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venerdì 2 dicembre 2016







La candidata indigena tra fantascienza e autonomia

di Christian Peverieri

"La nebbia avvolgeva San Cristóbal con un velo denso e lattiginoso. I lampioni foravano solo i pochi metri di spazio intorno, senza rischiarare le strade. Leandro, battendo i denti, accelerò il passo. Ma invertì la marcia quando udì dei clamori in direzione opposta al centro storico. Giunto in fondo a calle Ortiz de Domínguez, intravide delle figure che sbucavano dalla bruma, meno spessa in quel punto. Erano di statura bassa, portavano giubbe vagamente militari, il volto coperto da passamontagna, e... fucili in pugno e cartucciere a tracolla." (1)
Da quella notte che dava inizio al 1994 e al Trattato di libero commercio tra Nord America e Messico, meglio conosciuto come NAFTA, gli zapatisti ci hanno abituato alle sorprese. Di più, l'influenza che hanno avuto sui movimenti sociali di tutto il mondo è stata determinante nella teorizzazione di un altro mondo possibile e nella costruzione di pratiche di lotta. Nelle ultime settimane si è tornato prepotentemente a parlare di zapatisti e del Subcomandante Marcos, oggi Subcomandante Galeano, per una proposta definita “assurda” e a prima vista contraddittoria, che l'EZLN ha fatto al Congreso Nacional Indigena (CNI), ovvero partecipare alle elezioni presidenziali del 2018 con una candidata indigena donna. Apriti cielo, si è scatenato l'inferno. Illustri firme del giornalismo messicano e non hanno analizzato la coraggiosa iniziativa dell'EZLN e del CNI sotto ogni punto di vista, il più delle volte però ponendo l'accento sulla carismatica figura del Subcomandante Galeano. Gli attacchi più duri, neanche a dirlo, sono giunti da sinistra: fiumi d’inchiostro sono scorsi per commentare la proposta indigena e per evidenziare presunti errori strategici commessi dal Sup. Non sono mancati nemmeno gli insulti, come traditore, o le accuse più svariate, da alleato di Salinas de Gortari (del corrottissimo partito PRI) a responsabile delle sconfitte elettorali del caudillo progressista Lopez Obrador (AMLO) e per questo complice della narcoguerra che ha provocato oltre 150 mila vittime e oltre 30 mila desaparecidos negli ultimi dieci anni.

giovedì 9 ottobre 2014

Messico - In marcia contro l’impunità con gli studenti di Ayotzinapa Dalla capitale al Chiapas per dire no ai crimini di stato Associazione Ya Basta Padova


E’ un tam tam di iniziative quello che sta succedendo in Messico dopo il massacro degli studenti di Ayotzinapa.
Nella capitale hanno manifestato in migliaia e migliaia, a San Cristobal le basi d’appoggio zapatiste sono scese in corteo con una lunga marcia silenziosa, nel Guerrero decine di migliaia di maestri e non solo hanno riempito la capitale dello stato, cortei e marce in Guanajuato, Puebla, Oaxaca. 
Ovunque chiara ed esplicita la denuncia che l’orrenda morte dei giovani stidenti è un crimine di stato, di quella perversa forma stato che oggi rappresenta il governo messicano, dove narcos e poteri formali si intrecciano, si contrappongono in difesa dei propri interessi, si alleano e si allontanano in un macabro scenario di morti, desaparecidos e impunità.
Narco stato, lo hanno definito molti manifestanti urlando la rabbia, manifestando in silenzio, portando cartelli e striscioni che dicono basta. 
Al grido che arriva dal Messico si sono uniti molti messicani all’estero così come in diverse città a livello internazionali si sta chiedendo di fermare l’impunità generale.
Nei comizi ed interventi sono stati ricordati i terribili fatti di Iguala: gli studenti della Normal Rural de Ayotzinapa attaccati in un agguato lo scorso 26 settembre, il primo bilancio dei morti, le fosse comuni i desaparecidos, le responsabilità di polizia e potere locale.
Il nostro Messico querido , quello degno è sceso in piazza per rompere il silenzio, mentre si avvicina l’occasione di incontro promossa dall’EZLN e dal CNI con il Primo festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il capitalismo per dicembre 2014 a cui parteciperemo come Associazione Ya Basta Padova.

Approfondimento inDesinformemonos

lunedì 12 maggio 2014

Il dolore e la rabbia - Comunicato dell'Ezln



8 maggio 2014
Ai compagni e compagne della Sexta:
Compas:
In realtà il comunicato era pronto. Succinto, preciso, chiaro, come devono essere i comunicati.
Ma… mm… poi.
Ora comincia la riunione con le compagne e compagni basi di appoggio della Realidad.
Li ascoltiamo.
Conosciamo il tono ed il sentimento della loro voce: il dolore e la rabbia.
E mi rendo conto che un comunicato non riflette tutto questo.
O non in tutta la sua dimensione.
Certo, forse neppure una lettera, ma almeno con queste parole posso fare un pallido tentativo.
Perché…
Furono il dolore e la rabbia che ci spinsero a sfidare tutto e tutti 20 anni fa.
E sono il dolore e la rabbia che ora ci fanno indossare di nuovo gli stivali, mettere l’uniforme, infilare la pistola e coprirci il volto.
E rimettermi il vecchio e logoro berretto con le 3 stelle rosse a cinque punte.
Sono il dolore e la rabbia che hanno portato i nostri passi fino alla Realidad.

sabato 26 gennaio 2013

Domenica 3 febbraio Spazio Comune Autogestito TnT IL RITORNO DEGLI ZAPATISTI


Domenica 3 febbraio Spazio Comune Autogestito TnT
IL RITORNO DEGLI ZAPATISTI "LA DIGNA RABIA"
ore 17 proiezione del film
"CORAZON DEL TIEMPO" un viaggio nel cuore della resistenza zapatista (sott
italiano)


dopo il film ne parliamo con:
DANIELE FINI (csa Intifada - corrispondente Globalproject.info, di ritorno
dal Chiapas)
A seguire aperitivo rebelde !!!!!!

venerdì 28 dicembre 2012

Il 21 dicembre dei Maya zapatisti



Il 21 dicembre 2012, giorno della “fine del mondo”, secondo una interpretazione del calendario degli antichi Maya, o giorno della fine di un ciclo nella storia dell’umanità e l’inizio di un altro, nello stato del sud messicano teatro dal 1994 della ribellione indigena zapatista, qualcosa di straordinario è accaduto. Dopo oltre due anni di silenzio, le cinque città del Chiapas in cui nel ’94 entrarono i ribelli armati dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale si sono riempite di circa 40 mila zapatisti non armati, le “bases de apoyo”, nel loro linguaggio., Sotto una pioggia insistente, gli zapatisti hanno marciato in modo ordinato, occupato le piazze principali, alzato palchi da cui nessuno ha parlato, e sono rimasti in un silenzio assoluto per alcune ore. Poi si sono ritirati. Poco dopo, sul sito di “Enlace zapatista”, che propone la comunicazioen dell’Ezln, è apparso un brevissimo comunicato firmato da subcomandante Marcos. il cui testo è qui di seguito.


Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno

Comandancia Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
21 dicembre 2012
A chi di dovere:
Lo avete sentito?
E’ il suono del vostro mondo che crolla, ed è quello del nostro che risorge.
Il giorno in cui fece giorno, fu notte;
e sarà notte il giorno in cui farà giorno.
DEMOCRAZIA
LIBERTA’
GIUSTIZIA
Dalle montagne del Sud-Est Messicano
per il Comitato clandestino rivoluzionario indigeno – comandancia generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
SUBCOMANDANTE MARCOS
(Traduzione a cura di Andrea, del Comitato Maribel di Bergamo)

Il mattino dopo, La Jornada di Città del Messico ha pubblicato un commento di Luis Hernandez Navarro, osservatore da molti anni della ribellione zapatista. DKm0 lo ha tradotto. Eccone il testo.

Non può riapparire ciò che non se n’è mai andato. Ciò che questo 21 dicembre hanno fatto i ribelli zapatisti Maya occupando pacificamente e in silenzio cinque città del Chiapas non è stato riapparire, ma riaffermare la loro esistenza.
 L’Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale, ndt) è qui da oltre 28 anni. Non se n’è mai andato. Per dieci anni è cresciuto sotto l’erba; da più di 18 anni si è fatto conoscere pubblicamente. Da allora ha parlato e ossercvato il silenzio ad intermittenza, ma mai ha smesso di agire. In una occasione o l’altra è stata decretata la sua scomparsa o irrilevanza, ma sempre è risorto con forza e con un messaggio.
 Questo inizio del nuovo ciclo di Maya non ha fatto eccezione. Più di 40 mila £”bases de apoyo” (zapatisti civili, distinti dai militari dell’Ezln, ndt) zapatiste hanno marciato sotto la pioggia in cinque città in Chiapas: 20 mila a San Cristóbal, 8000 a Palenque, 8000 a Las Margaritas, 6000 ad Ocosingo, e almeno 5000 altri ad Altamirano. È la più grande mobilitazione dall’emersione dei ribelli nel sud-est del Messico.
 L’entità della protesta è un segno che la sua forza interna, lungi dal diminuire nel corso degli anni, è cresciuta. Si tratta di un indicatore del fatto che la strategia anti-insurrezionale, condotta da vari governi, non ha avuto successo. Dimostra che il suo progetto è una genuina espressione del mondo Maya, ma anche di moltissimi contadini poveri meticci (i messicani sono indigeni “puri” o “meticci”, con radici anche spagnole, ndt) in Chiapas.
 L’Ezln non ha mai abbandonato la scena nazionale. Guidato dalla sua agenda politica, fedele alla sua coerenza etica e con la forza dello stato contro di esso, ha rafforzato le sue forme di governo autonome, tenuto in vita la sua autorità politica tra i popoli indigeni del paese e attive le reti di solidarietà internazionale. Il fatto che non sia apparso pubblicamente non significa che non sia presente in molte lotte importanti nel paese.
 Nelle cinque Giunte del buon governo che esistono in Chiapas e nei municipi autonomi le autorità delel bases de apoyo governanose stesse, esercitano la giustizia e risolvono conflitti sulla terra. Nei loro territori, i ribelli hanno fatto funzionare i loro sistemi sanitari e di istruzione al di fuori dei governi statali e federali, organizzato la produzione e la commercializzazione e mantenuto in piedi la loro struttura militare. Hanno risolto con successo la sfida del cambio generazionale nei loro comandi. Come non bastasse, hanno affrontato con efficacia le minacce del narcotraffico, l’insicurezza pubblica e la migrazione. (…)
Gli zapatisti hanno marciato questo 21 dicembre in ordine, con dignità, disciplina e coesione, e in silenzio; un silenzio che si è sentito forte. Allo stesso modo in cui hanno dovuto coprire il suo volto per essere visti, ora hanno interrotto la parola per essere ascoltati. È un silenzio che esprime una feconda capacità di proporre altri orizzonti di trasformazione sociale, una grande potenza. Un silenzio che comunica volontà di resistenza di fronte al potenza: chi resta in silenzio è ingovernabile, diceva Ivan Illich.
Un ciclo di lotta politica in Messico si è chiuso questo primo dicembre (gionro dell’insediamento del nuovo presidente messcicano, Pena Nieto, di destra, accusato di brogli elettorali, ndt), un altro si è aperto. L’Ezln ha molto da dire nella mappa emergente delle lotte sociali che ha cominciato a prendere forma nel paese. La sua mobilitazione può influire in modo rilevante.
(…) Nell’ultimo anno e mezzo sono nati movimenti sociali che sfidano il potere stano al di fuori dei partiti politici. Non si sentono rappresentati da nessuno di essi. Il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, #YoSoy132, comunità in lotta contro l’insicurezza pubblica e la devastazione ecologica, le proteste degli studenti in difesa della scuola pubblica, tra gli altri, si muovono su sentieri diversi da quelli della politica istituzionale. La simpatia per gli zapatisti in queste forze sono reali.
Ma al di là della congiuntura, le marce del 13 Baktun Maya (il ciclo che appunto finiva, secondo il calendario Maya, il 21 dicembre 2012, ndt) sono un nuovo Ya Basta! simile a quello che gli zapatistipronunciarono nel gennaio 1994, e una versione rinnovata del “Mai più un Messico senza di noi!” formulato nel mese di ottobre dek 1996, e che apre nuovi orizzonti. Non chiedono nulla, non domandano nulla. Essi mostrano il potere del silenzio. Annunciano che un mondo crolla e un altro rinasce.

lunedì 17 dicembre 2012

LA FORZA DEGLI ZAPATISTI



La forza degli zapatisti

 di JAIME MARTINEZ VELOZ

Da La Jornada di Città del Messico.

Il prossimo primo di gennaio si compiranno 18 anni dall’insurrezione armata capeggiata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln). Un paese sulla soglia della modernità fu sorpreso del fatto che migliaia di insorti, in maggioranza indigeni, avessero preso le armi, come ultima risorsa, per lottare per una vita migliore per i popoli indigeni e per il paese.

La mobilitazione di migliaia di messicani obbligò lo Stato a negoziare con gli insorti una soluzione degna e giusta. Dopo più di due anni di intensi negoziati, ci fu il primo accordo tra il governo federale e l’Ezln in materia di diritti e cultura indigeni, che fu firmato il 16 febbraio del 1996 nel municipio di San Andrés Larráinzar, in Chiapas.

Quando si tentò di inserire questo accordo nella legislazione messicana, mediante un’iniziativa di legge elaborata dalla Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa), la reazione dello Stato fu brutale, cinica e crudele. L’iniziativa di legge conteneva i postulati testuali più importanti dall’accordo firmato dal governo federale e l’Ezln; non c’era un solo concetto che non fosse stato concordato dalle parti. La reazione dell’Ezln di fronte all’iniziativa elaborata dalla Cocopa fu di accettazione, e quella delle autorità fu di scandalo ed ipocrisia. Il presidente della repubblica ed i gruppi di potere economico del paese accusarono la Cocopa e l’Ezln di voler balcanizzare, dividere e frammentare il paese. Coloro che lanciarono queste accuse sono gli stessi che concessero 25 milioni di ettari alle compagnie minerarie straniere e nazionali, le quali tra il 2005 e 2010 estrassero risorse minerali per un valore di 552 miliardi di pesos (circa 33 miliardi di euro, ndr) e pagarono solo 6 miliardi e 500 milioni di pesos per i diritti, cioè, l’1,18%.

Nel 2002, dopo la trionfante marcia zapatista in diverse parti del paese, l’allora presidente Vicente Fox trasmise l’iniziativa di legge al Congresso dell’Unione, attraverso il Senato della Repubblica, dove la legge fu smantellata ed al suo posto fu approvato un obbrobrio legislativo la cui premessa principale era che quella sarebbe stata la strada per far uscire fuori dall’arretratezza e dall’emarginazione i popoli indigeni messicani. Si stabiliva che il tema dell’arretratezza e dell’emarginazione in materia indigena era una questione di programmi ed aiuti governativi, non di pieno esercizio dei diritti costituzionali: ci si rifiutò così di compiere quanto concordato a San Andrés Larráinzar.

A più di dieci anni dalla promessa delle istituzioni messicane agli indigeni di farli entrare in paradiso, in cambio del rifiuto di applicare quanto concordato tra l’Ezln ed il governo federale, la realtà dà ragione agli zapatisti e mette in evidenza il più grande dei fallimenti dello Stato. Tra il 2002 e 2012, la spesa federale annuale per i popoli indigeni è passata da 16 miliardi e 663 milioni a 39 miliardi e 54 milioni di pesos. Tuttavia, i dati di povertà ed emarginazione delle stesse agenzie governative non riportano alcun impatto sulla riduzione della povertà indigena; al contrario, questa è aumentata, ed è sempre più offensiva per una nazione dove fin dal 1917 tutti i governi ammettono nei discorsi ed in modi diversi il debito del Messico con i suoi indios e si dicono impegnati a sconfiggere le ingiustizie che essi subiscono.

Secondo i dati del Consiglio Nazionale di Valutazione della Politica di Sviluppo Sociale (Coneval) e i dati su entrate e uscite del 2010, mentre la media nazionale del tasso di povertà estrema e moderata è del 46,2%, nelle comunità e villaggi indigeni è del 79,3%, cioè quasi il doppio. Otto indigeni su dieci non hanno avuto accesso alla terra promessa dallo Stato messicano, che l’aveva loro offerta loro in cambio della non applicazione quanto pattuito a San Andrés Larráinzar.

Secondo i dati del Coneval, l’80,3% degli indigeni è al di sotto della soglia di benessere, l’83,5% non ha accesso alla previdenza sociale, il 50,6% non conta su servizi di base nella propria abitazione ed il 40,5% soffre di carenze alimentari. Per questo diciamo che in materia indigena non ha fallito la politica pubblica, bensì la leadership dello Stato; la politica verso gli indigeni è stata di palliativi, perché non ha una visione articolata e progetti di cambiamenti strutturali, com’è contemplato negli accordi di San Andrés Larráinzar.

Dopo il tradimento governativo, l’Ezln decise una strategia di resistenza, rafforzando la sua organizzazione con la creazione delle giunte di buon governo, con il lavoro collettivo e la solidarietà comunitaria. Negli ultimi anni sono andati avanti in silenzio, lontani dalla propaganda. Alcune persone distratte, o quelli che hanno scommesso sulla scomparsa del conflitto o l’oblio, diffondono voci o tentano di confondere, sostenendo che l’Ezln non è più un problema, dato che, dalla loro ottica, gli zapatisti non fanno più notizia, quindi non esistono.

I dati qui esposti, che mostrano il fallimento governativo verso questo settore della popolazione, dovrebbero far capire alle élite messicane che perfino il silenzio è una forma di lotta e che non ha niente a che vedere con una presunta debolezza, in questo caso, dell’Ezln. Al contrario, mentre lo spreco ed il fallimento sono sinonimo delle politiche pubbliche, l’organizzazione, il lavoro e la disciplina sono ciò che ha contraddistinto lo zapatismo in questa tappa.

Gli zapatisti vivono, si organizzano e lavorano in una realtà di grandi carenze materiali che suppliscono con creatività e dedizione. Hanno obiettivi chiari che trascendono le generazioni; i loro argomenti sono irrefutabili, la vitalità e la consistenza delle loro convinzioni sono state una scuola di vita per migliaia di messicani. Un abbraccio affettuoso a tutti gli zapatisti che là, nelle loro comunità, lottano ogni giorno per costruire un futuro migliore per il nostro paese. Come dicono da quelle parti: non siete soli!

martedì 16 ottobre 2012

Messico – La guerra contro gli zapatisti Aggressioni armate a comunità autonome del Chiapas

articolo tratto da: http://www.globalproject.info/it/mondi/messico-la-guerra-contro-gli-zapatisti/12338


Sorelle e fratelli, questi fatti li rendiamo pubblici per farvi sapere quello che stanno facendo i cattivi governi corrotti [...]. Ci hanno aggredito senza motivo alcuno, pensando che con questo ci arrenderemo o ci venderemo a queste massa di ladroni, criminali e traditori della patria; se pensano questo si stanno sbagliando, perché queste ingiustizie che subiamo, invece di intimorirci ci danno più coraggio, rabbia e indignazione”. 


Con queste parole la Giunta di Buon Governo della Realidad concludeva il comunicato col quale alcune settimane fa denunciava l'ennesima aggressione contro un progetto comunitario nella propria regione.
I comunicati delle autorità zapatiste usciti negli ultimi mesi, se da una parte ci mostrano come la costruzione dell'autonomia da parte di migliaia di contadini va avanti e non si fa intimidire, dall'altra ci raffigurano una nuova fase nella strategia di guerra che il governo sta attuando contro le comunità autonome, una fase caratterizzata dall'utilizzo di gruppi paramilitari che attaccano civili, bruciano case e raccolti e cacciano i contadini dalle loro terre. Un caso emblematico, e di questi giorni, ci viene dalla comunità Comandante Abel, della regione di Roberto Barrios, i cui abitanti sono stati assediati ed attaccati da 150 paramilitari, e poi costretti a fuggire sotto i colpi dei fucili.
Dall'insurrezione zapatista del 1994 non si è mai fermata la guerra contro le comunità ribelli del Chiapas. Una guerra contro civili, cioè contro migliaia di contadini organizzati che occuparono le terre dei latifondisti, e da allora costruiscono nuove forme di democrazia e di società in una delle regioni più abbandonate ed emerginate del paese. Comunità sfollate, persone arrestate, minacciate ed uccise. Negli ultimi anni la guerra non si era fermata, ma aveva cambiato il suo volto, in un certo senso aveva mascherato la violenza. Infatti, tanti analisti descrivevano l'attuale strategia del governo contro l'autonomia zapatista come una “guerra economica”, cioè la principale arma del governo erano i soldi ed i progetti assistenziali con i quali cercava di comprare le famiglie di contadini poveri, a patto che questi abbandonassero l'organizzazione e creassero divisione nelle comunità. Ma da quello che sta succedendo ormai da un paio di anni, è ormai evidente che la violenza, quella vera, è tornata, con la riattivazione di gruppi paramilitari nei territori zapatisti.
Negli scorsi anni la stampa messicana, sulla base di documenti governativi desecretati, ha mostrato quello che già tutti sapevano, cioè che nel '94 il governo messicano organizzò gruppi di civili armati in Chiapas, da usare contro i civili delle comunità ribelli. Questi gruppi hanno scritto alcune tra le pagine vergognose della storia del paese, con massacri di innocenti come quello realizzato nella comunità di Acteal nel 1997, in cui furono uccisi più di 40 civili che stavano pregando nella chiesa. Nella zona nord dello stato, quella di Roberto Barrios, operò un organizzazione chiamata Paz y Justicia che per alcuni anni seminò terrore e morte in numerose comunità, lasciando irreparabili danni sociali e psicologici alla popolazione. Questa storia sembrava fosse finita. Ma ormai da un paio di anni alcuni di questi gruppi sono stati riattivati, con nomi nuovi, e sempre con l'appoggio delle istituzioni governative e di politici locali.
Il principale obbiettivo della loro violenza è cacciare gli zapatisti dalle “terre recuperate”. Con questo termine ci si riferisce a migliaia di ettari di terre che furono occupate nel 1994 ai latifondisti da parte di contadini, sia zapatisti che di altre organizzaizoni. Su queste stesse terre il governo sta dirigendo adesso la violenza dei paramilitari, molti dei quali sono contadini poveri ai quali è promessa la terra una volta cacciate le famiglie zapatiste. Nelle varie regioni del Chiapas sono ormai munerose le denunce delle Giunte di Buon Governo sulle violenze dei paramilitari, che minacciano le persone, bruciano i raccolti, uccidono animali di allevamento, cospargono erbicidi nei campi, fino ad arrivare ad espulsioni violente della popolazione civile.
Nella zona nord, nel Caracol di Roberto Barrios, da più di un anno sono sotto attacco gli abitanti della comunità di San Patricio. Gli aggressori sono gente che viene dall'esperienza del gruppo paramilitare Paz y Justicia, che adesso opera con un altro nome, composto da membri del partito verde ecologista, e protetto da funzionari del governo. Nel settembre 2011 accerchiarono per settimane la comunità di San Patricio, i cui abitanti a maggio 2012 decisero di andarsene, per fondare una nuova comunità in una altro terreno recuperato. La nuova comunità fu chiamata “Comandate Abel”, in ricordo di un dirigente politico dell'EZLN responsabile di questa regione, recentemente morto. Ma i paramilitari si sono ripresentati a inizio del settembre 2012, accerchiando di nuovo la comunità e bruciando i campi coltivati. L'otto settembre sotto un attacco da armi da fuoco, la gente è fuggita nei boschi per rifugiarsi e poi raggiungere nei giorni successivi altre comunità che hanno dato loro soccorso ed ospitalità. Due donne con i loro bambini, che si erano perse nella fuga, sono state ritrovate dopo tre notti passate nascoste nella foresta, ammalate e impaurite.
In questi giorni una carovana di osservazione organizzata dal centro per i diritti umani Frayba, insieme ad altre organizzazioni, ha visitato le famiglie di sfollati ed ha documentato le violenze dei paramilitari. Nella loro relazione finale si mostrano le evidenze della collaborazione di polizia e funzionari statali con i criminali che hanno attaccato la comunità. Si testimonia di come questi ultimi avessero costruito trincee attorno al centro abitato, e dei segni di spari ancora evidenti sulle case ed addirittura sulla clinica autonoma zapatista.
Quindi, quello che emerge dalle notizie che giungono ultimamente dal Chiapas è di una situaizone difficile per molte comunità zapatiste, vittime delle violenze di gruppi armati sostenuti e protetti da politici e funzionari governativi. Addirittura gli zapatisti denunciano come dei finanziamenti dell'ONU per progetti di sviluppo sono in realtà utilizzati dal governo del Chiapas per armare e finanziare questi gruppi di delinquenti che attaccano i contadini zapatisti. La guerra e la violenza non intimoriscono certo queste popolazioni ribelli che, come hanno sempre detto, non è da 15 anni, ma da 500 anni che sono in guerra, a causa delle condizioni di sfruttamento ed emerginazione in cui hanno vissuto. “Non abbiamo paura di morire”, disse la maggiore Ana Maria nel 1994, “è più doloroso vedere i nostri bambini morire di malattie curabili”. Oggi, che con le terre recuperate e l'organizzazione comunitaria, cioè con quello che gli zapatisti chiamano “autonomia”, hanno concretamente migliorato le loro condizioni di vita, abbattendo la denutrizione e la mortalità infantile, costruendo scuole e cliniche autonome ed autogestite, creando le condizioni per un futuro dignitoso, non sono certo disposti ad abbanmdonare la lotta le migliaia di contadini ribelli del Chiapas. Come ci ricordano le autorità di Roberto Barrios nel denunciare l'attacco paramilitare alla comunità di Comandante Abel: “Che sia chiaro al governo imbroglione e bugiardo che non ci arrenderemo, a costo di consegnare la nostra vita per la terra se è necessario; se crede che non è bastato il sangue che abbiamo versato nel '94 per avere un posto in questo mondo...”.

Messico - Gli zapatisti sfollati di Comandante Abel Testimonianza di un partecipante alla Carovana di solidarietà e documentazione a Comandante Abel

articolo tratto da: http://www.globalproject.info/it/mondi/messico-gli-zapatisti-sfollati-di-comandante-abel/12344


Pubblichiamo qui di seguito un contributo di un partecipante alla Carovana di solidarietà e documentazione a Comandante Abel, che si è svolta dal 18 al 20 settembre, per documentare l'attacco e lo sgombero che hanno subito gli abitanti della comunità per mano di paramilitari appoggiati dalle forze governative.
La controinsurrezione in Chiapas, decine di famiglie zapatiste sfollate
Noi che abbiamo combattuto sappiamo riconoscere il passo di ciò che si sta preparando e avvicinando.
I segnali di guerra all’orizzonte sono chiari: la guerra, come la paura, ha odore. E già ora si comincia a respirare il suo fetido odore nelle nostre terre.
(Subcomandante Insurgente Marcos, dicembre 2007)
Nell’anno in corso, il 2012, si continua a respirare giorno per giorno l’odore della guerra che, lo stato messicano, ha scatenato contro le comunità zapatiste.
La politica di controinsurrezione elaborata con l’aiuto del governo USA, dopo l’insurrezione armata dell’EZLN nel 1994 e precisata nel documento denominato “Piano per la Campagna Chiapas 94”, ha fornito la struttura per una nuova forma di guerra contro le popolazioni indigene ribelli.
Negli ultimi mesi, le Giunte del Buon Governo di Morelia e La Realidad hanno denunciato le aggressioni subite dalle Basi di Appoggio del EZLN da parte della ORCAO (Organización Regional Cafeticultores Altamirano Ocosingo) nell’ejido1 Moises Gandhi e da parte di gruppi affiliati al PRI, al PRD e al PVEM (Partido Verde Ecologista Mexicano). Queste provocazioni si aggiungono a quelle ben note in tutto il territorio zapatista, come nel caso di San Marcos Avilés, assediata dai paramilitari e per questo al centro di una campagna di solidarietà internazionale.
Lo stato messicano è in guerra contro un nemico interno: l’EZLN, contro le comunità zapatiste in resistenza e soprattutto contro l’autonomia, la cultura e la vita dei popoli indigeni che non accettano di essere assimilati al modello di sviluppo capitalista. Il messaggio che le Giunte del Buon Governo hanno lasciato nelle varie denunce è chiaro: il governo, attraverso menzogne, promesse di terra e finanziamenti, sta rianimando i gruppi paramilitari e armando altre organizzazioni, affinché questi alimentino l’ostilità e le aggressioni contro coloro che si oppongono all’omologazione neoliberista. La strategia del governo contro la resistenza si sviluppa su due fronti: da una parte la “guerra di bassa intensità” impiegando le formazioni paramilitari così da evitare le ripercussioni internazionali che si avrebbero con l’impiego diretto dell’esercito e dall’altra, la cosiddetta linea morbida, con l’impiego massiccio di progetti assistenzialisti per calmare la fame, creare dipendenza e logorare la resistenza, concentrando i progetti nelle zone dove è più forte la lotta contro il governo.
L’8 settembre la Giunta del Buon Governo Nueva Semilla Que Va a Producir del Caracol V di Roberto Barrios ha denunciato la nuova invasione paramilitare nelle terre del nuovo villaggio Comandante Abel, del Municipio Autonomo La Dignidad, Municipio ufficiale di Sabanilla. Il 12 settembre una nuova denuncia della stessa Giunta sottolineava la gravità della situazione: 70 donne e bambini sfollati dal nuovo Villaggio Comandante Abel e 14 persone scomparse nella vicina comunità di Union Hidalgo.

martedì 10 gennaio 2012

Messico – San Cristobal - “…planeta tierra: movimientos antisistémicos…” - Riflessioni


Al CIDECI-Unitierra di San Cristobal de las Casas, in Chiapas, si è tenuto per 4 giorni un seminario-incontro per discutere della attuale crisi globale ed i movimenti antitistema.
Importanti intellettuali del Messico e l'America Latina, insieme a rappresentanti di movimenti indigeni, rurali e urbani del continente hanno raccontato le proprie esperienze e riflessioni ad un pubblico di alcune centinaia di persone, soprattutto giovani, attivisti messicani e di altri paesi. Si sono alternati momenti di narrazione di esperienze di lotta con momenti di analisi e riflessione.
E' stata anche l'occasione per festeggiare i 18 anni dell'insurrezione dell'EZLN; San Cristobal fu una delle città occupate dagli indigeni armati il primo gennaio 1994, che da allora stanno costruendo “l'autonomia”, come loro la chiamano, cioè un processo di costruzione di una nuova società, sulle terre occupate ai latifondisti e con proprie forme di governo assembleari e dal basso. Tutti i partecipanti hanno ricordato di come la lotta zapatista è stata, ed è tuttora, un referente ed uno stimolo agli attuali movimenti sociali.
I racconti e le riflessioni collettive ci hanno parlato di come l'attuale fase del capitalismo neoliberista, nonostante la sua crisi, procura ogni giorno sempre più disuguaglianze e povertà, in un contesto in cui i movimenti si trovano in difficoltà nell'immaginare e proporre alternative. Allo stesso tempo, però, l'indignazione in tanti angoli del mondo si sta diffondendo. Come ci hanno raccontato gli studenti cileni, che in questi mesi hanno lottato contro il sistema educativo neolibersita e privatizzato del loro paese, il loro movimento ha risvegliato una società ancora anestetizzata dopo gli anni della dittatura, riuscendo a coinvolgere grosse fette della società, che hanno visto nella loro lotta una lotta per cambiarte un sistema ingiusto e insostenibile.
Qualcosa di molto simile ci hanno raccontato i rappresentanti di OccupyWallStreet, che fino a pochi giorni fa hanno tenuto una accampada nel cuore del potere finanziario, che il loro movimento ha risvegliato la gente negli Stati Uniti, molti cittadini andavano all'accampata anche solo per portare cibo e soldi per continuare, e in poche settimane si sono moltiplicate le occupy in decine di città.
Inoltre hanno partecipato rappresentanti di comunità indigene del Congresso Nazionale Indigeno, molte delle quali stanno lottando per difendere il proprio territorio dall'interesse di transnazionali e dai gruppi criminali. Un processo importante è quello che è in corso in questi mesi a Cheran, una comunità del centro del Messico che ad aprile si è scontrata, utilizzando bastoni e i fuochi d'artificio usati durante le feste, contro i gruppi criminali che da alcuni anni saccheggiano i loro boschi per il commercio della legna. Da allora la comunità è presidiata da barricate fatte dai cittadini, i quali hanno messo in moto un processo di autodifesa ed autogoverno. Hanno chiuso le sedi dei partiti e a novembre hanno impedito l'istallazione dei seggi elettorali, ed in questi mesi attraverso le assemblee hanno riorganizzato un proprio consiglio con il quale si autogovernano secondo le proprie forme organizzative.
Attivisti ed intellettuali hanno riflettuto sull'attuale difficoltà di costruire alternative al sistema capitalista e alla crisi. Si sono confrontate varie posizioni e proposte, a volte diverse tra loro, ma utili ad alimentare la comprensione e il dibattito su cosa fare. Autori come Jean Robert, o rappresentanti della Via Campesina vedono una via di uscita al capitalismo e alla crisi ambientale ed alimentare attraverso la promozione e la difesa della piccola produzione contadina e la sovranità alimentare, fortemente minacciati dalle grandi monocoltivazioni che producono combustibili o alimenti per l'esportazione.
Alcuni studiosi messicani ci hanno parlato della necessità di “de-colonizzare” le nostre menti e i nostri pensieri politici; con questa curiosa parola ci ricordano come il contributo dei movimenti indigeni e quello zapatista è stato molto utile, innanzitutto a ridare dignità a modi di vita e di pensiero considerati inutili e arretrati dal pensiero dominante del progresso e della modernità. Per noi “occidentali”, questi movimenti ci hanno fatto riflettere sui limiti delle nostre tradizionali teorie. Non solo gli indigeni sono apparsi come uno tra i nuovi soggetti che lottano e resistono, come nei nostri paesi i giovani, le donne, le diverse sessualità etc..; ma dalle esperienze indigene emergono importanti spunti riguardo per esempio all'idea di comunità, alla gestione sostenibile delle risorse e nuove forme di organizzaizone.
Gustavo Esteva ha citato Raul Zibechi che ha scritto recentemente che i tradizionali movimenti sociali “sembrano paralizzati perchè il mondo in cui nacquero e crescerono sta scomparendo rapidamente”.
Inoltre, parlando del contesto messicano in cui ogni giorno cresce il numero dei poveri e quello dei morti della violenza, ha definito la situazione attuale dicendo: “non siamo sull'orlo del baratro, ma siamo già caduti dentro, e non vediamo il fondo”.
Sottolineando come viene proposta solo l'opzione elettorale.
Esteva ci ricorda invece dell'indignazione diffusa che si sta espandendo in tutto il mondo verso i governanti, un “risveglirsi caotico”, lo ha definito; non si riferisce solamente alla dimesnione delle mobilitazioni nei paesi arabi e nell'occidente, ma anche ad una miriade di esperienze che nella pratica di tutti i giorni costruiscono alternative al sistema e cominciano ad “immaginare l'impossibile” in America Latina, ma anche in altre parti del mondo, come ad esempio in Italia... Per fare alcuni esempi, Esteva parla di esperienze nei contesti urbani dove i cittadini si organizzano per comprare cibo direttamente ai piccoli produttori (pensiamo ai g.a.s.) o promuovono direttamente loro degli orti urbani per cui la tradizionale lotta per la terra si trasforma in una lotta per il territorio anche nelle città; le lotte per un educazione alternativa, come le numerose esperienze di educazione autonoma e comunitaria molte le quali le abbiamo conosciute in questi anni in Messico e tante altre nascono in America Latina (ma anche l'esperienze dell'autoformazione degli studenti italiani, o i numerosi seminari promossi nei nostri spazi sociali); la lotta per la casa, attraverso progetti di autocostruzione o le occupazioni (come in tante città italiane). Esteva ci dice che “molte sono reazioni alla necessità di uscire dalla pura sopravvivenza, ma altre sono reazioni eretiche al feticismo della merce e la religione del denaro”.
Torniamo da questo seminario con nuove domande e con la consapevolezza che le soluzioni probabilmente non si trovano in un unica ricetta. Esteva ci ricorda che “la nostra proposta è vaga e disarticolata”, ma ci ha mostrato come l'indignazione verso questo sistema si sta espandendo.
C'è solo da continuare, a lottare, a costruire, non da soli ma con i tanti e diversi che dappertutto vogliono un futuro diverso e di dignità.

A cura di Associazione Ya Basta
Articolo redatto da Daniele Fini e Annalisa Vanni

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domenica 13 novembre 2011

Messico - Prigionieri in Chiapas terminano lo sciopero della fame, ma continua la lotta per la loro liberazione


Indigeni dell’Altra Campagna
trasferiscono la protesta e bloccano le strade


 
 
 
 
 
10 / 11 / 2011

Tratto da La Jornada - Martedi 08 novembre 2011

Hermann Bellinghausen. Inviato. San Cristóbal de las Casas, Chis., 7 novembre.
A quasi 40 giorni di sciopero della fame, e di fronte alla sistematica assenza di risposte da parte del governo del Chiapas, i detenuti hanno deciso di sospendere l’azione per il rischio in cui erano le loro vite, ed il presidio dei familiari degli indigeni ha trasferito la sua protesta alle porte della prigione di questo municipio.
Oggi, a mezzogiorno circa, decine di indigeni hanno bloccato la strasa San Cristóbal-Ocosingo, di fronte al Carcere N. 5.
Su un grande striscione che occupava la carreggiata, dietro una linea di rami di pino, si riassume la domanda chiave: “Libertà immediata per i nostri prigionieri”.
Gli otto reclusi della Voz del Amate, Voces Inocentes e Solidarios de la Voz del Amate, aderenti all’Altra Campagna, hanno fatto sapere i motivi della loro nuova azione. Hanno decio ieri sera e questa mattina l’hanno resa pubblica. Ciò nonostante, il governo statale si è affrettato a diffondere la notizia lasciando intendere l’esistenza di un qualche accordo. Facciamo dire, per esempio, a Juan Collazo Jiménez, che partecipa alla protesta, che questa mattina è stato punito con la cella di isolamento, nudo, dal comandante della prigione di Motozintla, come ha denunciato suo padre, Salvador Collazo. “Adesso non sei più in sciopero”, gli hanno detto.
Il motivo per cui i detenuti hanno sospeso lo sciopero sono altre: “Per le complicazioni delle nostre condizioni di salute fisica dovute ai 39 giorni di sciopero della fame per esigere giustizia, mentre il governo ha ignorato le nostre richieste e le istanze del popolo, comunichiamo che ieri 6 novembre alle ore 20:00, a causa della gravità delle nostre condizioni di salute prima che si arrivasse all’irreparabile, abbiamo sospeso lo sciopero della fame, ma non vuole dire che desisteremo dalla lotta; al contrario, lotteremo con più forza fino a vincere questo sistema”.
E precisano: “Abbiamo desistito perché alcuni compagni stanno molto male ma non abbiamo sospeso lo sciopero della fame in cambio di quello che dice il governo, perché noi continueremo a lottare in vita, perché finché c’è vita ci sarà la possibilità di lottare per la giustizia e il benessere di tutti, ma non lo faremo come vorrebbe il malgoverno, continueremo invece ad esortare il governo ad intervenire al più presto per la nostra liberazione, per ridarci la libertà che ci il governo ci ha rubato”.
I reclusi del Carcere N. 5 insistono anche sulla liberazione di Collazo Jiménez ed Enrique Gómez Hernández, anche loro in sciopero a El Amate.
“Esortiamo inoltre il governo federale di Felipe Calderón Hinojosa ad agire per la liberazione immediata del compagno Alberto Patishtán Gómez, prigioniero politico della Voz del Amate”.
Infine, invitano le organizzazioni nazionali ed internazionali che li hanno appoggiati “a continuare a chiedere giustizia, perché la nostra lotta non è finita”.
Alle ore17 il blocco è stato tolto dagli stessi indigeni, che per tutto il giorno sono stati controllati, ad una certa distanza, dai veicoli della polizia statale e municipale, che non è intervenuta.
Questa notte, al presidio ancora in corso delle famiglie nella piazza della cattedrale, si discuteva sui passi da fare di fronte all’indifferenza del governo ed al “il tentativo di divisione che ha messo in atto annunciando di voler rivedere i casi di solo otto dei detenuti in sciopero, visto che sono 11; non cita Juan Collazo, Enrique Gómez né il professor Alberto Patishtán”.
Oggi è partita dal Chiapas per Guasave, Sinaloa, una commissione di familiari ed avvocati per fare visita al professore nella prigione federale, dove è in isolamento da due settimane fa, ha informato sua figlia Gabriela Patishtán Ruiz.

(Traduzione “Maribel” - Bergamo)
leggi la lettera dei prigionieri politici che annunciano la fine dello sciopero della fame su Enlace Zapatista 

lunedì 24 ottobre 2011

MESSICO – STATO SOTTO PROCESSO

Messico – Stato sotto processo

E' iniziata oggi l'attività del tribunale permanente dei popoli in Messico
In una sala gremita da alcune centinaia di persone, nell'Università Autonoma di Città del Messico, è stato presentato oggi l'inizio delle attività del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) in Messico. Per i prossimi tre anni raccoglierà in tutto il paese testimonianze a riguardo delle violazioni dei diritti fondamentali degli individui e dei popoli.
Il TPP è stato costituito a fine anni '70, dopo l'esperienza del tribunale Russel che indagò i crimini nordamericani commessi in Vietnam e delle dittature latinoamericane, ed in questi anni ha indagato numerosi casi di violazioni da parte di stati e multinazionali. Si dichiara un organo indipendente a livello intellettuale e politico, composto da numerose personalità di riconosciuta autorità morale provenienti da molti paesi, ed il suo scopo è di denunciare all'opinione pubblica mondiale gli autori di gravi violazioni dei diritti fondamentali. Il suo modo di funzionare è come quello di un normale tribunale; interviene dopo che è stata richiesta la sua presenza, raccoglie informazioni e prove, e infine emana un verdetto. E' giunto oggi in Messico, dopo che nel 2010 decine di organizzazioni sociali del paese ne hanno chiesto l'intervento.

mercoledì 12 ottobre 2011

Chiapas: familiari dei prigionieri politici in sciopero della fame sottoposti a continue minacce


Dall’8 ottobre i familiari di alcuni prigionieri politici aderenti alla Otra Campaña si trovano in presidio permanente nella piazza principale di San Cristóbal de Las Casas (Chiapas). Sono circa quindici persone, tra loro molti bambini, che resistono giorno e notte malgrado le continue piogge e il freddo di questi giorni. Il presidio permanente è in appoggio alle richieste dei loro cari detenuti, che si trovano in sciopero della fame dal 29 di settembre, esigendone l’immediato rilascio. Queste persone si trovano in carcere ingiustamente e sulla base di false accuse: il vero scopo del Governo del Chiapas è intimidire e mettere a tacere, attraverso la detenzione o la minaccia di detenzione, le proteste di chi lotta contro le sue politiche.
I familiari dei prigionieri politici stanno ricevendo continue minacce di sgombero. Il motivo principale è che lunedì 17 ottobre, in un tendone allestito nella stessa piazza, inizierà il Vertice Internazionale sul Turismo d’Avventura, che porterà persone di tutto il mondo a San Cristóbal de Las Casas. Il centro della città è stato completamente restaurato in vista di questo incontro, e difficilmente il Governo permetterà che i familiari dei prigionieri politici rovinino la bella festa con la loro presenza.
Per maggiori informazioni: http://chiapas.mediosindependientes.org/

mercoledì 5 ottobre 2011

Messico - Javier Sicilia in appoggio alle basi zapatiste

Il movimento di Javier Sicilia esprime il suo sostengo alle basi zapatiste

Messico - Javier Sicilia in appoggio alle basi zapatiste.
Articolo de La Jornada del 9 ottobre
di Hermann Bellinghausen

 
 
 
Javier Sicilia ha espresso “sostegno morale e politico a tutte le basi di appoggio zapatiste” da parte del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD).
In un messaggio letto questa mattina dalla Commissione Azioni di Resistenza del MPJD, in conferenza stampa, Sicilia ha dichiarato: “Durante la nostra visita in Chiapas, con la Carovana del Sud, in settembre scorso, siamo stati informati delle minacce e delle aggressioni contro le basi di appoggio zapatiste, ed in particolare della comunità di San Patricio, municipio autonomo La Dignidad, corrispondente al municipio ufficiale di Sabanilla”.

giovedì 2 giugno 2011

Messico Dal Subcomandante Marcos: Lettera al Movimiento Ciudadano por la Justicia 5 de Junio.


ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
Messico, Giugno 2011

“El dolor nos recuerdaQue podemos ser buenos,Que alguien mejor nos habita,Que corre en noble sentido el río de las lágrimas.
Dolor llamamos al envés de la hoja de la risa,
A la tiniebla que queda al otro lado de la estrella
Que en tu frente tenía apacible nombre
Y orientaba nuestros pasos día a día.
Dolor es el combustible con que arde
La llama de recuerdos que ilumina
Una noche del olvido derrotado
Por el rayo de tu risa al revolar.
Dolor se llama el duelo
De vivir por tu memoria.”
Frammento di “49 Globos”.Juan Carlos Mijangos Noh.

Al: MOVIMIENTO CIUDADANO POR LA JUSTICIA 5 DE JUNIO, ai familiari dei bambini e delle bambine morti e feriti all’Asilo ABC il 5 giugno del 2009, ed a tutti coloro solidali con la loro lotta.
Hermosillo, Sonora, Messico.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.
Chiapas, Messico.

Scrivo a nome delle donne, uomini, anziani e bambini dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, per salutarvi ed esprimere il nostro rispetto ed ammirazione per la vostra degna lotta.
Non è facile tirar fuori parole dal dolore, noi lo sappiamo.
E dalla rabbia?
Dal sapere che i malgoverni ignorano di proposito il reclamo di giustizia?
Dal vedere come si manipola il calendario per simulare giustizia e per calcolare che la dimenticanza coprirà la morte? La morte assurda di 49 piccoli e le decine di feriti, bimbi senza altra colpa se non quella di essere nati in un paese dove il governo ha unito il nepotismo alla corruzione e all’impunità.
Poco o niente possiamo aggiungere a quello che le vostre degne parole hanno denunciato su quanto accaduto: la disgrazia che si abbatte su chi né l’aspettava né la meritava; l’irresponsabilità che l’ha favorita; la complicità di governi, legislatori e giudici; il continuo rimandare l’indagine approfondita. Ed i nomi e le immagini delle bambine e dei bambini, le azioni e le mobilitazioni per onorarli nel modo migliore, cioè, chiedendo la punizione dei responsabili, la giustizia per le vittime e l’adozione di misure che impediscano che la tragedia si ripeta.
Abbiamo saputo di tutto questo e di altro dalla vostra pagina internet (http://www.movimiento5dejunio.org ) e dal libro “Siamo noi i colpevoli” di Diego Enrique Osorno, che ricostruisce il rompicapo della tragedia.
La morte di una bambina, di un bambino, è sempre sproporzionata. Investe e distrugge tutto quanto le sta intorno. Ma quando questa morte è seminata e coltivata dalla negligenza e dall’irresponsabilità di governi che hanno trasformato l’inettitudine in affare, qualcosa di molto profondo scuote il cuore collettivo che in basso fa girare la pesante ruota della storia.
Dunque le domande crescono: perché? chi sono i responsabili? che cosa si fa affinché mai più si ripeta questa tragedia?
Ed è stato lil vostro impegno ciò che ci ha dato le risposte. Perché dall’alto abbiamo visto solo disprezzo, scherno, simulazioni e bugie.
La bugia è sempre un oltraggio, ma quando dal Potere si trama per nascondere a familiari ed amici, è una vergogna.
Là in alto non si sono pentiti. Non lo faranno. Invece di onorare i bimbi morti nell’unico modo che sarebbe loro permesso, cioè, attraverso la giustizia, continuano nei loro giochi di guerra dove loro vincono e tutti perdono.
Perché non è rassegnazione davanti alla morte quello che si predica da lassù. Quello che vogliono è il conformismo di fronte all’irresponsabilità che ha bruciato e ferito quelle vite.
Lontani come siamo, per calendario e geografia, non mandiamo parole di conformismo né di rassegnazione. Non solo perché né l’uno né l’altro possono far fronte alle conseguenze di questo crimine che ora compie 2 anni. Ma anche, e soprattutto, perché la vostra lotta ci suscita rispetto ed ammirazione per la vostra causa, per il vostro agire ed il vostro impegno.
Là in alto dovrebbero sapere che unisce non solo il dolore, ma anche l’esempio di lotta tenace che si muove in quel dolore.
Perché voi, uomini e donne portati dalla disgrazia in questa lotta, siete esseri straordinari che risvegliano la speranza in molti angoli del nostro paese e del pianeta.
Come sono straordinari quegli uomini e quelle donne che di nuovo, nella Carovana per la Pace con Giustizia e Dignità, ricordano a chi malgoverna, ai criminali ed al paese intero, che è una vergogna non fare niente quando la guerra si impossessa di tutto.
Da uno di questi angoli, dalle terre indigene del Chiapas, le zapatiste, gli zapatisti, vi guardiamo dal basso, sapendo che il dolore ingigantisce anche i passi se sono degni.
E queste righe che ora vi scriviamo, sono animate solo dal desiderio di dirvi una cosa:
Benedetto il sangue che ha dato la vita a queste bambine e bambini, e maledetto il sangue di chi gliel’ha tolta.
E dirvi di contare su di noi che, benché lontani e piccoli, riconosciamo la grandezza di chi sa che la giustizia si ottiene solo con la memoria e mai con la rassegnazione.
Forse un giorno verrete in queste terre. Qua troverete un cuore scuro che vi abbraccerà, orecchie attente per ascoltare, ed una storia pronta ad imparare da voi.
Perché le grandi lezioni, quelle che cambiano il cammino della storia, vengono esattamente dalle persone che, come voi e coloro che ora marciano, fanno della memoria la strada per crescere.
Con voi, e con chi ora marcia, potremo allora, insieme, voi, loro, noi, pronunciare parole dove il dolore sia una cicatrice che ci ricordi e ci impegni a che mai più si ripeta la disgrazia, e che finalmente termini il sanguinoso carnevale con cui in alto festeggiano l’impunità e la vergogna.
Mentre tutto questo accade, da qua continueremo ad ascoltarvi e ad imparare da voi.
Vale. Salute e che finalmente la giustizia avanzi in basso.
Dalle montagne del Sudeste Messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Giugno 2011
Versione originale in Enlace Zapatista
(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

Links Utili:
Movimiento 5 de junio
Enlace Zapatista

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lunedì 2 maggio 2011

COMUNICATO EZLN


LA CAMPAGNA MILITARE PSICOTICA DI FELIPE CALDERÓN HINOJOSA, CHE HA TRASFORMATO LA LOTTA CONTRO IL CRIMINE IN UN ARGOMENTO TOTALITARIO PER, PREMEDITATAMENTE, GENERALIZZARE LA PAURA IN TUTTO IL PAESE, AFFRONTA ORA LE VOCI DEGNE ED ORGANIZZATE DEI FAMILIARI DELLE VITTIME DI QUESTA GUERRA.
L'EZLN PARTECIPA ALLE MOBILITAZIONI ...
Subcomandante Marcos - Aprile 2011

Compañer@sLes enviamos un video de 8'07'' sobre la marcha del Ejército Zapatista de Liberación Nacional, del 7 de mayo de 2011, en el marco del llamado a la movilización realizado por el poeta Javier Sicilia.
Para ver el video, hacer click acá: http://vimeo.com/23479770

Con un comunicato l'EZLN torna a mobilitarsi pubblicamente e sarà in piazza il 7 maggio a San Cristobal mentre nel resto del paese si terranno marce e mobilitazioni contro la violenza della guerra al narcotraffico.
Per saperne di più:
Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno EZLNhttp://www.yabasta.it/spip.php?article1518
Lettera del Subcomandante Marcor a Javier Siciliahttp://www.yabasta.it/spip.php?article1517
Articolo sulla mobilitazione lanciata da Javier Sicilia in Messico dopo la morte del figliohttp://www.yabasta.it/spip.php?article1519
Gli zapatisti sono sempre stati per noi un legame ed un riferimento profondo per cambiare il mondo a partire dall'autonomia e l'autogoverno.
Per questo l'Associazione Ya Basta vi invita:
Padova - Domenica 15 maggioore 18.00 presso il CSO Pedro Via Ticino
Incontro pubblico con Javier Elorriaga della Rivista Rebeldia
La Rivista Rebeldia accompagna da sempre la lotta zapatista
L'incontro è un occasione unica per capire cosa sta succedendo in Messico e cosa stanno facendo gli zapatisti.
L'iniziativa si inserisce nella Critical Book Wine da giovedì 12 al 15 maggio presso il CSO Pedrohttp://www.globalproject.info/it/produzioni/Padova-12-15-Maggio-Critical-Book-Wine-Cso-Pedro/8211

giovedì 17 febbraio 2011

Messico - A dieci anni dalla Marcia del Colore della Terra


Messico - A dieci anni dalla Marcia del Colore della Terra
di
Vilma Mazza

5 / 3 / 2011


Nel marzo 2001 dal Chiapas parte la Marcia del Colore della Terra che porterà una delegazione dell'Ezln fino a Città del Messico. Le tappe della carovana attraversano tutto il Messico per portare la domanda di riconoscimento dell'autonomia fino al Parlamento.
L’immagine delle migliaia di basi d’appoggio lungo la strada di San Cristóbal de Las Casas nella nebbia dell’alba che salutano la corriera con i comandanti in partenza per la capitale insieme a tutti noi “internazionali”, penso sia qualcosa che non dimenticherò facilmente. Un saluto dietro cui c’era una scommessa collettiva: il mettersi in gioco per parlare a molti, per partire dalle proprie comunità, dal proprio vissuto per affrontare altri mondi ed altre realtà. Per mettere a disposizione la propria resistenza perché intorno ed oltre ad essa si possa costruire qualcosa di più grande, qualcosa comune.
La marcia del colore della terra per tutti noi nel 2001 era profondamente connessa con la strada del movimento “no global” e quello che di lì a pochi mesi sarebbe stato l’appuntamento delle giornate di Genova.
Avevamo scelto di essere in tanti in Messico con le nostre tutte bianche per dare corpo ad un percorso che ci avrebbe portato nelle giornate genovesi a costruire un cammino comune per disobbedire ad un ordine globale rappresentato dai grandi della terra e dei loro vertici blindati e per affrontare la violenza che ha ucciso il nostro compagno Carlo Giuliani.
Da allora ad oggi sono passati 10 anni di grandi cambiamenti. Viviamo nel tempo della crisi globale, una crisi che è al tempo stesso economica, ambientale, sociale, una crisi senza sviluppo. Viviamo il tempo della violenza di un sistema che tenta di utilizzare la crisi per riprodurre un sistema che garantisca sempre più a chi ha già e sempre più precarietà per tutti.
Se devo riflettere su quello che la marcia del colore della terra ci ha lasciato utile per oggi penso si debba partire da quello che di profondo la marcia è stata: la scelta di mettersi in gioco a partire dalla propria specificità e di porsi il problema della necessità di affrontare una idea generale della società. La consapevolezza che non può esserci nessuna dimensione specifica o soluzione specifica che non costruisce un comune nuovo per tutti.
Dal Chiapas ogni tappa della marcia è stata il modo per incontrarsi e riflettersi e riflettere con altri, altri per colore, per collocazione, per storia di sfruttamento ma anche di ribellione. Tappa dopo tappa conoscevamo una storia del Messico dal basso che nessun libro di storia racconta.
Ed è quello che oggi ancora continuiamo a fare ed a ricercare nella convinzione che nessuno di noi è autosufficiente, che nessuna delle nostre storie da sola costruisce il grimaldello del cambiamento ma solo la forza della ricerca di un comune nuovo che sia resistenza e opposizione e contemporaneamente costruzione di alternativa, può dar vita al mondo diverso che dobbiamo costruire.
La marcia ci parlava e ci parla della necessità di affrontare le sfide, di abbandonare le nostre roccaforti e sicurezze per stringere nuove mani con l’aspirazione di costruire con migliaia di uomini e donne, un futuro diverso nell’ Europa che guarda al Mar Mediterraneo. Allora in quella mattina di nebbia alla partenza da San Cristóbal nessuno sapeva cosa sarebbe successo ma siamo partiti e questo si tratta di fare continuamente: non avere paura di mettersi in cammino perché il cammino si fa camminando.
Speciale in Desenformemonos
Articolo di Angel Luis Lara
Links Utili:
Desenformemonos
Associazione Ya Basta

mercoledì 16 febbraio 2011

EZLN - La guerra di Calderón produrrà migliaia di morti e lauti guadagni economici

15 / 2 / 2011
Marcos discute su chi beneficerà di questo affare e a quale cifra ammonta

Se la guerra di Felipe Calderón Hinojosa (benché si sia cercato, invano, di addossarla a tutti i messicani) è un commercio (e lo è), manca la risposta alla domanda per chi o quale è l’affare, e a che cifra ammonta, perché non è poco quello che è in gioco, sostiene il subcomandante Marcos in uno scritto sulla guerra del Messico dell’alto, diffuso oggi.
Da questa guerra non solo ne verranno migliaia di morti e lucrosi guadagni economici. Ma anche, e soprattutto, ne verrà una nazione irrimediabilmente distrutta, spopolata, spezzata, avverte il capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN): La nostra realtà nazionale è invasa dalla guerra, per il resto persa dal governo perché concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, ma ad un problema di mancanza di legittimità. Questa guerra ora distrugge l’ultima cosa che rimane di una nazione: il tessuto sociale.
L’esperienza bellica non solo non è più lontana per chi era abituato a vederla in geografie o calendari distanti, ma incomincia a governare le decisioni e le indecisioni di chi pensava che i conflitti stavano solo nei notiziari e nei documentari di luoghi lontani come Iraq, Afghanistan o Chiapas.
Scambio epistolare
Marcos sottolinea che la guerra si svolge ora in tutto il Messico. Grazie al patrocinio di Calderón Hinojosa non dobbiamo ricorrere alla geografia del Medio Oriente per riflettere criticamente sulla guerra, dice al filosofo Luis Villoro come parte di uno scambio epistolare in corso su etica e politica: Non è più necessario ripercorrere il calendario fino al Vietnam, Playa Girón, sempre la Palestina. E non cito il Chiapas e la guerra contro le comunità indigene zapatiste, perché si sa che non sono più di moda.
Per questo, aggiunge il capo zapatista, “il governo dello stato del Chiapas ha speso un mucchio di soldi per far sì che i media non lo collochino sull’orizzonte della guerra, ma dei ‘progressi’ nella produzione di biodiesel, nel ‘buon’ trattamento degli emigranti, dei ‘risultati’ in agricoltura ed altre storielle ingannevoli passate a comitati di redazione che firmano come proprie le veline governative povere di forma e contenuti”.
L’irruzione della guerra nella vita quotidiana del Messico attuale non arriva da un’insurrezione, né da movimenti indipendentisti o rivoluzionari. Secondo il subcomandante Marcos, viene, come tutte le guerre di conquista, dal Potere. E questa guerra ha in Felipe Calderón Hinojosa il suo iniziatore e promotore istituzionale (e vergognoso).
Calderón “si è impossessato della titolarità dell’esecutivo federale per le vie di fatto”, ma non si è accontentato del supporto mediatico ed è dovuto ricorrere a qualcosa di più per distrarre l’attenzione ed eludere la massiccia messa in discussione della sua legittimità: la guerra. Questo ha suscitato la sfiducia timorosa degli industriali messicani, l’entusiasta approvazione degli alti comandi militari ed il caloroso plauso di chi realmente comanda: il capitale straniero.
La critica a questa catastrofe nazionale chiamata “guerra contro il crimine organizzato”, riflette Marcos, dovrebbe essere completata da un’analisi approfondita dei suoi sostenitori economici. Non mi riferisco solo al vecchio assioma che in epoche di crisi e di guerra aumenta il consumo superfluo. Nemmeno “agli incentivi che ricevono i militari (in Chiapas, gli alti comandi militari ricevevano, o ricevono, un salario extra del 130% per essere in ‘zona di guerra’)”. Bisognerebbe cercare anche tra le licenze, i fornitori ed i crediti internazionali che non rientrano nella cosiddetta “Iniciativa Mérida”.
Ricorrendo a fonti d’inchieste giornalistiche e cifre ufficiali, il comandante ribelle rileva che nei primi quattro anni della guerra contro il crimine organizzato, gli enti governativi incaricati (Segreteria della Difesa Nazionale, Marina e Pubblica Sicurezza – SSP – e Procura Generale della Repubblica) hanno ricevuto dal Bilancio di Spesa della Federazione una somma superiore a 366 mila milioni di pesos (circa 23 miliardi di Euro al cambio attuale).
Il capo ribelle tira fuori cifre inquietanti: Nel 2010 un soldato semplice federale guadagnava circa 46.380 pesos l’anno (2.852 Euro); un generale di divisione 1 milione 603 mila 80 pesos l’anno (98.575 Euro), ed il Segretario della Difesa Nazionale percepiva redditi per 1.859.712 pesos (114.317 Euro). Con il bilancio bellico totale del 2009 (113 mila milioni di pesos per i 4 enti – 6.948.820.000 Euro) si sarebbero potuti pagare i salari annui di 2 milioni e mezzo di soldati semplici; o di 70.500 generali di divisione; o di 60.700 titolari della Segreteria della Difesa Nazionale.
Ovviamente, non tutto quello che è a bilancio viene speso per stipendi e prestazioni. C’è bisogno di armi, attrezzature, munizioni… perché quelle a disposizione non servono più o sono obsolete, aggiunge nell’analisi. “Lasciamo da parte la domanda ovvia di come è stato possibile che il capo supremo delle forze armate, Felipe Calderón Hinojosa, si lanciasse in una guerra (“di lungo respiro”, dice lui) senza avere le condizioni materiali minime per sostenerla, non diciamo per ‘vincerla’..”
Per il subcomandante zapatista, “il principale promotore di questa guerra è l’impero delle torbide stelle e strisce (a conti fatti, in realtà gli unici complimenti ricevuti da Felipe Calderón Hinojosa sono arrivati dal governo nordamericano)”. Stando così le cose, gli Stati Uniti vinceranno con questa guerra locale? La risposta è sì, sostiene.
Lasciando da parte i guadagni economici e gli investimenti monetari in armi, munizioni e equipaggiamenti, il risultato è la distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino geopolitico che li favorisce.
Marcos lamenta che la guerra (persa dal governo perché concepita non come la soluzione ad un problema di insicurezza, ma ad un problema di mancanza di legittimità), sta distruggendo l’ultima cosa che rimane di una nazione: il tessuto sociale. E questo, per il potere statunitense, è l’obiettivo da raggiungere.
Ritiene che ad ogni passo di questa guerra, per il governo federale è sempre più difficile spiegare dove stia il nemico. E questo non solo perché i mezzi di comunicazione di massa sono stati superati dalle forme di scambio di informazioni della gran parte della popolazione (non solo, ma anche dalle reti sociali e dalla telefonia mobile); ma anche e, soprattutto, perché il tono della propaganda governativa è passata dal tentativo di inganno allo scherzo. Nello stesso tempo, le “rivelazioni di Wikileaks sulle opinioni dell’alto comando statunitense circa le ‘deficienze’ dell’apparato repressivo messicano (la sua inefficienza ed il suo connubio con la criminalità) non sono nuovi”.
Fin dall’origine, questa guerra non ha una fine ed è persa, perché non ci sarà un vincitore messicano (a differenza del governo, il potere straniero ha sì un piano per per ricostruire / riordinare il territorio), e lo sconfitto sarà l’ultimo angolo dello Stato Nazionale agonizzante: le relazioni sociali che, dando identità comune, sono la base di una nazione. In conclusione, l’identità collettiva del Messico sta per essere distrutta e soppiantata da un’altra.
La versione completa di questo passaggio dello scritto Sopra le Guerre si trova on-line.
Su Enlace Zapatista
Testo originale su La Jornada

giovedì 27 gennaio 2011

NEWS - COMUNICATO DEL CCRI-CG DEL EZLN sulla morte del vescovo don Samuel Ruiz.


COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDO GENERALE DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE



Al Popolo Del Messico:
Il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale esprime il suo cordoglio per la morte del Vescovo Emerito Don Samuel Ruiz García.
Nell’EZLN militano persone di diversi credi religiosi e non credenti, ma la statura umana di questo uomo (e di chi, come lui, cammina dalla parte degli oppressi, degli sfruttati, dei disprezzati) ci induce ad esprimere la nostra parola.
Anche se non sono state poche né superficiali le differenze, i disaccordi e le distanze, oggi vogliamo rimarcare l’impegno ed il percorso che non sono solo di un individuo, bensì di tutta una corrente all’interno della Chiesa Cattolica.
Don Samuel Ruiz García non si è distinto solo per un cattolicesimo praticato tra e con i diseredati, con la sua squadra ha formato anche una generazione di cristiani impegnati in questa pratica della religione cattolica. Non solo si è preoccupato per la grave situazione di miseria ed emarginazione dei popoli originari del Chiapas, ma ha anche lavorato, insieme all’eroica squadra pastorale, per migliorare quelle condizioni di vita e morte.
Quello che i governi di proposito hanno dimenticato per coltivare la morte, si è fatto memoria di vita nella diocesi da San Cristóbal de Las Casas.
Don Samuel Ruiz García e la sua squadra non solo si sono impegnati per raggiungere la pace con giustizia e dignità per gli indigeni del Chiapas, ma hanno inoltre rischiato e rischiano la loro vita, libertà e beni in questo cammino ostacolato dalla superbia del potere politico.
Già da molto prima della nostra sollevazione del 1994, la Diocesi di San Cristóbal ha subito la persecuzione, gli attacchi e le calunnie dell’Esercito Federale e dei governi statali di turno.
Almeno da Juan Sabines Gutiérrez (ricordato per il massacro di Wolonchan nel 1980) e passando per il Generale Absalón Castellanos Domínguez, Patrocinio González Garrido, Elmar Setzer M., Eduardo Robledo Rincón, Julio César Ruiz Ferro (uno degli autori del massacro di Acteal nel 1997) e Roberto Albores Guillén (già noto come “el croquetas“), i governatori del Chiapas hanno perseguitato chi nella diocesi di San Cristóbal si opponeva ai loro massacri ed alla gestione dello Stato come fosse una tenuta porfirista.
Dal 1994, durante il suo lavoro nella Commissione Nazionale di Intermediazione (CONAI) in compagnia delle donne e degli uomini che formavano quell’istanza di pace, Don Samuel ricevette pressioni, vessazioni e minacce, compreso attentati contro la sua vita da parte del gruppo paramilitare mal chiamato “Paz y Justicia”.
E come presidente della CONAI Don Samuel, nel febbraio del 1995, subì anche una minaccia di arresto.
Ernesto Zedillo Ponce de León, come parte di una strategia di distrazione (tale e quale come ora) per occultare la grave crisi economica nella quale lui e Carlos Salinas de Gortari avevano sprofondato il paese, riattivò la guerra contro le comunità indigene zapatiste.
Mentre lanciava una grande offensiva militare contro l’EZLN (peraltro fallita), Zedillo attaccava la Commissione Nazionale di Intermediazione.
Ossessionato dall’idea di distruggere Don Samuel, l’allora presidente del Messico, ed ora impiegato delle multinazionali, approfittò dell’alleanza che, sotto la tutela di Carlos Salinas de Gortari e Diego Fernández de Cevallos, si era stretta tra il PRI ed il PAN.
In quelle date, in una riunione con la cupola ecclesiale cattolica, l’allora Procuratore Generale della Repubblica, il panista e fanatico dello spiritismo e della stregoneria più volgare, Antonio Lozano Gracia, brandì di fronte a Don Samuel Ruiz García un documento con il mandato di cattura nei suoi confronti.
E si racconta che il procuratore laureato in Scienze Occulte fu affrontato dagli altri vescovi, tra loro Norberto Rivera, chi si alzarono in difesa del titolare della Diocesi di San Cristóbal.
L’alleanza PRI-PAN (alla quale si uniranno poi in Chiapas il PRD ed il PT) contro la Chiesa Cattolica progressista non si è fermata lì. Dai governi federale e statale si sono favoriti attacchi, calunnie ed attentati contro i membri della Diocesi.
L’Esercito Federale non è rimasto indietro. Mentre finanziava, addestrava ed equipaggiava i gruppi paramilitari, si diffondeva la tesi che la Diocesi seminava la violenza.
La tesi di allora (e che oggi è ripetuta da idioti della sinistra da scrivania) era che la Diocesi aveva formato le basi ed i quadri della direzione dell’EZLN.
Un segno dell’ampia dimostrazione di questi argomenti ridicoli si ebbe quando un generale mostrò un libro come prova del legame tra la Diocesi ed i “trasgressori della legge”.
Il titolo del libro incriminante è “Il Vangelo secondo Marco”.
Oggigiorno quegli attacchi non sono cessati.
Il Centro dei Diritti Umani “Fray Bartolomé de Las Casas” riceve continuamente minacce e persecuzioni.
Oltre ad essere stato fondato da Don Samuel Ruiz García e di essere di ispirazione cristiana, il “Frayba” ha come “aggravante” il credere nell’Integrità ed Indivisibilità dei Diritti Umani, nel rispetto della diversità culturale e nel diritto alla Libera Determinazione, nella giustizia integrale come requisito per la pace, e nello sviluppo di una cultura del dialogo, tolleranza e riconciliazione, nel rispetto della pluralità culturale e religiosa.
Niente di più fastidioso di questi principi.
E questa molestia arriva fino al Vaticano, dove si opera per dividere in due la diocesi di San Cristóbal de Las Casas, in modo da diluire l’opzione per, tra e con i poveri, nel conformismo che lava le coscienze col denaro. Approfittando del decesso di Don Samuel, si riattiva questo progetto di controllo e divisione.
Perché là in alto sanno che l’opzione per i poveri non muore con Don Samuel. Vive ed agisce in tutto quel settore dalla Chiesa Cattolica che ha deciso di essere coerente con quello che predica.
Nel frattempo, la squadra pastorale, e specialmente i diaconi, ministri e catechisti (indigeni cattolici delle comunità) subiscono le calunnie, gli insulti e gli attacchi dei neo-amanti della guerra. Il Potere rimpiange i suoi giorni di dominio e vede nel lavoro della Diocesi un ostacolo al ripristino del suo regime di forca e coltello.
La grottesca sfilata di personaggi della vita politica locale e nazionale davanti al feretro di Don Samuel non è per onorarlo, ma per verificare, con sollievo, che è morto; ed i mezzi di comunicazione locali esprimono falso cordoglio ma in realtà festeggiano.
Al di sopra di tutti gli attacchi e cospirazioni ecclesiali, Don Samuel Ruiz García e le/i cristian@ come lui, hanno avuto, hanno ed avranno un posto speciale nel cuore scuro delle comunità indigene zapatiste.
Ora che è di moda condannare tutta la Chiesa Cattolica per i crimini, gli eccessi, le commistioni ed omissioni di alcuni dei suoi prelati…
Ora che il settore che si autodefinisce “progressista” si sollazza a si fa scherno della Chiesa Cattolica tutta…
Ora che si incoraggia a vedere in ogni sacerdote un pederasta potenziale o attivo…
Ora sarebbe bene tornare a guardare in basso e trovare lì chi, come prima Don Samuel, ha sfidato e sfida il Potere.
Perché qust@ cristiani credono fermamente che la giustizia deve regnare anche in questo mondo.
E così lo vivono, e muoiono, in pensieri, parole ed opere.
Perché sebbene sia vero che nella Chiesa Cattolica ci sono i Marciales e gli Onésimos, c’erano e ci sono anche i Roncos, Ernestos, Samueles, Arturos, Raúles, Sergios, Bartolomés, Joeles, Heribertos, Raymundos, Salvadores, Santiagos, Diegos, Estelas, Victorias, e migliaia di religios@ e secolari che, stando dalla parte della giustizia e della libertà, stanno dalla parte della vita.
Nell’EZLN, cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, oggi non solo onoriamo la memoria di Don Samuel Ruiz García.
Salutiamo anche, e soprattutto, l’impegno conseguente de@ cristian@ e credenti che in Chiapas, in Messico e nel Mondo, non si rifugiano nel silenzio complice di fronte all’ingiustizia, né restano immobili di fronte alla guerra.
Don Samuel se ne va, ma rimangono molte altre, molti altri che, in e per la fede cattolica cristiana, lottano per un mondo terreno più giusto, più libero, più democratico, cioè, per un mondo migliore.
Salute a loro, perché anche dalle loro pene nascerà il domani.
LIBERTÀ!
GIUSTIZIA!
DEMOCRAZIA!
Dalle montagne del Sudest Messicano. Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN
Tenente Colonnello Insurgente Moisés - Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 26 gennaio 2011
Versione originale
COMUNICADO DEL COMITÉ CLANDESTINO REVOLUCIONARIO INDÍGENA-COMANDANCIA GENERAL DEL EJÉRCITO ZAPATISTA DE LIBERACIÓN NACIONAL. MÉXICO.
ENERO DEL 2011.
AL PUEBLO DE MÉXICO:
El Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional manifiesta su pesar por la muerte del Obispo Emérito Don Samuel Ruiz García.
En el EZLN militan personas con diferentes credos y sin creencia religiosa alguna, pero la estatura humana de este hombre (y la de quienes, como él, caminan del lado de los oprimidos, los despojados, los reprimidos, los despreciados), llama a nuestra palabra.
Aunque no fueron pocas ni superficiales las diferencias, desacuerdos y distancias, hoy queremos remarcar un compromiso y una trayectoria que no son sólo de un individuo, sino de toda una corriente dentro de la Iglesia Católica.
Don Samuel Ruiz García no sólo destacó en un catolicismo practicado en y con los desposeídos, con su equipo también formó toda una generación de cristianos comprometidos con esa práctica de la religión católica. No sólo se preocupó por la grave situación de miseria y marginación de los pueblos originarios de Chiapas, también trabajó, junto con heroico equipo de pastoral, por mejorar esas indignas condiciones de vida y muerte.
Lo que los gobiernos olvidaron propositivamente para cultivar la muerte, se hizo memoria de vida en la diócesis de San Cristóbal de Las Casas.
Don Samuel Ruiz García y su equipo no sólo se empeñaron en alcanzar la paz con justicia y dignidad para los indígenas de Chiapas, también arriesgaron y arriesgan su vida, libertad y bienes en ese camino truncado por la soberbia del poder político.
Incluso desde mucho antes de nuestro alzamiento en 1994, la Diócesis de San Cristóbal padeció el hostigamiento, los ataques y las calumnias del Ejército Federal y de los gobiernos estatales en turno.
Al menos desde Juan Sabines Gutiérrez (recordado por la masacre de Wolonchan en 1980) y pasando por el General Absalón Castellanos Domínguez, Patrocinio González Garrido, Elmar Setzer M., Eduardo Robledo Rincón, Julio César Ruiz Ferro (uno de los autores de la matanza de Acteal en 1997) y Roberto Albores Guillén (más conocido como “el croquetas”), los gobernadores de Chiapas hostigaron a quienes en la diócesis de San Cristóbal se opusieron a sus matanzas y al manejo del Estado como si fuera una hacienda porfirista.
Desde 1994, durante su trabajo en la Comisión Nacional de Intermediación (CONAI), en compañía de las mujeres y hombres que formaron esa instancia de paz, Don Samuel recibió presiones, hostigamientos y amenazas, incluyendo atentados contra su vida por parte del grupo paramilitar mal llamado “Paz y Justicia”.
Y siendo presidente de la CONAI Don Samuel sufrió también, en febrero de 1995, un amago de encarcelamiento.
Ernesto Zedillo Ponce de León, como parte de una estrategia de distracción (tal y como se hace ahora) para ocultar la grave crisis económica en la que él y Carlos Salinas de Gortari habían sumido al país, reactivó la guerra contra las comunidades indígenas zapatistas.
Al mismo tiempo que lanzaba una gran ofensiva militar en contra del EZLN (misma que fracasó), Zedillo atacó a la Comisión Nacional de Intermediación.
Obsesionado con la idea de acabar con Don Samuel, el entonces presidente de México, y ahora empleado de trasnacionales, aprovechó la alianza que, bajo la tutela de Carlos Salinas de Gortari y Diego Fernández de Cevallos, se había forjado entre el PRI y el PAN.
En esas fechas, en una reunión con la cúpula eclesial católica, el entonces Procurador General de la República, el panista y fanático del espiritismo y la brujería más chambones, Antonio Lozano Gracia, blandió frente a Don Samuel Ruiz García un documento con la orden de aprehensión en su contra.
Y cuentan que el procurador graduado en Ciencias Ocultas fue confrontado por los demás obispos, entre ellos Norberto Rivera, quienes salieron en la defensa del titular de la Diócesis de San Cristóbal.
La alianza PRI-PAN (a la que luego se unirían en Chiapas el PRD y el PT) en contra de la Iglesia Católica progresista no se detuvo ahí. Desde los gobiernos federal y estatal se apadrinaron ataques, calumnias y atentados en contra de los miembros de la Diócesis.
El Ejército Federal no se quedó atrás. Al mismo tiempo que financiaba, entrenaba y pertrechaba a grupos paramilitares, se promovía la especie de que la Diócesis sembraba la violencia.
La tesis de entonces (y que hoy es repetida por idiotas de la izquierda de escritorio) era que la Diócesis había formado a las bases y a los cuadros de dirección del EZLN.
Un botón de la amplia muestra de estos argumentos ridículos se dio cuando un general mostraba un libro como prueba de la liga de la Diócesis con los “transgresores de la ley”.
El título del libro incriminatorio es “El Evangelio según San Marcos”.
Hoy en día esos ataques no han cesado.
El Centro de Derechos Humanos “Fray Bartolomé de Las Casas” recibe continuamente amenazas y hostigamientos.
Además de ser haber sido fundado por Don Samuel Ruiz García y de tener una inspiración cristiana, el “Frayba” tiene como “delitos agravantes” el creer en la Integralidad e Indivisibilidad de los Derechos Humanos, el respeto a la diversidad cultural y al derecho a la Libre Determinación, la justicia integral como requisito para la paz, y el desarrollo de una cultura de diálogo, tolerancia y reconciliación, con respeto a la pluralidad cultural y religiosa.
Nada más molesto que esos principios.
Y esta molestia llega hasta el Vaticano, donde se maniobra para partir la diócesis de San Cristóbal de Las Casas en dos, de modo de diluir la alternativa en, por y con los pobres, en la acomodaticia que lava conciencias en dinero. Aprovechando el deceso de Don Samuel, se reactiva ese proyecto de control y división.
Porque allá arriba entienden que la opción por los pobres no muere con Don Samuel. Vive y actúa en todo ese sector de la Iglesia Católica que decidió ser consecuente con lo que se predica.
Mientras tanto, el equipo de pastoral, y especialmente los diáconos, ministros y catequistas (indígenas católicos de las comunidades) sufren las calumnias, insultos y ataques de los neo-amantes de la guerra. El Poder sigue añorando sus días de señorío y ven en el trabajo de la Diócesis un obstáculo para reinstaurar su régimen de horca y cuchillo.
El grotesco desfile de personajes de la vida política local y nacional frente al féretro de Don Samuel no es para honrarlo, sino para comprobar, con alivio, que ha muerto; y los medios de comunicación locales simulan lamentar lo que en realidad festinan.
Por encima de todos esos ataques y conspiraciones eclesiales, Don Samuel Ruiz García y l@s cristian@s como él, tuvieron, tienen y tendrán un lugar especial en el moreno corazón de las comunidades indígenas zapatistas.
Ahora que está de moda condenar a toda la Iglesia Católica por los crímenes, desmanes, comisiones y omisiones de algunos de sus prelados…
Ahora que el sector autodenominado “progresista” se solaza en hacer burla y escarnio de la Iglesia Católica toda…
Ahora que se alienta el ver en todo sacerdote a un pederasta en potencia o en activo…
Ahora sería bueno voltear a mirar hacia abajo y encontrar ahí a quienes, como antes Don Samuel, desafiaron y desafían al Poder.
Porque est@s cristianos creen firmemente en que la justicia debe reinar también en este mundo.
Y así lo viven, y mueren, en pensamiento, palabra y obra.
Porque si bien es cierto que hay Marciales y Onésimos en la Iglesia Católica, también hubo y hay Roncos, Ernestos, Samueles, Arturos, Raúles, Sergios, Bartolomés, Joeles, Heribertos, Raymundos, Salvadores, Santiagos, Diegos, Estelas, Victorias, y miles de religios@s y seglares que, estando del lado de la justicia y la libertad, están del lado de la vida.
En el EZLN, católicos y no católicos, creyentes y no creyentes, hoy no sólo honramos la memoria de Don Samuel Ruiz García.
También, y sobre todo, saludamos el compromiso consecuente de l@s cristian@s y creyentes que en Chiapas, en México y en el Mundo, no guardan un silencio cómplice frente a la injusticia, ni permanecen inmóviles frente a la guerra.
Se va Don Samuel, pero quedan muchas otras, muchos otros que, en y por la fe católica cristiana, luchan por un mundo terrenal más justo, más libre, más democrático, es decir, por un mundo mejor.
Salud a ellas y ellos, porque de sus desvelos también se nacerá el mañana.
¡LIBERTAD! ¡JUSTICIA! ¡DEMOCRACIA!
Desde las montañas del Sureste Mexicano. Por el Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del EZLN.
Teniente Coronel Insurgente Moisés. Subcomandante Insurgente Marcos.
México, Enero del 2011.