedillo Ponce de León, como parte de una estrategia de distracción (tal y como se hace ahora) para ocultar la grave crisis económica en la que él y Carlos Salinas de Gortari habían sumido al país, reactivó la guerra contra las comunidades indígenas zapatistas.
Al mismo tiempo que lanzaba una gran ofensiva militar en contra del EZLN (misma que fracasó), Zedillo atacó a la Comisión Nacional de Intermediación.
Obsesionado con la idea de acabar con Don Samuel, el entonces presidente de México, y ahora empleado de trasnacionales, aprovechó la alianza que, bajo la tutela de Carlos Salinas de Gortari y Diego Fernández de Cevallos, se había forjado entre el PRI y el PAN.
En esas fechas, en una reunión con la cúpula eclesial católica, el entonces Procurador General de la República, el panista y fanático del espiritismo y la brujería más chambones, Antonio Lozano Gracia, blandió frente a Don Samuel Ruiz García un documento con la orden de aprehensión en su contra.
Y cuentan que el procurador graduado en Ciencias Ocultas fue confrontado por los demás obispos, entre ellos Norberto Rivera, quienes salieron en la defensa del titular de la Diócesis de San Cristóbal.
La alianza PRI-PAN (a la que luego se unirían en Chiapas el PRD y el PT) en contra de la Iglesia Católica progresista no se detuvo ahí. Desde los gobiernos federal y estatal se apadrinaron ataques, calumnias y atentados en contra de los miembros de la Diócesis.
El Ejército Federal no se quedó atrás. Al mismo tiempo que financiaba, entrenaba y pertrechaba a grupos paramilitares, se promovía la especie de que la Diócesis sembraba la violencia.
La tesis de entonces (y que hoy es repetida por idiotas de la izquierda de escritorio) era que la Diócesis había formado a las bases y a los cuadros de dirección del EZLN.
Un botón de la amplia muestra de estos argumentos ridículos se dio cuando un general mostraba un libro como prueba de la liga de la Diócesis con los “transgresores de la ley”.
El título del libro incriminatorio es “El Evangelio según San Marcos”.
Hoy en día esos ataques no han cesado.
El Centro de Derechos Humanos “Fray Bartolomé de Las Casas” recibe continuamente amenazas y hostigamientos.
Además de ser haber sido fundado por Don Samuel Ruiz García y de tener una inspiración cristiana, el “Frayba” tiene como “delitos agravantes” el creer en la Integralidad e Indivisibilidad de los Derechos Humanos, el respeto a la diversidad cultural y al derecho a la Libre Determinación, la justicia integral como requisito para la paz, y el desarrollo de una cultura de diálogo, tolerancia y reconciliación, con respeto a la pluralidad cultural y religiosa.
Nada más molesto que esos principios.
Y esta molestia llega hasta el Vaticano, donde se maniobra para partir la diócesis de San Cristóbal de Las Casas en dos, de modo de diluir la alternativa en, por y con los pobres, en la acomodaticia que lava conciencias en dinero. Aprovechando el deceso de Don Samuel, se reactiva ese proyecto de control y división.
Porque allá arriba entienden que la opción por los pobres no muere con Don Samuel. Vive y actúa en todo ese sector de la Iglesia Católica que decidió ser consecuente con lo que se predica.
Mientras tanto, el equipo de pastoral, y especialmente los diáconos, ministros y catequistas (indígenas católicos de las comunidades) sufren las calumnias, insultos y ataques de los neo-amantes de la guerra. El Poder sigue añorando sus días de señorío y ven en el trabajo de la Diócesis un obstáculo para reinstaurar su régimen de horca y cuchillo.
El grotesco desfile de personajes de la vida política local y nacional frente al féretro de Don Samuel no es para honrarlo, sino para comprobar, con alivio, que ha muerto; y los medios de comunicación locales simulan lamentar lo que en realidad festinan.
Por encima de todos esos ataques y conspiraciones eclesiales, Don Samuel Ruiz García y l@s cristian@s como él, tuvieron, tienen y tendrán un lugar especial en el moreno corazón de las comunidades indígenas zapatistas.
Ahora que está de moda condenar a toda la Iglesia Católica por los crímenes, desmanes, comisiones y omisiones de algunos de sus prelados…
Ahora que el sector autodenominado “progresista” se solaza en hacer burla y escarnio de la Iglesia Católica toda…
Ahora que se alienta el ver en todo sacerdote a un pederasta en potencia o en activo…
Ahora sería bueno voltear a mirar hacia abajo y encontrar ahí a quienes, como antes Don Samuel, desafiaron y desafían al Poder.
Porque est@s cristianos creen firmemente en que la justicia debe reinar también en este mundo.
Y así lo viven, y mueren, en pensamiento, palabra y obra.
Porque si bien es cierto que hay Marciales y Onésimos en la Iglesia Católica, también hubo y hay Roncos, Ernestos, Samueles, Arturos, Raúles, Sergios, Bartolomés, Joeles, Heribertos, Raymundos, Salvadores, Santiagos, Diegos, Estelas, Victorias, y miles de religios@s y seglares que, estando del lado de la justicia y la libertad, están del lado de la vida.
En el EZLN, católicos y no católicos, creyentes y no creyentes, hoy no sólo honramos la memoria de Don Samuel Ruiz García.
También, y sobre todo, saludamos el compromiso consecuente de l@s cristian@s y creyentes que en Chiapas, en México y en el Mundo, no guardan un silencio cómplice frente a la injusticia, ni permanecen inmóviles frente a la guerra.
Se va Don Samuel, pero quedan muchas otras, muchos otros que, en y por la fe católica cristiana, luchan por un mundo terrenal más justo, más libre, más democrático, es decir, por un mundo mejor.
Salud a ellas y ellos, porque de sus desvelos también se nacerá el mañana.
¡LIBERTAD! ¡JUSTICIA! ¡DEMOCRACIA!
Desde las montañas del Sureste Mexicano. Por el Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del EZLN.
Teniente Coronel Insurgente Moisés. Subcomandante Insurgente Marcos.
México, Enero del 2011.

mercoledì 26 gennaio 2011

ORE 3.00 : NOTTE ROSSA AI CANCELLI DELLA FIAT


ORE 3.00 : NOTTE ROSSA AI CANCELLI DELLA FIAT

Il 28 gennaio, giorno dello sciopero indetto dalla Fiom, i Centri Sociali delle Marche saranno presenti con gli operai davanti ai cancelli della FIAT (Jesi) alle ore 3.00 del mattino.
Sarà una lunga “NOTTE ROSSA” da vivere insieme, in attesa dell’ingresso del primo turno di fabbrica alle 5.00. Mentre gli operai si stanno organizzando nell’allestimento di bracieri per scaldarsi e cibo da cuocere, il TNT sta allestendo il camion con sound-system. Verrà a suonare Marino, il famoso cantante della GANG e Angelo Ferracuti, noto scrittore fermano, leggerà alcuni dei suoi racconti.
Aspetteremo insieme l’ingresso dei lavoratori del turno della mattina per invitare tutti a partecipare al corteo regionale che alle 10.00 partirà dalla Fiera della Pesca in Ancona.
“Uniti con la FIOM” è lo slogan che dai cancelli della FIAT porterà studenti, precari e centri sociali a rispondere con la solidarietà a chi vuole imporre la competitività ad ogni costo, schiacciando diritti e dignità. Un percorso di unità è iniziato: la consapevolezza di una comune condizione di precarietà sta diventando pratica e progetto del “comune”.

lunedì 17 gennaio 2011

UNITI CONTRO LA CRISI


Giovedì 20 gennaio csa TnT ore 21: assemblea di movimento con Maurizio Landini
Assemblea con Maurizio Landini segretario nazionale della FIOM che si terrà Giovedì 20 gennaio a Jesi c/o il centro Sociale "TNT".
L'incontro si doveva tenere il 16 Dicembre ma è stato rimandato a causa delle forti nevicate di quei giorni.
Sarebbe stata l'occasione per scambiarci valutazioni sulle mobilitazioni che da Ottobre a Dicembre si sono svolte sia a livello nazionale che locale.
Ora, il dibattito si arricchisce di nuovi argomenti dopo la firma del contratto FIAT seguita dai referendum di cui avremo i risultati da valutare insieme e soprattutto in vista del seminario nazionale che "Uniti contro la Crisi" organizza a Marghera per il 22 e 23 Gennaio.
Per chi volesse partecipare può comunicarlo tramite il Centro Sociale TNT (o altri centri sociali e sedi FIOM) oppure tramite il sito globalproject.org dove è possibile trovare tutte le informazioni.
Ma ancora più importante è l'occasione che questo incontro può offirci per organizzarci per lo sciopero generale del 28 Gennaio e continuare le mobilitazioni sui terreni del lavoro, del precariato, della controriforma universitaria e dei beni comuni.

Sabato 22 e domenica 23 gennaio 2011- Seminario/Meeting "Uniti contro la crisi" Verso lo sciopero del 28 gennaio. CSO Rivolta, Marghera - (VE)
L’arroganza con cui i poteri forti del sistema della crisi attaccano diritti, democrazia e qualità della vita, pongono con urgenza la questione dell’elaborazione collettiva.........
Programma http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Programma-SeminarioMeeting-Uniti-contro-la-crisi/7089
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MAURIZIO LANDINI - FIOM: CONFERENZA STAMPA - ROMA 10.01.11
http://www.youtube.com/watch?v=NF4_3VK6G98
Con la Fiom - Sì ai diritti , No ai ricatti - Aderisci all'appello in Micromega http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Con-la-Fiom-Si-ai-diritti-No-ai-ricatti-Aderisci-allappello-in-Micromega/7039

mercoledì 12 gennaio 2011

Messico - False notizie e nuove provocazioni contro gli zapatisti




Messico

False notizie e nuove provocazioni contro gli zapatisti





8 / 1 / 2011
Il primo gennaio è cominciata a partire da alcuni giornali nazionali ed internazionali, partendo dall'Agenzia di Stampa EFE, una nota nella quale si dice che " un integrante delle forze insorgenti dell'EZLN" attribuiva, mediante un comunicato, il sequestro di Diego Fernández de Cevallos (NdT - influente uomo politico messicano è stato rapito nell'estate 2010 e rilasciato il 20 dicembre dopo un pagamento di un riscattio di cui non si conosce l'entità) all'EZLN.
Nella nota confusa diffusa dall'agenzia spagnola si accusava anche diversi collettivi dell'Otra Campaña di essere copartecipi di questo sequestro riferendosi a varie pagine elettroniche e comunicati vecchi, di libera circolazione, a disposizione di tutti in rete, come siti dove trovare prove per questa accusa contro gli zapatisti.
Alla posta della nostra pagina web è arrivato questo "comunicato" completo, così come è arrivato agli altri mezzi di comunicazione che lo hanno pubblicato e hanno scritto le loro note. Sarebbe bastata anche una lettura superficiali per capire che è impossibile che il comunicato sia in relazione con l'EZLN.
E' scritto in maniera incoerente ed è chiaro che chi lo ha fatto cerca solo protagonismo, generare confusione e servire gli interessi del potere.
La Otra Campaña è un movimento politico, civile e pacifico. E' stato così fin dalla sua convocazione e così si è motivata ed ha attuato in questi lunghi anni. Non ricorre dunque ai sequestri per avere fondi nè per fare propaganda politica.
Nella stessa maniera è cosa risaputa da tutti che l'EZLN, la sua storia e la sua pratica durante questi 27 anni dall'inizio fino ai giorni odierni lo dimostra, non realizza sequestri e questi vanno contro i suoi principi. Per questo l'EZLN non ha sviluppato nè la struttura organizzativa nè l'infrastruttura materiale per questo tipo di azioni.
Dal 1994 nel quale gli zapatisti hanno decretato il cessate il fuoco offensivo, per dare una opportunità alla costruzione della pace giusta e degna, l'EZLN ha manenuto la sua parola, non ha fatto così invece lo Stato messicano che ha aggredito in maniera economica, politica e militare dal 1 gennaio 1994 fino ad oggi.
Per tutto questo è chiaro, e lo ripetiamo ancora una volta, che nè l'EZLN nè l'Otra Campaña realizzano sequestri. Nè l'EZLN nè l'Otra Campana hanno sequestrato Diego Fernandez Cevallos.
Se qualcuno ha simpatia o considera che politicamnente è corretto praticare il sequestro non ha spazio nell'Otra Campaña. Il "guerrigliero Balam", come si chiama chi ha mandato il comunicato al quale ci riferiamo, ha già avuto i suoi 15 minuti di fama, infatti alcuni media hanno ripreso frammenti dei suopi scritti e li hanno messi in prima pagina.
Nel frattempo le comunità indigene zapatiste soffrono una nuova escalation di aggressioni come risultato di questo tipo di eventi inopportuni e polizieschi. Questo è il vero pericolo, compagni e compagne, restiamo vigili di fronte alla nuova provocazione contro i compagni zapatisti.
Per Enlace zapatista, Javier Elorriaga, Sergio Rodríguez Lascano.México, a 2 de enero del 2011.
Tratto da:
Enlace Zapatista



EN SOLIDARIDAD Y APOYO AL EZLN, LAS COMUNIDADES ZAPATISTAS Y LA OTRA CAMPAÑA DE MÉXICO

Version Espanol: http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fzapateando.wordpress.com%2F2011%2F01%2F10%2Fen-solidaridad-y-apoyo-al-ezln-las-comunidades-zapatistas-y-la-otra-campana-de-mexico%2F&h=35d40

lunedì 27 dicembre 2010

IO NON DIMENTICO


A due anni dal massacro di Piombo Fuso, perchè la Freedom Flotilla 2
A due anni dal massacro di Piombo Fuso, Gaza è ancora assediata e sotto il tiro Israeliano. Invitiamo a leggere i servizi su Infopal (http://www.infopal.it/) e i rapporti sul blog di Vittorio Arrigoni, da Gaza. (http://guerrillaradio.iobloggo.com/).

mercoledì 22 dicembre 2010

DA GAZA - Vittorio Arrigoni



Da GAZA - Vittorio Arrigoni
21 dicembre 2010 18:23
Una sola parola. BOICOTTARE ISRAELE.
http://bdsmovement.net/
Ore 17 30 locali.
Altri missili su Khan Younis e di nuovo su Rafah.
Per il momento si contano 4 feriti, ma il bilancio e' certamente destinato a crescere.
http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=344173
Ore 16 45.
10 minuti fa aerei da guerra hanno bombardato Rafah, apparentemente un luogo di esercitazione delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio harmato di Hamas

0re 15:32 locali
Altri bombardamenti certi, e pesanti, previsti nelle prossime 12 ore.
Tutti i palazzi governativi sono stati evacuati,
dopo le bombe di ieri notte, il piu' massiccio attacco aereo dopo gennaio 2009.
Non siamo alle porte di un nuovo Piombo Fuso, ma e' dinnanzi ai nostri occhi, lampante
una escalation in corso.
Il piombo non e’ piu’ fuso ma continua a piombarci addosso a intervalli regolari.

Ore 00 29 locali: la Striscia di Gaza sotto pesanti bombardamenti aerei da Sud a Nord.
7 attacchi lungo tutta la Striscia.
Caccia f 16 hanno colpito Rafah, 3 volte Khan Younis e poi a Nord Beit Lahia e Jabalya.
Nel centro della Striscia colpita una fabbrica di latte.
Per il momento si contano 3 palestinesi feriti, di cui uno molto grave, a cui hanno dovuto amputare una gamba.

Panico fra la popolazione civile.
Seguiranno aggiornamenti.
Stay Human
Vittorio Arrigoni da Gaza city
Palestina occupata
Costanti aggiornamenti qui:
http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451

martedì 21 dicembre 2010

Cancun - Riflessioni sul postCop16


di Francesco Martone
22 / 12 / 2010
Un fallimento annunciato, Copenhagen II, un passo verso la giusta direzione, una scialuppa di salvataggio per un multilateralismo alla deriva. Mai come stavolta tentare di fornire una valutazione univoca dell’esito della Conferenza di Cancun risulta essere esercizio complesso, viste le differenti tracce di analisi possibili. Che il risultato potesse essere di basso profilo quello era ormai cosa certa. Bastava leggere attentamente il cosiddetto “testo del Presidente” del gruppo di lavoro sulla Cooperazione a largo termine (dedicato a definire le linee di lavoro sui temi dell’adattamento, mitigazione, trasferimento di tecnologie, finanze) per notare come nella selva di verbi utilizzati per definire le decisioni finali, pochi erano i verbi che definivano un qualche tipo di impegno. Tra questi quello – poi confermato a Cancun - di lanciare definitivamente un programma globale sulla riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado delle foreste (REDD - Reduced Emissions from Deforestation and Degradation), un fondo verde per il clima, un centro per il trasferimento delle tecnologie, una cornice istituzionale per gestire i programmi di adattamento. Il resto era affidato a quello che i tecnici chiamano “rolling process” un processo in itinere, nel quale si decide di non decidere, e di sostituire a impegni certi , l’opzione di tenere aperti canali di negoziato. La presidenza messicana aveva infatti optato per una strategia alternativa a quella fino ad allora attuata. Piuttosto che pensare di poter approvare un pacchetto onnicomprensivo d’impegni e di azioni, si era deciso di lavorare sui cosiddetti “building blocks”. Un gioco del Lego nel quale mattoncino per mattoncino si ricostruiva il quadro negoziale e si definivano pezzo per pezzo gli impegni politici e di spesa. Partendo dalla base, dai mattoncini sui quali si era registrato già a Copenhagen una sorta di consenso.
Astuzia diplomatica e delicati equilibrismi hanno così caratterizzato la gestione della Conferenza da parte della presidenza messicana. Già a Tianjin la “vulgata” ufficiale indicava in un eventuale fallimento di Cancun il colpo di grazia per un processo multilaterale già messo a dura prova a Copenhagen, grazie alla scellerata gestione della presidenza danese, ed al colpo di mano attuato da Barack Obama ed altri paesi che imposero un accordo non vincolante di fatto contraddicendo le più elementari regole del consenso. Allora il “Copenhagen Accord” venne “notato” dalla Conferenza delle Parti, non essendo testo ufficiale di negoziato, né condiviso da alcuni paesi quali la Bolivia, e l’Ecuador. Allora l’ALBA sembrava potesse essere un nuovo importante attore nel negoziato globale. Oggi, al conteggio finale del dopo Cancun, la Bolivia risulta essere più isolata che mai. L’Ambasciatore Pablo Solon – a parte qualche manifestazione di sostegno di circostanza fatta dai tradizionali alleati (Nicaragua, Cuba, Ecuador) - è stato lasciato solo, come un Davide contro Golia a reiterare l’inadeguatezza dell’accordo finale, possibile complice di “genocidio ed ecocidio” (così nelle sue parole). Oggi gli “Accordi di Cancun” (“Cancun Agreements”) vengono accettati da tutti, chi più e chi meno, come un minimo comun denominatore necessario per tenere aperto il negoziato multilaterale verso la prossima Conferenza delle Parti di Durban 2011.
Quale sarà lo scenario dei prossimi mesi è difficile prevedere, sicuramente però si possono già intuire quelli che saranno le questioni sulle quali si concentrerà il negoziato. Prima fra tutte quella relativa al supporto al secondo periodo d’ implementazione del Protocollo di Kyoto, protocollo messo a dura prova dal fuoco incrociato di Canada, Giappone Stati Uniti, e per ultimo dalla Russia che aveva annunciato proprio a Cancun la sua decisione di non sottoscrivere il secondo periodo di impegno. Di riflesso l’inattesa apertura di India e Cina pronte ad accettare impegni di riduzione delle emissioni, in cambio di un sostegno al protocollo di Kyoto ha contributo a ridisegnare i rapporti di forza negoziali, dando al gruppo BASIC (Brasile, Cina, Sudafrica e India) un ruolo propulsore, e lasciando gli Stati Uniti all’angolo, stretti tra il rilancio di Cina ed India ed un Congresso a maggioranza repubblicana che non permette strappi in avanti. Se una similitudine si può trovare con il negoziato di Cancun 2003 all’Organizzazione Mondiale del Commercio forse è proprio quella relativa al rafforzamento del ruolo dei paesi BASIC che allora diedero il colpo di grazia al Doha Round ed ora invece una boccata d’ossigeno alla Conferenza sui Mutamenti Climatici. Il Protocollo di Kyoto resta così in piedi, ma duramente provato: basti leggere le parti relative agli impegni di riduzione delle emissioni accettate a Cancun per capirne il destino.
In un gioco d’incastri tra vari documenti, necessario per mantenere un equilibrio tra esigenze dei paesi in via di sviluppo e paesi industrializzati, si è nei fatti ribadito il contenuto dell’Accordo di Copenhagen. Stabilizzazione della crescita di temperatura a 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali (che in molti ritengono comunque letale ad esempio per i piccoli paesi insulari) sottoposta però a revisione nel 2015 nell’ottica di una possibile riduzione a 1,5 gradi. Alcuni osservatori hanno accolto questa decisione con soddisfazione visto che per la prima volta il limite dei 2 gradi verrebbe incluso in un accordo internazionale. Al posto dei cosiddetti MRV (Monitoring Reporting and Verification) il vero irritante del negoziato degli ultimi mesi, si è sostituito un sistema di verifica “leggero”, “non intrusivo” e “rispettoso della sovranità”. A Cancun si è poi fissato definitivamente il 1990 come l’anno di riferimento per calcolare il livello di riduzione delle emissioni, anche se poi si lascia ampia discrezionalità ai paesi di decidere per una data differente. Il vero bandolo della matassa riguarda il rapporto tra impegni di riduzione e piani di mitigazione nazionali, che - a detta dei paesi in via d’ industrializzazione - rischiano di essere eccessivamente onerosi riguardo alle loro prospettive di crescita.
Allora il primo nodo che i negoziati verso Durban dovranno sciogliere è proprio questo che tiene ancorati i destini del protocollo di Kyoto ai piani di mitigazione. Sul protocollo di Kyoto e sulla “forma legale” del nuovo accordo vincolante, la partita è ancora aperta. Si è esteso di un anno il mandato del gruppo di lavoro dedicato, con l’obiettivo di continuare a discutere sullo strumento da adottare, ossia se proporre un nuovo protocollo, o un’ appendice al vecchio. O se seguire il sistema – nei fatti legittimato a Cancun - del cosiddetto “pledge and review” proposto dagli USA e del quale l’Accordo di Copenhagen è imbevuto: ci impegniamo sulla carta a ridurre le emissioni e di volta in volta facciamo e verifiche del caso. Nessuna sanzione, nessun impegno chiaro. A queste condizioni il Protocollo resterebbe sì in piedi , ma come una “imago sine re”, immagine senza sostanza. Sul tema delle finanze per i programmi sul clima, è stato lanciato definitivamente il Fondo Verde per il Clima, la cui struttura dovrà essere definita da un gruppo di lavoro ad hoc entro la Conferenza di Durban. Questo fondo dovrà essere sotto l’autorità della Conferenza delle Parti, ma per i primi tre anni affidato alla Banca Mondiale che opererà come amministratore fiduciario.
Un colpo al cerchio uno alla botte, per chi voleva la banca mondiale attore centrale dei finanziamenti per il clima e chi invece la voleva fuori. Peccato che ci si scordi di due dettagli non indifferenti: il primo che la Banca Mondiale è l’istituzione pubblica di sviluppo maggiormente coinvolta nel sostegno ai combustibili fossili ed il secondo che il suo ruolo come amministratore fiduciario è risultato essere discutibile e di scarsa efficacia come attestato da alcune valutazioni interne in corso. E di quanti soldi stiamo parlando?
A Cancun si riafferma l’impegno a stanziare 30 miliardi di dollari l’anno fino al 2012 e da allora in poi 100 miliardi di dollari, ma dove andare a trovare queste somme è ancora poco chiaro. Da una parte va rilevato che non si è adottato alcun impegno sul sostegno a meccanismi di mercato per il finanziamento dei programmi di mitigazione, né per la costruzione di un mercato mondiale di permessi di emissione, anche se viene ribadita la centralità dei meccanismi di flessibilità previsti da Kyoto. Dall’altra però nulla è stato deciso sugli impegni di spesa relativi a fondi pubblici , nuovi ed addizionali, e non riciclati dalla cooperazione allo sviluppo, che devono invece essere la principale fonte di sostegno ai programmi di adattamento e mitigazione. Il rapporto stilato dal gruppo di lavoro ad hoc costituito da Ban Ki Mun identifica poi alcune ipotesi quali una carbon tax globale, o addirittura una possibile tassazione sulle transazioni finanziarie che però non ha avuto grande eco nel negoziato. Certo è che da Cancun parte un segnale chiaro verso il settore privato, che può vedere nella “green economy” e nella transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio un’importante opportunità.
A leggere il documento finale di Cancun risulta evidente che tutto il tema dei mutamenti climatici resta solidamente ancorato ad un paradigma economico e di sviluppo che continua a vedere nella crescita economica (“high growth”) il parametro centrale di riferimento. Questo forse è il vero grande limite del negoziato: quello di non prospettare una vera inversione di rotta, un nuovo modello che possa mettere in sinergia ambiente inteso come giustizia ambientale, ed economia intesa come sganciamento progressivo dal falso mito della crescita. Su questo il lavoro da fare è ancora molto soprattutto per creare e irrobustire quella domanda politica dal “basso” che può contribuire a scalfire la fiducia mal riposta nel modello di mercato e di crescita. Lasciare tutti i destini del Pianeta solo ed esclusivamente ad un negoziato internazionale tra stati rischia di legittimare una corsa verso il ribasso, se in questo negoziato le uniche due forze trainanti sono gli interessi nazionali degli stati , o quelli del posizionamento nella governance globale, e l’opportunismo delle imprese.
Perché se da Cancun si è deciso di tenere in vita il processo multilaterale, varrà ora la pena di interrogarsi di quale multilateralismo si stia parlando, giacché il ruolo dei movimenti della società civile, delle municipalità, dei soggetti non statuali altri rispetto agli Stati ne è risultato fortemente eroso. Chi era a Cancun non ha potuto non constatare la grande difficoltà di incidere e seguire le trattative, quasi tutte a porte chiuse, ed anche prendere atto della frammentazione dei movimenti, riuniti in ben 4 coordinamenti ed iniziative differenti che ne hanno certamente diluito la capacità di incidenza politica.
Al di là delle questioni specifiche relative al clima ed al modello energetico, che oggi più di prima devono essere affrontate soprattutto a livello nazionale e locale, Cancun ci lascia quindi un messaggio chiaro riguardo all’urgenza di costruire nuove alleanze, tra movimenti sociali, ed ambientali, piccole e medie imprese dedicate alle energie rinnovabili ed al risparmio energetico, comunità che già applicano metodi di adattamento e mitigazione dei mutamenti climatici, organizzazioni indigene e contadine, amministrazioni locali “virtuose”, sindacati.
Senza questa convergenza di soggetti politici, il percorso verso Durban rischia di restare un percorso tra Stati, guidato quindi solo ed esclusivamente dall’urgenza di conciliare un generico interesse nazionale con l’imperativo categorico della crescita economica. E dal quale difficilmente difficilmente potrà derivare una netta inversione di rotta.

lunedì 6 dicembre 2010

14 DICEMBRE: UNITI CONTRO LA CRISI


Ancona - Oltre 2000 a difesa del diritto all'acqua



Studenti, precari e operai si uniscono alla battaglia per i beni comuni

Centinaia di persone da tutte le Marche hanno sfidato il vento forte e la temperatura rigida del capoluogo dorico e si sono ritrovate ad affollare Piazza della Repubblica di fronte al Teatro delle Muse.Pullman da ogni provincia e tanti che si sono mossi con mezzi propri per non mancare all'appuntamento lanciato dal popolo dell'acqua, decine le sigle del mondo dell'associazionismo che hanno sostenuto l'iniziativa
In collegamento da Cancun, la corrispondenza di Vilma Mazza, dell'associazione Ya Basta! in diretta dalla conferenza sul clima COP16. I videointerventi inviati da Elio e Neri Marcorè hanno poi lasciato spazio al concerto prima del saluto collettivo della piazza a Mario Monicelli.
La piazza dell'acqua chiede diritti e democrazia e parla la stessa lingua delle mobilitazioni studentesche e delle battaglie per la dignità del lavoro. Prossima fermata, il 14 dicembre a Roma tutti Uniti Contro la Crisi sotto Montecitorio.
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Ancona-Oltre-2000-a-difesa-del-diritto-allacqua/6669
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Si legge Acqua, si scrive Democrazia
Cronaca completa della giornata Acqua Bene Comune
Acqua in movimento http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Acqua-in-movimento/6670
Il popolo dell’acqua è tornato in piazza ed è stata una giornata straordinaria. Cortei, happening, feste e presidi hanno attraversato tutti i capoluoghi di regione e decine di città.