venerdì 29 aprile 2005

29/04/2005 | Radio La Colifata alla Rassegna “Malati di Niente"


Radio La Colifata alla Rassegna "Malati di Niente". Tavola rotonda "L’istituzione negata: prove tecniche di rivoluzione". Proiezione del video inedito "La Colifata". JESI - Sabato 7 maggio, ore 17.00 al Palazzo dei Convegni con Alfredo Olivera e Hugo Lopez di Radio La Colifata, insieme a Simonetta Di Girolamo dell’Atelier du non-faire di Parigi, Radio Fragola di Trieste e Gilbero Maiolatesi della Comunità Soteria in collaborazione con l'Associazione "Ya Basta!". Proiezione del video inedito “La Colifata”, vincitore del primo premio al I° Concorso nazionale di audiovisivi sulla salute mentale, "Un Altro Sguardo è possibile" a Nocera Inferiore, 11/12 marzo 2005 (V. Monti e M. Morrone). UN’ ESPERIENZA DA ASCOLTARE Radio La Colifata di Buenos Aires Un progetto politico, etico-terapeutico ed estetico. La delegazione di Ya Basta! (presenti alcuni operatori della Comunità Riabilitativa Soteria) nella carovana di ottobre a Buenos Aires ha fatto una visita all’ospedale psichiatrico Josè T. Borda, perché qui si svolge un’ esperienza veramente da ascoltare: LT 22 Radio “La Colifata” (che in un linguaggio popolare argentino significa “matto” in senso affettuoso) trasmette una volta a settimana dal cortile dell’ospedale. I pazienti gestiscono la radio nata da un progetto che nasce 13 anni fa da una proposta dello psicologo Alfredo Olivera, che li affianca e coordina. La radio come metodo di promozione di salute si è consolidata e ha permesso un importante lavoro fra comunità esterna e gli utenti del Borda, dando la possibilità di relazionarsi e interagire. Tutto ciò serve a riflettere sui problemi della malattia mentale e sui miti che si formano sulla follia, e soprattutto all’agire concreto degli ascoltatori, e anche degli operatori della comunicazione. C’è una mutua collaborazione in questo progetto che Alfredo definisce progetto politico, etico-terapeutico ed estetico, il dolore si rielabora in metafora e viene data una intenzionalità da parte di chi ascolta, e una risposta, essenziale per la relazione umana. Quindi l’estetica permette di aprire un canale, un feed-back, dove due parti si ascoltano, comunicano e costruiscono soggettività. Anche in Italia si è attivata una simile esperienza: Rete 180 e Radio Fragola, la voce che sente le voci. Apriamo insieme tante “Colifate” per buttare i muri delle emarginazioni. Il compito è quello di darci la possibilità di vivere senza la paura di conoscerci come esseri umani. Associazione Ya Basta! Marche - PREGIUDIZI SENZA CONFINI L ’importanza di superare i pregiudizi non si può fermare con delle barriere geografiche.Ogni individuo deve essere tale ovunque si trovi. I pregiudizi, ricordatelo non hanno confini. Pregiudizi senza confini dunque? C’è chi lotta senza barriere: Italia come Argentina, Jesi come Buenos Aires, Malati di Niente come Radio La Colifata. Una sfida contro l’emarginazione. Radio La Colifata : una voce potente che si leva dall’ospedale psichiatrico Josè. T. Borda di Buenos Aires dove il manicomio toglie dignità e diritti alle persone. Realtà quella, (che come fu in Italia prima della approvazione della legge 180) che rincorre spettrali meccanismi di annullamento. Il disturbo mentale è una “taglia” data dalla società che da l’obbligo a troppi di tagliare ogni diritto umano, ridurre l’individuo ad un involucro che contiene ciò che proprio alla società non serve. In quell’ospedale Radio La Colifata squarcia lo stigma dando voce a quelle persone alle quali la società “sana” ha tolto ogni speranza e cucito le bocche per non essere disturbati. I pazienti dell’ospedale Josè T. Borda saranno presenti nella V edizione della rassegna Malati di Niente, le loro voci faranno parti del grande coro di quelle persone che lavorando per promuovere una tolleranza a un problema che non dovrebbe neppure essere considerato tale: la malattia mentale. La Colifata trasmette dal giardino dell’ospedale anche quando piove, con mezzi irrisori nonostante Manu Chau abbia tenuto a Barcellona un concerto per la raccolta di fondi a favore dell’ampliamento della radio. I soldi raccolti, in quella circostanza sono stati usati per costruire uno studio radiofonico per ora non ancora terminato. Radio La Colifata può essere ascoltata tramite internet sul sito www.lacolifata.org . Questo è un passo verso un’integrazione che in Argentina è pressoché inesistente dato, appunto, la realtà manicomiale. Oltre tutto lo scambio telefonico fra gli utenti speaker e ascoltatori è un modo sano, costruttivo, critico di relazionarsi. Malati di Niente in egual modo raccoglie le urla di persone che vogliono essere semplicemente tali. Malati di Niente nasce dal bisogno di integrare la realtà psichiatrica a quella cittadina, a tal proposito la Comunità Soteria, la Cooss Marche , il DSM di Jesi, il Comune di Jesi, con la collaborazione del csa TNT, Associazione "Ya Basta!", SRR/CD Asiamente, Centro Sollievo, Coop Zanzibar, Teatro Pirata, stanno trascinando un percorso importante nel quale la Rassegna Malati di Niente è una sorta di filo d’ Arianna da seguire per arrivare dai manicomi chiusi fino a delle menti aperte.Una esperienza impedibile,come sempre, quella di Malati di Niente dove tutti possono gridare la speranza. …I Muri, anche quelli dei manicomi, possono essere rasi al suolo, oppure inoltrati, come per i pazienti del Borda , ma i muri più difficili da abbattere sono quelli del pregiudizio e quelli più difficili da innalzare sono quelli della tolleranza. Rachele Mancinelli Integrante del comitato di redazione del giornale Capo Horn (periodico di resistenza mentale) www.asiamente.it - Leggi l'articolo "Carovana Ya Basta! Una visita a Radio La Colifata." - Leggi del Festival "Malati di Niente" sul sito di Radio LA COLIFATA.

lunedì 4 aprile 2005

04/04/2005 | RASSEGNA “MALATI DI NIENTE” – 2005

RASSEGNA “MALATI DI NIENTE” – 2005

Valorizziamo le diversità per combattere lo stigma
Premessa
“Malati di Niente”, tocca quest’anno la 5° edizione. Un traguardo importante che ci spinge a far bene, ad andare avanti in questa incursione pirata e nello stesso tempo ci offre nuove opportunità e crescenti responsabilità.
“Diamo un’opportunità alla parola”, abbiamo detto e scritto, proprio per i “senza voce” e gli “invisibili” della nostra epoca, strozzati dalle forti mani del pregiudizio e dello stigma sociale.
Diamo un’opportunità alla parola per esprimere onestamente e senza mistificazione che: 1) il pregiudizio verso il diverso, il “matto”, è ancora molto forte e va combattuto; 2) è sempre più urgente costruire una rete sociale solidale, perché il nostro intervento come operatori psichiatrici è troppo debole se non supportato da una comunità, da un territorio, in grado di accogliere senza emarginare; 3) i diritti, la libertà e la dignità sono terapeutici.
Quest’anno la rassegna si svilupperà su due assi fondamentali: la famiglia come risorsa alla promozione della salute mentale e all’integrazione sociale; la relazione tra strutture del DSM e le Scuole medie superiori, come momento di comunicazione e come antidoto alle politiche custodialistiche, reazionarie e neomanicomiali.
Il nostro orizzonte ideale e “strategico” che determina l’intervento riabilitativo quotidiano, si colloca in piena continuità con quello storico movimento che negli anni ’60-’70 ha criticato, combattuto e vinto le logiche segregative e le istituzioni manicomiali.
La Legge 180, è stata lo strumento legislativo che ha permesso, nel lontano 1978, il progressivo smantellamento degli Ospedali Psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica. Si stava abbattendo una delle più vergognose e violente opere del genere umano: i manicomi, che andavano chiusi e in alternativa aperti luoghi di “cura” e di socialità, dove l’intervento terapeutico si coniugava e si coniuga, con la battaglia per i diritti di cittadinanza, contro lo stigma e il pregiudizio.
Possiamo di certo affermare che la “180”, più che una legge ha rappresentato un progetto “politico”, che tendeva a sviluppare una coscienza critica e una trasformazione dell’organizzazione sociale, attraverso la partecipazione della collettività a tutte le forme di emarginazione e di disagio.
Il progetto “Malati di Niente” si inserisce a pieno in questo difficile contesto, nel tentativo di promuovere una riflessione e costruire aggregazione e mobilitazione, per camminare insieme, pazienti, operatori, gente comune, verso un orizzonte ideale, “abitato” da una comunità di uomini e donne ancora capaci di creare legame sociale, inclusione, solidarietà.

Gli obiettivi sulla nostra rotta
- Promozione di una riflessione e di una battaglia contro lo stigma sociale, il pregiudizio e il tentativo di revisionare la Legge 180, attraverso la riproposizione di una logica di segregazione manicomiale, per la piena riappropriazione dei diritti di cittadinanza e di reale democrazia.
- Valorizzazione delle diversità, contaminazione culturale e intervento sociale sul territorio, attraverso il lavoro di relazione e comunicazione con le scuole e il “mondo giovanile”.
- Costruire e attivare un lavoro di rete con l’associazionismo sociale e culturale, le istituzioni, le strutture del DSM, il volontariato, il mondo della cooperazione sociale…

Se non ora, quando?…Incontriamoci in città…
Anche per questa edizione il progetto si articola in varie iniziative di carattere prettamente comunicativo-aggregativo come dibattiti, spettacoli teatrali, concerti, mostre fotografiche e di pittura, proiezioni video…
La rassegna verrà poi attraversata da 2 laboratori espressivi: laboratorio teatrale-corporeo e laboratorio di arteterapia.
Si prevedono momenti specifici di comunicazione e spettacoli per le scuole medie superiori specialmente nell’utilizzo del laboratorio di arteterapia, dove alcuni studenti dell’Istituto d’Arte, del Liceo delle Scienze Sociali e dell’ITAS lavoreranno con i pazienti del servizio psichiatrico e nella giornata dedicata al “Sollievo”.
Anche per questa edizione continua la nostra attenzione verso le esperienze di psichiatria “altra” sviluppata in Francia e in Argentina attraverso l’Atelier “du Non-Faire” di Parigi e Radio “La Colifata” di Buenos Aires.

Programma
- MARTEDI’ 15 FEBBRAIO 2005 – Teatro Studio San Floriano ore 21.15
“X.T.C. 2” – Spettacolo teatrale in collaborazione con la rassegna “Teatro giovani”.

- MERCOLEDI’ 2 MARZO 2005 – Teatro Studio San Floriano ore 21.15
“Targato H” – Spettacolo Teatrale in collaborazione con la rassegna “Teatro giovani”.

- GIOVEDI 3 MARZO 2005 – Teatro Studio San Floriano ore 10.30
“INsuperTRAvisioni” – a cura del Centro “Sollievo” e di “Asiamente group” Atelier di pittura-teatro-voce-danza…

- SABATO 12 MARZO 2005 – Teatro Pergolesi ore 21.15
“Eh ??” – Spettacolo Teatrale in collaborazione con la rassegna “Teatro giovani”

- GIOVEDI’ 17 MARZO 2005 – Teatro Studio San Floriano ore 17.30
“La Legge 180 come progetto politico sul territorio: la famiglia e la comunità come risorsa” – Tavola rotonda con la partecipazione di:
Luigi Cancrini (Psichiatra-Psicoterapeuta); Alfredo Canevaro (Psichiatra-Psicoterapeuta); Vito Inserra (Tavolo Regionale Ass. Familiari)

- SABATO 16 APRILE 2005 – Centro Sociale TNT ore 22.30
“Diabolico Coupè” - Concerto e spazio mostra Atelier pittura

- MARTEDI’ 3 MAGGIO 2005 – Palazzo dei Convegni ore 10.30
Incontro pubblico con gli studenti delle Scuole che hanno partecipato al Laboratorio di Arteterapia

- SABATO 7 MAGGIO 2005 – Palazzo dei Convegni ore 17.00
In collaborazione con l’Associazione Ya Basta!:
Proiezione Video inedito realizzato da V. Monti e M. Morrone all’interno dell’Ospedale psichiatrico “J. T. Borda” di Buenos Aires “La Colifata”,
vincitore del primo premio al I Concorso Nazionale di Audiovisivi sulla Salute Mentale: Un Altro Sguardo è possibile a Nocera Inferiore. 11/12 marzo 2005.
http://www.docume.org/page/schedafilm.asp?id=61
http://www.ephemerides.it/home/Notizia.asp?ID=1597
-“L’Istituzione negata: prove tecniche di rivoluzione” – Tavola rotonda con la partecipazine di: Simonetta Di Girolamo (Atelier “du non-faire” di Parigi); Alfredo Olivera e Hugo Lopez (Radio “la Colifata” - Buenos Aires); Gilberto Maiolatesi (Responsabile Comunità “Soteria”); Radio Fragola (Trieste)

- VENERDI’ 13 MAGGIO 2005 – Palazzo dei Convegni ore 16.00
“Fuori come và?” – Presentazione dell’ultimo libro di Peppe Dell’Acqua e incontro con l’autore.

- VENERDI’ 13 MAGGGIO 2005 – Palazzo dei Convegni ore 17.00
“L’inverno è finito: diamo un’opportunità alla parola” –
Tavola rotonda con la partecipazione di:
Clara Sereni (Fondazione “La città del sole”); Armando Bauleo (Psichiatra-Psicoterapeuta); Peppe Dell’Acqua (Direttore DSM Trieste); Massimo Mari (Direttore DSM Jesi)

- SABATO 14 MAGGIO 2005 - Stadio “Cardinaletti ore 15.00
“Mai dire calcio…” - Finale di calcio Rappresentativa Marche –Rapresentativa Lazio-Umbria
A cura dell’Associazione Polisportiva “Asiamente” e dell’ A.N.P.I.S. marche

- DOMENICA 15 MAGGIO 2005 – SRR-CD “Asiamente”
“Sulle tracce dell’inaudito e dell’invisto..” - Festa finale rassegna
Teatro, musica live, mostre, atelier…

MOSTRA
Dal 29 aprile al 9 maggio 2005 – Palazzo dei Convegni
Esposizione dell’Atelier di pittura del “Centro Sollievo” e del Laboratorio di Arteterapia

LABORATORI

- LABORATORIO ARTETERAPIA – Centro Sociale TNT
Progetto con le Scuole medie Superiori da novembre 2004 a maggio 2005
Il laboratorio condotto da Luca lavatori si terrà il martedì dalle 14.30 alle 16.30; il venerdì dalle 10.00 alle 12.00

- LABORATORIO TEATRALE CORPOREO
7-8-9-10-11 marzo 2005 dalle ore 18.00 alle ore 21.00
Il laboratorio è condotto dall’attore-regista francese Yves Lebreton

venerdì 18 febbraio 2005

18/02/2005 | Da Buenos Aires alla Patagonia - Carovana Marimari peñi


Da Buenos Aires alla Patagonia - Carovana Marimari peñi Per incontrare le realtà urbane che resistono, occupano e si autogestiscono Per sostenere la lotta del Popolo Mapuche contro l’arroganza dei moderni colonizzatori come l’impero Benetton Dal 12 al 28 marzo l’Associazione Ya Basta in collaborazione con l’Associazione Radici organizza una carovana in Argentina, per incontrare le realtà urbane che resistono, occupano e si autogestiscono dopo la grande crisi economica che ha devastato quel paese e per sostenere la lotta del Popolo Mapuche contro l’arroganza dei moderni colonizzatori come l’impero Benetton. Tre mesi fa una delegazione dei mapuche, sgomberati dalle loro terre da Benetton, era arrivata fino a Treviso per sostenere i prorpi diritti; adesso un gruppo di cittadini trevigiani ricambierà la visita allo scopo di stringere i legami e creare una sorta di gemellaggio tra le comunità mapuche e “l’altra Treviso”. Il viaggio ha lo scopo di affermare che contro la globalizzazione selvaggia del neoliberismo, esiste una globalizzazione dei desideri, dei sogni, della dignità di migliaia di uomini e donne. La lotta del Popolo Mapuche contro l’arroganza di Benetton, che e’ oggi il piu’ grande proprietario terriero in Argentina con 900.000 ettari (un area equivalente a metà del Veneto) nella ricca e fertile Patagonia, è la stessa lotta contro un modello economico-sociale che vorrebbe affermare la proprietà di risorse, spazi e vite umane semplicemente da sfruttare in ogni latitudine. Le esperienze di autogestione come quelle del Movimento Trabajadore Desocupados di Solano sono le nostre pratiche di affermazione di diritti e di cittadinanza per ogni essere umano. La carovana incontrerà realtà di movimenti urbani nella capitale argentina per poi spostarsi in Patagonia per contribuire a fermare la presenza di Benetton e appoggiare la nascita di una radio comunitaria del Popolo Mapuche all’interno della campagna “Mari mari peni benvenuto fratello”. Mentre nel mondo la politica internazionale dall’alto batte i colpi della guerra globale dal basso possiamo costruire reti di ribellione e resistenza, di comunicazione e azione in comune che facciano sentire la voce di chi si vorrebbe muto. Il viaggio della carovana fa parte della campagna “Marimari peñi” (benvenuto fratello) di sostegno alle comunità mapuche ed ha tra i suoi principali obbiettivi l’appoggio al progetto di creazione di una radio comunitaria del Popolo Mapuche. Tutte le informazioni per partecipare alla Carovana e per sostenere l’iniziativa le trovate sul sito - www.yabasta.it Per informazioni: tel 0422 403535; e-mail: yabastatv@globalproject.info yabastamarche@libero.it Intervista ai Mapuche: La lotta del popolo Mapuche contro Benetton

venerdì 4 febbraio 2005

04/02/2005 | L'esperienza dell'istruzione autonoma nelle comunità zapatiste in Chiapas


JESI - Federica Zambelli dell'associazione Ya Basta! presenta il libro "C'era una volta una notte..." (edizioni Yema), una raccolta di storie e leggende apprese dalla viva voce dei giovani alunni della scuola autonoma ribelle zapatista in Chiapas. Il libro, nato dalla collaborazione tra l'associazione Ya Basta! e il Laboratorio Aq16 di Reggio Emilia, è stato realizzato in due versioni: una in sola lingua italiana e l'altra in lingua spagnola con testo tsotsil (antica lingua maya parlata nell'area di raccolta dei testi, per ora povera di documentazione scritta). Quest'ultima versione è stata adottata come libro di testo dalle scuole ribelli. Sabato 12 Febbraio, in collaborazione con la Ludoteca Comunale, la Consulta per la Pace e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Jesi alle ore 16.30 presso il Teatro Studio San Floriano, l’Associazione "Ya Basta! Marche" presenterà il libro "C'era una volta una notte…" , con la presenza dei Federica Zambelli e Daniele Codeluppi di Ya Basta! Reggio Emilia. L'iniziativa si rivolge principalmente a bambini, genitori, educatori, insegnanti. Nell'occasione avrà luogo la " presentazione-spettacolino", una sorta di gioco teatrale che racconta la storia di come è nato questo libro; si parlerà anche del libro "La palla di Nausicàa": il gioco e l'incontro delle culture, di Marina Santinelli , edito dal Comune di Jesi e Ludoteca Comunale "la Girandola". Gli attivisti di "Ya Basta!" Reggio Emilia hanno anche presentato il libro nelle comunità zapatiste nel mese di gennaio 2005. Per sostenere il progetto del libro realizzato in collaborazione con i ragazzi della scuola d’Oventic, "Ya Basta!" Marche invita tutti a diffondere l'esperienza di questo progetto a sostegno delle comunità indigene zapatiste e del Sistema Educativo Ribelle Autonomo Zapatista. Il laboratorio nelle scuole d'Oventic Durante l'attività che si è svolta nell’aprile dell’anno 2002, è stato realizzato un laboratorio di "Racconta Storie", attraverso il quale si è concretizzato un interessante scambio culturale. In questo periodo i ragazzi della scuola secondaria di Oventic (ESRAZ) hanno scritto dei racconti, (leggende maya, racconti popolari e della lotta zapatista vista e vissuta dagli alunni e dalle loro comunitá) nella loro lingua madre, lo tsotsil, (una delle lingue maya che ancora sopravvivono), tradizionalmente orale. La fase dello sviluppo della scrittura tsotsil è tuttora in atto e di fatto, all´interno della Scuola Secondaria Rebelde Autonoma Zapatista, si sta portando avanti un processo di sviluppo della scrittura tsotsil che ne permetta una espressione e forma piú precisa. Nell'operazione di traduzione (dalla lingua madre tsotsil, dallo spagnolo all'italiano ) si è cercato di mantenere il più possibile lo spirito originario del racconto orale, che esalta il valore documentario di questa raccolta. Oggi, l'associazione Ya Basta! e il Laboratorio Aq16 vogliono diffondere questa esperienza che è stata tradotta in un libro , per essere, da un lato, promotori di uno scambio culturale, capace di sviluppare, nei nostri paesi, atteggiamenti di tolleranza e di conoscenza delle culture indigene; dall’altro, permettere, attraverso la vendita del libro, di ottenere dei proventi da destinare all´appoggio del Sistema di Educazione Ribelle Autonomo Zapatista di Liberazione Nazionale della zona Altos. Durante la loro permanenza nella scuola secondaria di Oventic, gli attivisti del lab.AQ16 e di Ya Basta! hanno potuto percepire in loco l’importanza del valore della cultura indigena di fronte al pericolo derivante dalla sopraffazione della lingua spagnola (castiglianizzazione). A tale scopo, a seguito del laboratorio di Racconta Storie, si è deciso, in accordo con responsabili, insegnanti e alunni della scuola, di intraprendere un percorso, forse difficile, ma necessario per preservare la memoria indigena locale: tentare di trascrivere in lingua tsotsil i racconti che fino a quel momento erano stati tramandati solo oralmente. E’ stato un lavoro molto impegnativo, ma allo stesso tempo estremamente gratificante dal momento che gli alunni tsotsil hanno potuto vedere scritti i loro racconti e sentirsi orgogliosi della propria cultura. Il libro è diviso in capitoli (leggende, racconti popolari, lotta zapatista vista e vissuta dagli alunni e dalle loro comunità: in lingua tsotsil, spagnola e italiana) in quanto vogliono focalizzare i diversi aspetti della cultura indigena e della lotta zapatista vista e vissuta nella quotidianità dagli alunni della ESRAZ. Le voci dal basso chiedono il riconoscimento delle proprie terre, della propria dignità e cultura. Sono le voci di un popolo minacciato che tenta di preservarsi e di resistere alla globalizzazione neoliberista che è la continuazione e l’attualizzazione del genocidio che le popolazioni originarie dell’America Latina subiscono ormai da più di cinquecento anni. Nel libro si trovano anche i disegni fatti dagli stessi alunni, una introduzione scritta dai promotori (maestri) della scuola, nella quale si trovano spiegati i principi dell’educazione autonoma. Verranno regalate copie del libro al "sistema educativo autonomo" nella versione tsotsil e spagnolo che saranno distribuite nelle scuole zapatiste per utilizzarlo come materiale didattico. Approfondimenti sul Sistema Educativo Ribelle Autonomo Zapatista Leggi l'articolo di Herman Bellinghausen, "La Jornada" Messico

mercoledì 29 dicembre 2004

29/12/2004 | Carovana Ya Basta! Una visita a Radio La Colifata




“Io non sono pazzo sono “colifato”,
pazzi sono quelli che fanno la guerra”
Una visita a Radio LA COLIFATA


Durante la carovana di YA BASTA! in Argentina gli attivisti hanno fatto una visita all’ospedale neuropsichiatrico Josè T. Borda, dove si svolge un'esperienza cominciata 13 anni fa proposta dallo psicologo Alfredo Oliviera quando ancora frequentava il primo anno di università. I pazienti dell’ospedale gestiscono una radio che trasmette dall’interno del nosocomio. I “yabastini” sono stati ricevuti con una calda e curiosa accoglienza, hanno fatto un'intervista in diretta sulla loro visita e l'esperienza manicomiale in Italia, sulle nuove proposte del governo Berlusconi rispetto alla Legge 180. Poi fuori trasmissione hanno fatto conversazione con i pazienti, e i presenti di origine italiana, hanno colto l’occasione per esprimere con piacere la lingua dei genitori. La Colifata è un progetto che si propone degli obiettivi che riguardano i pazienti e la comunità esterna, nel campo clinico terapeutico e nel campo comunitario per combattere lo stigma e l'emarginazione. Per arrivare a tutto il territorio ritrasmettono i microprogrammi creando un “ponte” con altre radio nazionali, proponendo uno spazio di comunicazione diretta con gli ascoltatori, facendo mettere in discussione i pregiudizi e riflettendo sui miti della follia, miti che danno come certo che la follia sia qualcosa di pericoloso, violento o idealizzandola come forma romantica e poetica. Alfredo dice che la “certezza diventa domanda” e questo da luogo alla prima istanza, quella della riflessione. La seconda è quella dell'azione, dove gli ascoltatori hanno la possibilità di contribuire con le proprie iniziative al progetto de La Colifata e a sviluppare la loro soggettività; un lavoro di promozione e prevenzione della salute nel campo comunitario. I pazienti che si trovano a trasmettere e finalmente a poter parlare con libertà, si incontrano con le mille voci degli ascoltatori, che anche attraverso i loro dubbi, paure e pregiudizi iniziali, danno un’opportunità alla parola e al legame sociale soprattutto grazie alla circolazione orizzontale dell’informazione. Un esempio è quello di un ascoltatore che appassionato dell'onda corta, ha gestito il programma da una radio dell'Antartide, ed è stato sentito da tutto il mondo; in seguito lo hanno invitato a scrivere in diverse riviste, questo ha permesso anche a lui uno spazio proprio e ai pazienti di allargare lo spazio comunicativo e ricevere lettere da tanti paesi. Allora l’obbiettivo a livello comunitario può essere quello di mettere a disposizione e autogestire un canale per tutti utilizzando il mezzo democratico della comunicazione. Una esperienza che permette di promuovere le risorse di salute della comunità senza essere psichiatri, psicologi, operatori psichiatrici, semplicemente dal proprio saper fare. Alfredo lo definisce come un progetto politico, etico-terapeutico, ed estetico. Politico perché cerca di trasformare la realtà istituzionale con l’obiettivo di criticare radicalmente l’esperienza manicomiale; nel piano etico-terapeutico si crea uno spazio dove si recupera e si produce soggettività e contemporaneamente, insieme ai terapeuti, si utilizza lo strumento-radio per impostare i progetti “di presa in carico” di ogni paziente; ed estetico in quanto il dolore si trasforma in metafora, i pensieri dei pazienti vengono percepiti come poesia da chi ascolta e risponde, avvicinandoli e sentendosi così nuovamente persone, un modo di rompere i muri che separano quelli che stano dentro da quelli che stanno fuori. Colifata, o colifato, vuol dire pazzo in senso affettuoso, ed è stato scelto dagli ascoltatori dopo che i pazienti avevano proposto 40 nomi da dare alla loro radio. Le trasmissioni vengono fatte dall’esterno dei padiglioni, all’aperto, perché non ci sono le risorse economiche. “Aqui hace un poco de frio però el calor humano està presente” (qui fa un po’ freddo ma il calore umano è sempre presente) dice la voce di un paziente che trasmette. Attualmente sono riusciti a costruire uno studio dove possono lasciare tutta l'attrezzatura della radio, ottenuta grazie a una festa “colifata” organizzata a Barcellona con musicisti della strada, che con l’appoggio di Manu Chao, hanno registrato un cd mixando le canzoni con le voci dei pazienti che trasmettono in uno studio artigianale. Il disco si chiama “La Colifata, siempre fui loco”, che viene distribuito e venduto dagli stessi musicisti in Spagna e dai pazienti del Borda in Argentina. Un sistema di distribuzione più giusto, dove un 80% è per i gruppi venditori e il 20% è per i costi di produzione e i progetti, ha permesso di dare lavoro ai pazienti, come il caso di un donna che prima chiedeva l’elemosina per le strade di Buenos Aires. Avremo la possibilità di conoscere, ascoltare e discutere con Alfredo e uno dei protagonisti della radio, in una tavola rotonda che si presenterà nella quinta edizione della Rassegna MALATI DI NIENTE a Jesi nel mese di maggio 2005, dove sarà presente anche Simonetta Di Girolamo che lavora a Parigi con l’Atelier du non faire. Il sito della radio è www.lacolifata.org dove si può incontrare tutto ciò che riguarda questo interessante progetto. In Italia è stato realizzato un video da Valentina Monti e Mirta Morrone. Video che sarà presentato nella rassegna “Malati di niente”, con immagini delle votazioni fatte dai pazienti del Borda nelle elezioni presidenziali del 2003, votazioni simboliche, perché in Argentina gli internati nei manicomi hanno i diritti costituzionali sospesi.
Chi fosse interessato al cd “La Colifata, Siempre fui loco” o ad avere maggiori informazioni può contattare direttamente
l’associazione Ya Basta! Marche, yabastamarche@libero.it.
Visita il sito di Radio "La Colifata"
Il sito dell'ass. Ya Basta!

venerdì 17 dicembre 2004

17/12/2004 | "ENERO AUTONOMO 2005" II Incontro dei movimenti sociali in Argentina


ARGENTINA - Pubblichiamo l'appello di convocazione dell'incontro internazionale "Enero Autonomo", secondo appuntamento della "Ronda de Pensamiento Autonomo", alla quale parteciperanno delegazioni dei movimenti sociali attivi in Argentina e in America Latina. RONDA DE PENSAMIENTO AUTONOMO II Incontro Internazionale dei movimenti sociali 20/23 gennaio 2005 LA MATANZA Pcia. BUENOS AIRES www.eneroautonomo.org.ar eneroautonomo2005@yahoo.com.ar Dalle terre del sud nuovamente vi convochiamo , per incontrarci, per costruire nuove strade da percorrere insieme . Vi invitiamo a condividere, la vita di tutti i giorni. Perché la politica non si riduce solo a parole e manifestazioni , a negoziati e concentramenti, perché la vita si fa giorno dopo giorno, nel lavoro, nel rapporto quotidiano. Non abbiamo una meta prefissata del dove arrivare, semplicemente vogliamo camminare e costruire, senza tutori, senza che altri camminino per noi. Con libertà e autodeterminazione. Oggi in America Latina, ci vogliono convincere che possano esistere governi buoni che vogliono salvarci dall'imperialismo, inalberando le bandiere populiste di un capitalismo più umano. Non ci interessano presidenti e governi che si mettono d'accordo fra loro, che trattano con le nostre vite. Ci fidiamo solo delle nostre forze e non abbiamo nessuna intenzione di regalare la nostra potenzialità. Attraverso questo incontro cerchiamo di potenziare le nostre esperienze, di costruire ponti fra i nostri percorsi, e di costruirne di nuovi. In questa epoca di massiccia comunicazione che spesso disinforma, vogliamo incontrarci, scavalcare la frammentazione e l'isolamento, senza scorciatoie, per il cammino più difficile, quello che si deve percorrere reinventandosi in continuazione, dove non si possa fare a meno di imparare ad ogni passo. A llorar a la iglesia, para nosostros la alegre rebeldia!! Il secondo incontro Gennaio Autonomo si svolgerà dal 20 fino al 23 gennaio 2005: Giovedì 20: accrediti, accoglienza, sistemazione in tende e grande fuoco comunitario. Venerdì 21 e sabato 22: laboratori, tavola rotonda (rondas), aggregazione, scambi, musica, pasti solidali. Domenica 23: cerimonia di addio. Rivalorizziamo -anche questa volta- una fabbrica inattiva, con buone installazioni. Per coloro che conoscono Buenos Aires: si trova nella zona di La Matanza. Per chi invece non conosce il luogo, può mettersi in contatto con noi. La pagina WEB www.eneroautonomo.org.ar sarà sempre aggiornata con tutta l'informazione necessaria. Se ci sono delle difficoltà vi chiediamo di scriverci a eneroautonomo2005@yahoo.com.ar per informazioni, iscrizioni a laboratori, idee, dubbi e per tutto il necessario. Un pò di storia Enero autónomo nasce dopo una convocazione dei "movimenti sociali", che dall' interno delle esperienze popolari, hanno scelto l'autonomia, l'orizzontalità e la libertà, come inizio del processo di costruzione del cambio sociale. Dato che questi possono essere concetti molto difficili da trasmettere con parole, è stato deciso di utilizzare queste tre semplificazioni come elementi guida, consapevoli che alla fine sono le pratiche quotidiane ciò che definiscono concretamente l'agire. "..... In maniera molto sintetica si può dire che abbiamo compreso che il cambiamento avviene attraverso noi stessi in un continuo fluire che parte e ritorna da noi. Dove i nuovi soggetti sono essi stessi i protagonisti , soggetti che hanno smesso d'aspettare il lider , e che sanno di non essere soli, che lavorano con i propri compagni , giorno per giorno in un nuovo rapporto...." Dopo il I ENERO AUTONOMO ,dove hanno partecipato quasi due mila persone attraversando 46 laboratori ,si sono succeduti degli incontri mensili fra i movimenti dei disoccupati, assemblee di quartiere , spazi occupati , popoli originari, cioè molti compagni, sorelle e fratelli con diverse problematiche e diverse pratiche di autonomia, si sono ritrovati insieme con l'obiettivo di scambiarsi esperienze e riflettere collettivamente, verso l'Enero Automo 2005. Non si può dire che incontri come Enero Autonomo abbiano una lunga storia . Nemmeno si può dire che siano dei pionieri, ma la novità è che la convocazione è attiva, la proposta è quella di riflettere sulle esperienze concrete e arricchire le pratiche. Senza dubbio il Foro Sociale Mundial è un grande punto di riferimento per la lotta al neoliberismo, in questo senso molto valido, molto globalizzante, ma, tanto il suo asse principale , come i dinamismi organizzativi, sono diversi, come ci si augura che continui ad essere l' incontro del Enero Autonomo, che gira intorno all'autonomia e intorno a coloro che gli hanno dato corpo. Anche se ci sono già delle tematiche di discussione, si lascia comunque il canale aperto a tutte le proposte, ma non viste o pensate come conferenze o come laboratori con oratori fissi, ma che siano come rondas ( tavola rotonda , cerchi di discussioni) più piccoli o più grandi, dove tutti abbiano l'opportunità di partecipare e portare la propria esperienza di lotta. Non si pretende che Enero Autonomo sia "l'evento" fra virgolette, dove poi rimane tutto li in maniera statica, ma che esso dia un contributo di arricchimento all'autonomia del "giorno dopo giorno" ed in diversi luoghi del mondo Enero autonomo nasce della ronda di pensamento autonomo, prende corpo da coloro che vi partecipavano, che c'erano, che si incontravano ogni mese per scambiare le proprie esperienze, perciò non risponde all' appello di una sovrastruttura internazionale, e nessuno intende farla diventare tale. Questo spazio viene aperto anche alle sorelle e ai fratelli d'altri paesi e si fa' semplicemente per arricchirsi mutuamente, non soltanto per raccontarci cosa ci succede ma anche per capire le strade che si possono percorrere pratiche diverse. Questo scambio porterà sicuramente a un profondo dibattito dal quale non ci si aspetta una conclusione monolitica, ma l'inizio di una costruzione collettiva dove la diversità sia riconosciuta e si possa imparare a lavorare insieme. Altrimenti si ritornerebbe al pensiero unico. La crisi che scoppia in Argentina il 19 e 20 dicembre 2001 è un prodotto storico culturale. In qualche modo si può dire che c'è una continuità storica nelle lotte popolari, ma nel caso delle asemble di quartiere, ad esempio, si è rotto definitivamente con la cultura individualista di lamentarsi dentro casa o al bar; si decide di uscire per strada e li ognuno si è riconosciuto nell'altro. Si è anche spezzata la cultura dell' avanguardia e si è capito che la capacità di gestire il nostro futuro era ed è in ognuno di noi, tra coloro che si stringono uno con l'altro nella vita quotidiana, che tutti noi possiamo essere gli artefici del cambiamento, nessuno si aspetta più le magiche soluzioni calate dall'alto. Per quanto riguarda i movimenti lavoratori disoccupati, coloro che oggi condividono la Ronda hanno percorso e percorrono dall' inizio del cammino la pratica dell'autonomia, perciò la colonna forte di questi MTD, non è la disoccupazione, ma il come iniziare la trasformazione sin dal quotidiano, dalle pratiche concrete, da questa realtà. A ogni modo si preferisce non mettere etichette come "piqueteros", "asamblee, "popoli originari", ma invece pensare a cosa si può fare insieme per trasformare questa realtà che colpisce tutti in modo diverso. C'è tanto da condividere, si sta' producendo molto,si stanno producendo beni materiali, come anche nuovi pensieri , nuove soggettività; buone motivazioni per lo scambio e il rafforzamento.

martedì 9 novembre 2004

09/11/2004 | Carovana Ya Basta! - Viaggio nell'Argentina che resiste.


ARGENTINA - Continua il viaggio della carovana Ya Basta! in Argentina. Gli attivisti hanno partecipato al picchetto che il movimento piquetero organizza ogni mese per chiedere giustizia sul massacro del Ponte Pueyrredón, dove nel 2002 per mano della repressione poliziesca persero la vita Dario Santillán e Maximiliano Kosteki. [Audio 1] Le forme di autogoverno all’interno dei singoli barrios e la gestione comunitaria dei meccanismi decisionali nei quartieri autogestiti a Buenos Aires. [Audio 2] - 6 novembre Carovana Ya Basta! Viaggio nell’Argentina che resiste. Le forme di autogestione della produzione nelle fabbriche recuperate, l’impegno costante per la verità e la memoria delle Madres de Plaza de Mayo e dell’associazione H.i.j.o.s. [Leggi] - Speciale Argentina 2004 Diario della carovana Ya Basta!

mercoledì 3 novembre 2004

03/11/2004 | Carovana Ya Basta! - I movimenti sociali e la situazione politica argentina


ARGENTINA - Nei giorni di permanenza in Argentina la delegazione di Ya Basta! ha avuto la possibilità di conoscere direttamente e approfondire l’analisi sulla situazione politica e la realtà sociale argentina dalla prospettiva dei soggetti conflittuali che proseguono nella sperimentazione di nuove forme di relazione e organizzazione sociale. Il contesto politico negli anni del governo Kirchner, la solidità delle esperienze di autorganizzazione nonostante la dura campagna di repressione. - La corrispondenza di Susana, Ya Basta! Marche.

venerdì 15 ottobre 2004

15/10/2004 | Argentina - Il diario della carovana di Ya Basta!


ARGENTINA - Il diario della carovana di Ya Basta! Il resoconto delle prime giornate in Argentina, dalle iniziative di lotta a Buenos Aires per l’anniversario del Columbus Day alle realtà di autorganizzazione sociale del movimento piquetero a Solano. La delegazione di Ya Basta è arrivata a Buenos Aires nella giornata di martedì 12 ottobre, dove ha potuto raccontare e partecipare alle mobilitazioni organizzate nella capitale in coincidenza del Columbus Day, scadenza simbolica assunta da tutti i movimenti latinoamericani contro l'oppressione della popolazione indigena e la seconda colonizzazione neoliberista. Nei giorni seguenti la carovana si è trasferita a Solano, a trenta chilometri da Buenos Aires, nella zona dei quartieri autogestiti dal movimento piquetero del Mtd. La corrispondenza di Susana, Ya Basta! Marche - Le iniziative a Buenos Aires e le forme di autorganizzazione sociale a Solano. - La realtà del Centro di Salute autogestito e i prossimi appuntamenti della delegazione.

martedì 12 ottobre 2004

12/10/2004 | Argentina - Partita la carovana di Ya Basta!


ARGENTINA - E' arrivata a Buenos Aires la delegazione di Ya Basta! che consoliderà la rete di solidarietà con la società civile argentina che resiste al neoliberismo e alla guerra nella sperimentazione dell'autorganizzazione sociale. Dal lavoro comune con il movimento piquetero nel 2003 è nato il progetto del Centro di Salute Autogestito, un ambulatorio popolare da realizzare a Solano (provincia di Buenos Aires). Sarà dal sostegno diretto a questa iniziativa che inizierà l'ultima tappa del programma di carovane organizzato da Ya Basta! per il 2004. Leggi lo speciale Argentina (a cura di Ya Basta! Marche) Vai allo speciale Carovane Ya Basta! 2004

lunedì 4 ottobre 2004

04/10/2004 | Marcos: La velocità del sogno 1/2/3


CHIAPAS - Dalle montagne del sud-est messicano un nuovo comunicato del Subcomandante Marcos. Dopo la serie di otto interventi che ha interrotto il lungo silenzio dell'EZLN, gli zapatisti riprendono la parola. Visita il sito del FZLN. Leggi gli otto interventi precedenti - (da GlobalProject.info). "LA VELOCITA' DEL SOGNO" Prima parte - Stivali L'alba si attarda sulle montagne del Sudest messicano. Come se non avesse fretta, si crogiola deliziandosi in ogni angolo, come un’amante paziente ed affezionata. La nebbia le scivola dalla mano, con il suo lungo abito di nuvola e riesce a coprire la luce più intensa, le tende un cerchio, la circonda con la sua coltre di nuvola, la racchiude in un ampio cerchio. Dalla metà del cielo, la luna batte in ritirata. Una voluta di fumo si confonde con la foschia, lentamente, con la stessa lentezza con la quale la nuvola, sotto l'ampio volo del suo nagua, copre le capanne sparse. Tutti dormono. Tutti meno l'ombra. Tutti sognano. Soprattutto l'ombra. Tende appena la mano ed afferra una domanda. Qual'è la velocità del sogno? Non so. Forse è... No, non lo so... In realtà, qua, quello che si sa, si sa in maniera collettiva. Sappiamo, per esempio, che siamo in guerra. E non mi riferisco solo alla guerra propriamente zapatista che non cessa di soddisfare le ansie di sangue di alcuni mezzi di comunicazione e di alcuni intellettuali "di sinistra", tanto attenti gli uni alla quantità di morti, feriti e scomparsi, e gli altri a tradurre i morti in errori "per non aver fatto quello che io avevo detto loro". Non solo, parlo anche di questa che noi chiamiamo "IV Guerra Mondiale" lanciata dal neoliberismo e contro l'umanità. Quella in atto su tutti i fronti e in ogni luogo, comprese le montagne del Sudest messicano. La stessa che in Palestina e in Iraq, in Cecenia o nei Balcani, in Sudan o in Afghanistan, con eserciti più o meno regolari. Quella che, il fondamentismo dell'una e dell'altra fazione porta in tutti gli angoli del pianeta. Quella che, assumendo forme non militari, miete vittime in America Latina, nell'Europa Sociale, in Asia, in Africa, in Oceania, nel Lontano Oriente, con bombe finanziarie che mandano in pezzi interi stati nazionali ed organismi internazionali. Questa guerra che, secondo noi (insisto: tendenzialmente) vuole distruggere/spopolare territori, ricostruire/riordinare le geografie locali, regionali e nazionali e creare, a ferro e fuoco, una nuova cartografia mondiale. Questa che, sul suo percorso, continua a lasciare la sua firma: la morte. Forse la domanda "Qual'è la velocità del sogno?" dovrebbe essere accompagnata dalla domanda "Qual'è la velocità dell'incubo?" Ancora alcune settimane prima degli attentati terroristici dell'11 marzo 2004 in Spagna, un giornalista-analista politico messicano (di quelli a cui quando si dà un dolcetto si sciolgono in lodi ridicole) lodava la visione "dello Stato" di José María Aznar. L'analista diceva che, accompagnando gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nella guerra contro l'Iraq, Aznar aveva ottenuto una promettente possibilità per l'espansione dell'economia spagnola e che l'unico costo che doveva pagare era il dissenso di una "piccola" parte della popolazione spagnola, "i radicali che non mancano mai, perfino in una società tanto fortunata come quella spagnola", ha detto "l'analista". Inoltre, ha aggiunto che gli spagnoli dovevano solo aspettare comodamente seduti che l'affare della ricostruzione dell'Iraq si mettesse in marcia ed allora avrebbero cominciato a ricevere denaro a carrettate. Insomma, un sogno. La realtà non ha tardato a passare per riscuotere il vero conto della "visione dello Stato" di Aznar. Quella mattina dell'11 marzo si compiva quella cosa che l'Iraq non sta in Iraq, voglio dire non solo in Iraq, bensì in tutto il mondo. Infine, la stazione di Atocha come sinonimo di incubo. Prima dell'incubo c'era il sogno, ma il sogno neoliberista. Molto prima degli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 in territorio statunitense, la guerra contro l'Iraq si era messa in moto. Non c'è niente di meglio di una foto per andare a quell'inizio... Suolo piatto, rossiccio. Sembra essere duro. Forse argilla o qualcosa di simile. Uno stivale. Solo, senza il suo paio. Abbandonato. Senza un piede che lo calzi. Alcuni rottami sparsi. In realtà, lo stivale sembra una maceria in più. È tutto quello che c'è nell'immagine, cosicché è la didascalia della foto che chiarisce che si tratta dell'Iraq. La data? 2004, settembre. Non si riesce a distinguere se è lo stivale di qualcuno che è morto, che l'ha abbandonato nella fuga, o se si tratta semplicemente e normalmente di uno stivale buttato via. Non si sa neanche se è lo stivale di un soldato statunitense o britannico, o di un combattente della resistenza, di un civile iracheno o di un altro paese. Tuttavia, nonostante la mancanza di altre informazioni, l'immagine dà un'idea di quello che è l'Iraq del "dopoguerra" di Bush: violenza, morte, distruzione, desolazione, confusione, caos. Tutto un programma neoliberista. Se il falso argomento che la guerra contro l'Iraq era una guerra "contro il terrorismo" è venuto meno, le vere ragioni emergono ora, più di un anno dopo che, con l'aiuto dei carri armati da guerra statunitensi, è stata abbattuta la statua di Hussein ed un euforico Bush ne erigesse un'altra a se stesso dichiarando la fine della guerra. (Probabilmente, la resistenza irachena non ha sentito il messaggio di Bush: il numero di soldati statunitensi e britannici morti e feriti non ha fatto altro che aumentare da quando "è finita la guerra" ed ora si aggiungono le morti di civili provenienti da varie nazioni). L'ideologia neoconservatrice negli Stati Uniti ha un sogno: costruire la "disneyland" neoliberista. Al posto di un "villaggio modello", come dettato dai manuali di controinsurrezione degli anni '60, si è tentato di costruire una "nazione modello". Si è scelto allora il territorio dell'antica Babilonia. Il sogno della costruzione di un "esempio" di come deve essere il mondo (sempre secondo i neoliberisti) si è nutrito della "(...) più apprezzata credenza tra gli architetti ideologici della guerra (contro l'Iraq): che l'avidità è buona. Non solo buona per loro ed i loro amici, ma buona per l'umanità e certamente buona per gli iracheni. L'avidità crea guadagni, i quali creano crescita, la quale crea lavoro, prodotti e servizi e qualunque altra cosa di cui qualcuno possa aver necessità o desiderio. "Il ruolo di un buon governo, quindi, è quello di creare le condizioni ottimali affinché le corporazioni portino avanti la loro avidità senza fondo, in modo che, quando tocca loro, si possano soddisfare le necessità della società. "Il problema è che i governi, anche i governi neoconservatori, hanno raramente l'opportunità di provare quanto sia corretta la loro sacra teoria: nonostante i loro enormi sforzi ideologici, perfino i repubblicani di George Bush, nei loro stessi vertici, sono eternamente sabotati da impiccioni democratici, sindacati ostinati ed allarmati ambientalisti. L'Iraq doveva cambiare tutto questo. In un luogo della Terra, finalmente la teoria sarebbe stata messa in pratica nella sua forma più perfetta e pura. "Un paese di 25 milioni di abitanti non sarebbe stato ricostruito come era prima della guerra: sarebbe stato cancellato, sarebbe scomparso. Al suo posto sarebbe sorta un'abbagliante sala d'esposizione per le politiche del laissez-faire, un'utopia come il mondo non aveva mai visto" ("Baghdad anno zero. La rapina dell'Iraq dietro un'utopia neoconservatrice", Naomí Klein, Harper's Magazine, settembre 2004). Invece, l'Iraq è un esempio sì, ma di ciò che aspetta il mondo intero se i neoliberisti vincono la grande guerra, la IV Guerra Mondiale: disoccupazione a quasi il 70%, l'industria ed il commercio paralizzati, aumento esorbitante del debito estero, muri anti-attentati da tutte le parti, crescita esponenziale del fondamentalismo, guerra civile... ed esportazione del terrorismo in tutto il pianeta. Non voglio saturarvi con qualcosa che quotidianamente trovate nei notiziari: offensive militari della coalizione (attenzione: in una guerra che "è già finita"), mobilitazione della resistenza irachena, attentati, attacchi ad obiettivi militari e civili, sequestri, esecuzioni, nuove offensive della coalizione, nuova mobilitazione della resistenza irachena, eccetera. Sono sicuro che trovate esaurienti informazioni sulla stampa di tutto il mondo. In lingua spagnola, senza dubbio la miglior fonte è il quotidiano messicano La Jornada che conta tra i suoi collaboratori alcuni degli analisti più seri e documentati sulla questione dell'Iraq. La cosa sicura è che questo video l'abbiamo già visto prima da altre parti... e continuiamo a vederlo: Cecenia, i Balcani, Palestina, Sudan, sono solo esempi di questa guerra che distrugge nazioni per cercare di "riconvertirle" in "paradisi"... mentre finiscono per essere trasformate in inferni. Uno stivale abbandonato sulle terre dell'Iraq "liberato" riassume il nuovo ordine mondiale: la distruzione di nazioni, la desertificazione di qualsiasi segno di umanità, la ricostruzione come riordinamento caotico delle rovine di una civiltà. Tuttavia, ci sono altri stivali, anche se pochi... Stivali rotti. Sì, gli stivali dell'insurgenta Erika sono rotti. Nella punta destra davanti, la suola è staccata e conferisce allo stivale un aspetto di bocca insoddisfatta. Le dita non sono ancora visibili, cosicché la Erika non sembra essersi accorta che i suoi stivali, precisamente il destro, sono rotti. Fin dai primi giorni nella montagna, il guardare verso il basso diventò per me un'abitudine. La calzatura normalmente è uno dei sogni/incubi del guerrigliero (altri? lo zucchero, avere i piedi asciutti ed altre ossessioni piuttosto umide), cosicché egli le dedica buona parte delle sue attenzioni. Forse per questo motivo si acquisisce quella mania di guardare sempre i piedi degli altri. La insurgenta Erika è venuta ad avvisarmi che avevano appena pubblicato il racconto L'arancia magica (ultima produzione di Radio Insurgente che racconta di... bene, è meglio se l’ascoltate direttamente). Io le rispondo che ha lo stivale rotto. Lei abbassa lo sguardo e mi dice "anche tu". Saluta militarmente e va via. La Erika si cambia perché tra poco giocheranno a calcio due squadre di insurgentas, una si chiama "8 Marzo" e l'altra "Le Principesse della Selva". Non so molto di calcio ma, a mio parere, le "principesse" giocano con un stile piuttosto lontano dalle buone abitudini della corte reale e quelle del "8 Marzo" giocano come se si trattasse della sollevazione del primo di gennaio. Cioè, buona parte di loro finisce nell'infermeria. Inoltre, ogni volta che giocano, le addette alla sanità tengono la barella a lato del campo. "Per non fare il giro", dicono. Poi hanno pareggiato. Cioè, le insurgentas hanno pareggiato giocando a calcio. Sono andate ai rigori perché continuavano ad essere in pareggio. La insurgenta Erika viene a dirmi questo. La Erika è la consulente sentimentale delle insurgentas, ma questa volta non viene a raccontarmi che ad una compagna "duole il cuore" per il mal d'amore, ma che la partita è finita e che lei va a parlare con il villaggio, più in concreto, con le donne dei villaggi. Si presenta come civile, cioè con abiti civili. Questo è quello che dice. Perché io vedo che porta degli stivali fabbricati nei laboratori zapatisti e che hanno sul lato il marchio "EZLN". "Mmh, se porti quegli stivali allora tanto vale che indossi l'uniforme completa", lei dico cercando di essere sarcastico. La Erika se ne va. Dopo un momento ritorna con l'uniforme. "Dove vai?", gli domando. "Al villaggio", risponde. "Ma, come ti viene in mente di andarci in uniforme?" le domando/rimprovero. "Perché così mi hai detto.", mi dice di averle detto. Capisco che è inutile tentare di spiegare le qualità della sottile ironia, quindi le ordino: "No, mettiti in abiti civili e togliti quegli stivali". Se ne va. Dopo un attimo ritorna con abiti civili... e scalza. Ho sospirato, che cos'altro potevo fare? Non credete alla Erika, il mio stivale non è rotto. È scucito, che non è la stessa cosa. Si staccato un occhiello ed è per questo che l'incrocio delle stringhe sembra il sistema politico nel neoliberismo, cioè, un groviglio in cui non si sa dove va la destra e dove va la sinistra. Sto spiegando questo a Rolando quando arriva... La Toñita Prima-Generazione, cioè la Toñita I (quella del bacio negato perché "pizzica tanto", quella della tazzina rotta, quella della pannocchia di mais promosso a bambola), ha già 15 anni. "Cioè ha compiuto i 14 ma è entrata nei 15 cioè, va per i 16", mi dice suo papà, un responsabile zapatista dei più vecchi tra noi. Io mi siedo, senza confessarlo, che non ho mai capito la matematica che regola i calendari nelle comunità ribelli zapatiste (dopo aver tentato inutilmente di spiegarmelo, il Monarca si rassegna ed aggiunge solo: "Credo che sia perché così è il nostro modo, che effettivamente è molto diverso"). Il papà della Toñita I (cioè della Toñita Prima-Generazione) è venuto perché io la vedessi, perché sono passati più di 10 anni da quando l'ho vista l'ultima volta. Dieci anni non passano invano, cosicché la Toñita I non solo non mi nega un bacio, ma senza che io riesca a dire niente mi abbraccia e mi stampa un bacio sulla guancia ovattata dal passamontagna e diventa tutta rossa (la Toñita I, non il passamontagna). Io non dico niente ma penso "Mmh, si mette male... e non mi sono tolto il passamontagna neanche per lavarmi". Intanto la Toñita I tira fuori dal suo zaino degli stivali e se li mette. Io sto per domandarle perché si mette gli stivali dopo avere camminato scalza per sei ore dal suo villaggio a qui, invece di metterseli per il cammino e toglierseli all'arrivo, ma la Toñita I mi precede e mi domanda se può andare "là" - e indica dove c'è un gruppo di insurgentas. La Toñita I sa quello che si può ottenere con un bacio, anche se sul passamontagna, così non aspetta la risposta e corre via. Mentre la Toñita I corre a vedere se la lasciano giocare nella partita di calcio delle insurgentas, suo padre mi racconta del suo villaggio (che io ho sempre chiamato, stando attento che nessuno mi sentisse "Cime Tempestose"). Sono riuscito a vedere la cicatrice di una ferita sul braccio sinistro della Toñita I, così gli domando di quella. Il papà della Toñita I mi racconta che un giovane del villaggio voleva portarsela alla latrina. (Nota: chiarisco all'ignaro lettore di queste righe che la latrina in alcuni villaggi non adempie solo alle sue odorose funzioni igieniche, ma suole essere anche luogo di incontro di coppie. Non sono pochi i matrimoni in comunità che hanno come origine il per nulla romantico luogo della latrina. Fine della Nota). Il caso vuole che la Toñita I non ha voluto andare alla latrina. "Cioè non le piaceva", mi conferma suo papà. Allora il ragazzo ha cercato di obbligarla e "dato che non le andava" - ribadisce suo papà - hanno lottato. La Toñita I è riuscita a fuggire ma, come succede, la cosa si è risaputa ed è giunta fino all'assemblea del villaggio. Il papà della Toñita I mi racconta che la volevano mettere in prigione. Io lo interrompo: "Perché, se è lei che è stata aggredita ed ha persino il braccio ferito?". "Ah, Sup, avessi visto com'era ridotto il giovanotto... - mi dice il papà - praticamente è rimasto menomato, il fatto è che la Toñita è molto… selvaggia". La Toñita I, oltre ad un viso grazioso, ha un fisico forte, cioè, come spiegarvi? Beh, per farvi capire vi dirò solo che Rolando vuole che giochi al centro della difesa nel torneo zapatista di calcio. "Ma la squadra delle insurgentas è già al completo", dico a Rolando. Lui aggiunge solo: "Non è per la squadra delle insurgentas, io la voglio per la squadra degli uomini". In quel momento passano le addette alla sanità con due insurgentas piuttosto peste. La Toñita I sta piangendo perché per colpa sua hanno assegnato due rigori alla squadra. A questo punto comprendo Rolando e mi rivolgo al papà e gli domando: "La Toñita non ha detto se vuole diventare insurgenta?". La Toñita I si è tolta gli stivali e li ha messi nel suo zaino. Se ne va con suo papà, camminando scalza. Non è molto che se n'è andata quando, accompagnata da sua mamma... appare la Toñita Seconda-Generazione, cioè la Toñita II. La mamma della Toñita II, o Seconda Generazione, si chiama Elena. È tenente insurgenta di sanità ed ha il merito di aver salvato la vita di diversi insurgentes e miliziani che, nel gennaio 1994, erano stati feriti nei combattimenti di Ocosingo. In un più che modesto ospedale da campo, Elena ha operato ferite d'arma da fuoco ed estratto pezzi di mitraglia dal corpo degli zapatisti. "Ci è morto un compa", mi disse allora. Non mi raccontò degli oltre 30 combattenti che oggi vivono e lottano in queste terre, quelli che aveva salvato. La Toñita II ha tre anni. "Cioè, ne ha compiuti due e va per i quattro?", mi affretto a dire prima della spiegazione di Elena. Lei ride. Voglio dire, Elena ride. Perché la Toñita II sta lanciando delle urla degne di miglior causa. È che, facendo uno sguardo civettuolo (il numero 7 del mio esclusivo "catalogo" di sguardi seduttori) le ho chiesto un bacio. La Toñita II non ha neppure detto "pizzica tanto" (cioè, non è una versione migliorata), semplicemente si è messa a piangere con tale veemenza che ha già al suo fianco un gruppo di insurgentas che le offrono caramelle, un sacchetto con un muso di coniglio (anche se a me sembra di tlacuache [mammifero marsupiale, n.d.t.] - il sacchetto, si capisce) e stanno persino cantandole la canzoncina del capretto, una canzonetta che gode di un inusitato successo tra i bambini e le bambine zapatiste. "Non ti vuole", mi dice la maggiore Irma facendo piovere sul bagnato. Io rispondo: "Bah, è pazza di me" e fingo di non avere il cuore a pezzi. Uscendo dallo spaccio, Rolando mi dà uno di quegli aghi chiamati "da cappotto" ed un rotolo di nylon. Nella capanna del comando generale dell'EZLN rifletto... Se non so qual’è la velocità del sogno, non so nemmeno se ricucirmi gli stivali o il cuore. (continua...) Dalle montagne del Sudest messicano Subcomandante insurgente Marcos Messico, settembre 2004, 20 y 10 (traduzione del Comitato Chiapas "Maribel" di Bergamo e del Comitato Chiapas di Torino) ______________________________________________________________________________ Seconda parte - Scarpe, scarpe da tennis, ciabatte, sandali, pantofole (in risposta ad una lettera inviata a fine agosto al subcomandante dal direttore di Carta, Pierluigi Sullo - n.d.r.) Settembre è il nono mese dell’anno e la Luna si presenta con una pancia come se fosse di nove mesi. E perfino arrossisce un po’ quando si lascia cadere ad occidente. La pioggia e le nuvole si sono affacciate ma, colte dalla pigrizia sono rimaste dietro la montagna, quella che si alza ad oriente. In basso, nel registratore, Tania Libertad canta quella che dice "non lo impediranno (...), nonostante l’autunno cresceremo". Confusa nelle ombre, l’ombra scrive una lettera. Dopo "Esercito Zapatista eccetera" e la data, settembre 2004, si legge ... A: Pierluigi Sullo. Direzione del settimanale Carta. Italia, continente europeo, pianeta Terra. Pedro Luis, fratello: Ricevi un abbraccio dalle montagne del sudest messicano. Suppongo che ti sembrerà strano il "Pedro Luis", ma è che sono stato contagiato dal "modo" dei compagni di "zapatizzare" i nomi, quindi scrivo "Pedro Luis" per "Pierluigi". Bene, ho ricevuto la lettera che hai scritto e che non hai mandato. Cioè, ho ricevuto la lettera su Carta ["...recibí la carta en Carta" - in spagnolo diventa un gioco di parole, N.d.T.]. Mi spiego: mi hanno mandato una fotocopia della missiva apparsa su Carta (26 agosto-1 settembre 2004, anno VI, numero 31). Siccome il mio italiano non riesce nemmeno a somigliare "all’itagnolo" dei "turbineros e turbineras" (che anni fa hanno lavorato duramente per dare luce a La Realidad), ho dovuto chiedere che qualcuno mi facesse il favore di tradurla.. E lo hanno fatto ma in una neo lingua che qua chiamiamo "itazapagnolo" che, se la memoria non m’inganna, inaugurò la Vanessa quando, sempre disobbidiente, ha vissuto anni nella realtà zapatista. Stando così le cose, ho dovuto ricorrere ad alcuni dizionari che ci avevano inviato tempo fa (non mi ricordo, credo fosse Mantovani o Alfio). Dunque, prima si sono dovuti cercare e trovare i dizionari che, com’era d’aspettarsi, livellano una gamba di un tavoli di uno dei comandi generali dell’unico ezetaelene. Cioè, c’ho messo tempo ad intuire, più che a sapere, quello che diceva la lettera di Carta. Forse mi sono sbagliato, ma sono riuscito a capire che l’obiettivo della tua missiva è salutarci... ed esporre problemi. Il genere epistolare è, secondo la mia umile opinione, uno dei mezzi migliori per il dibattito (un altro, ancora meglio, è la pratica politica). Non lo dici apertamente, ma chiunque potrà rendersi conto che, in fondo, la tua lettera espone, in questo caso dall’Italia ribelle, lo stesso problema della velocità del sogno. Ed anche se non lo dici in maniera esplicita, dall’Italia che lotta, cioè che sogna, e rispondi anche: "non lo so". Bene, ai problemi che esponi io potrei risponderti con l’assioma dell’ineffabile e grande (di ego) Don Durito de La Lacandona: "Non c’è problema sufficientemente grande che non si possa superare." Benché la ritenga una ricetta eccellente (a me ha dato buoni risultati in più di una volta), credo sinceramente che quello che esponi non cerchi una soluzione, bensì una discussione. Il "che fare in Italia?" è, in effetti, un problema. Ed a mio modo di vedere, fa parte del problema "che fare nel mondo? ". Bene, la risposta di noi zapatisti è... "non lo sappiamo." So che non ti aspettavi qualcosa di diverso da parte nostra, conoscendoci bene come ci conosci. Tuttavia, dalla nostra terra e dalla nostra lotta possiamo dire quanto segue: Primo. Nel Messico di oggi, tutti i politici, anche quelli che sono in testa nelle inchieste, nei titoli dei notiziari o nel numero di manifestanti, indipendentemente dal colore della retorica che innalzano o dal simbolo della loro organizzazione partitica, hanno l’assoluta sfiducia di noi zapatisti, il nostro scetticismo ed incredulità. Basati unicamente sulle loro parole, promesse, intenzioni, cifre, statistiche, studi di opinione, non otterranno assolutamente niente buono da noi. Niente, neppure il beneficio del dubbio. Come il capo dell’Esercito Liberatore del Sud, generale Emiliano Zapata, di fronte a Francisco I. Madero, la nostra ostilità verso i politici del centro sarà regola invariabile: e come Emiliano Zapata di fronte alla poltrona presidenziale, continueremo a voltare le spalle al Palazzo Nazionale ed a chi aspira a sedersi su quella poltrona. E la stessa cosa vale per l’autodenominato "Congresso dell’Unione" ed il circense Potere Giudiziale della Federazione. Secondo. Nel caso specifico dei partiti politici che si autoproclamano di sinistra riconosciuti in Messico (ma che, non bisogna dimenticarlo, non sono le uniche organizzazioni politiche di sinistra che esistono nel nostro paese), non possiamo trattenere un sorriso amaro quando i loro funzionari di partito, governanti, deputati, senatori e portaborse stipendiati, rinfacciano a Vicente Fox l’inadempimento della sua promessa in campagna elettorale di risolvere il "problema" del Chiapas in 15 minuti. Noi non dimentichiamo che quelli che oggi criticano, sono gli stessi che hanno votato a favore di una legge che, oltre a non adempiere un atto di elementare giustizia, contravveniva fondamentalmente al reclamo dei popoli indios del Messico e di milioni di persone nel nostro paese ed in altre parti del pianeta. Sono gli stessi che incoraggiano gruppi paramilitari per osteggiare ed aggredire le comunità zapatiste. Sono gli stessi che si impegnano a compiacere una destra, (la si chiami alta gerarchia ecclesiale o imprenditoriale) che, bisogna dirlo, non sente nessuna attrazione per loro. Sono gli stessi che, sotto il braccio, portano i piani economici e polizieschi che sono stati studiati nei consigli di amministrazione dell’avidità internazionale. Con tutto questo, non possiamo avallare, col nostro silenzio, le porcherie giuridiche con le quali si vuole impedire che chi governa ora Città del Messico, nel 2006 si presenti alle elezioni per la Presidenza del paese. Ci sembra un’azione illegittima, mal congegnata per fallacie legali che attenta contro il diritto dei messicani di decidere se al governo ci va uno o un altro o nessuno. La concretizzazione di un imbroglio di tale natura significherebbe, né più né meno, l’invalidazione dell’articolo 39 della Costituzione messicana, che sancisce il diritto del popolo di decidere la sua forma di governo. Sarebbe, per dirla chiara, un colpo di Stato "soft". Dicendo questo non ci mettiamo dalla parte di una persona né di un progetto di governo. Tanto meno si traduce in appoggio ad un partito che non solo non è di sinistra e non è progressista, ma non è neppure repubblicano. Semplicemente ci mettiamo dalla parte della storia di lotta del nostro popolo. Terzo. Le elezioni passano, i governi passano. La resistenza resta quello che è, un’alternativa in più per l’umanità e contro il neoliberismo. Niente di più, ma niente di meno. Tuttavia, coerenti con l’avversione che professiamo verso i dogmi, ammetteremo sempre che possiamo sbagliarci e che, in effetti, potrebbe essere che, come predicano adesso gli impiegatucci di moda, sia necessario, urgente, imprescindibile, arrendersi incondizionatamente nelle braccia di chi, dall’alto, promette cambiamenti che si possono ottenere solo dal basso. Possiamo sbagliarci. Quando ce ne renderemo conto perché la dura realtà si interporrà sulla nostra strada, saremo i primi a riconoscere questo equivoco davanti a tutti, a favore e contrari. Sarà così perché, tra le altre cose, noi crediamo che l’onestà di fronte allo specchio sia necessaria per tutti quelli che, a parole o nei fatti, si impegnano nella costruzione di un mondo nuovo. In ogni caso, noi mettiamo la vita nelle nostre certezze e nei nostri equivoci. Credo sinceramente che, dall’alba del primo gennaio del 1994, ci siamo guadagnati il diritto di decidere noi stessi il nostro cammino, la sua cadenza, la sua velocità, la sua compagnia continua o sporadica, le sue tappe e, soprattutto, il suo destino. Non cederemo questo diritto. Siamo disposti a morire per difenderlo. Quarto. Continueremo a fare quello che crediamo sia il nostro dovere fare. E questo indipendentemente dal "rating" ottenuto dalle nostre azioni, dal posto che occupiamo nei notiziari, o dalle minacce e profezie che, da uno e dall’altro lato dello spettro politico, ritengono opportuno lanciarci ogni volta che non facciamo quello che loro vogliono che facciamo o che non diciamo quello che loro vogliono che diciamo (cosa che succede sempre). Non ci uniremo allo schiamazzo isterico della classe politica e dei suoi fans nelle colonne di "analisi politica". Quelli che vogliono imporre, sempre dall’alto, un’agenda che non ha niente a che vedere con quello che succede in basso nel nostro paese, precisamente, lo smantellamento implacabile dei fondamenti della sovranità nazionale. Non manipoleremo nemmeno il calendario affinché il 2006 anticipi la sua incertezza, la sua fiera delle vanità, il suo cinico spreco di risorse e di stupidità. Tanto meno sarà la nostra linea di azione quella di chi vorrebbe che noi mettessimo i nomi di carcerati, desaparecidos e morti, mentre loro mettono i nomi nelle liste plurinominali. Quinto. Questo non vuol dire che non ascoltiamo. Lo facciamo e continueremo a farlo. Da tutte le parti del mondo ci arrivano parole di incoraggiamento e di critica, consigli ed avvertimenti, adesioni e rifiuti. Ascoltiamo tutto e lo conserviamo nel cuore collettivo che siamo. Chiunque in qualsiasi parte del mondo può stare sicuro che gli zapatisti l’ascolteranno. Ma una cosa è ascoltare ed un’altra è obbedire. Le "polemiche" se gli zapatisti siano rivoluzionari o riformisti, lights o heavys, ingenui o maliziosi, buoni o cattivi, non godono della nostra attenzione e, come le zanzare nelle lunghe notti nelle montagne del sudest messicano, non è quello che ci tiene svegli. Nelle terre zapatiste non comandano i transnazionali, né il FMI, né la Banca Mondiale, né l’imperialismo, né l’impero, né i governi di uno o dell’altro segno. Qua le decisioni fondamentali le prendono le comunità. Non so come si chiama questo. Noi lo chiamiamo "zapatismo." Ma il nostro non è un territorio liberato, né un comune utopica. Neanche il laboratorio sperimentale di uno sproposito o il paradiso della sinistra orfana. Questo è un territorio ribelle, in resistenza, invaso da decine di migliaia di soldati federali, poliziotti, servizi di intelligece, spie di diverse nazioni "sviluppate", funzionari con funzioni di controinsurrezione ed opportunisti di ogni tipo. Un territorio composto da decine di migliaia di indigeni messicani vessati, perseguitati, colpiti perché si rifiutano di smettere di essere indigeni, messicani ed esseri umani, cioè, cittadini del mondo. Sesto. Del resto del pianeta, la nostra ignoranza è enciclopedica (in realtà occuperebbe più volumi che le opere complete della parola esterna ed interna dei neozapatisti, la quale, sia detto per inciso, è abbondante) e poco o niente possiamo dire su organizzazioni politiche di sinistra che lottano o dicono di lottare sotto altri cieli. Lì, come dovunque, preferiamo guardare verso il basso, verso movimenti e tentativi di resistenza e di costruzione di alternative. Ci voltiamo a guardare verso l’alto solo se una mano dal basso ci indica questa direzione. Settimo. Con le nostre goffaggini o successi, definizioni o vaghezze, stiamo cercando, solo cercando, ma mettendoci la vita, di costruire un’alternativa. Piena di imperfezioni e sempre incompleta, ma la nostra alternativa. Se siamo arrivati fino a dove siamo arrivati non è stato, tuttavia, per la nostra sola capacità o decisione, bensì per l’appoggio di uomini e donne di tutto il mondo che hanno compreso che in queste terre non c’è un mucchio di bisognosi, avidi di elemosine o di pietà, ma esseri umani che, come loro, aspirano e lavorano per un mondo migliore, un mondo dove stiano tutti i mondi. Credo che uno sforzo così meriti la simpatia e l’appoggio di ogni persona onesta e nobile nel mondo. E credo che, il più delle volte, questa simpatia ed appoggio trova la sua versione più fortunata nella lotta che intraprendono o conducono nelle loro rispettive realtà, qualunque sia la loro cultura, la loro lingua, la loro bandiera, il loro tipo di calzatura, scarpe, scarpe da tennis, ciabatte, sandali o pantofole. In questo senso, nella nostra geografia, sono più vicine alle comunità zapatiste realtà che le mappe indicano distanti. Così, è più vicino a noi l’Europa del basso: l’Italia Disobbedientee dell’autogestione; la Grecia che comunica con segnali di fumo; la Francia delle ciabatte e dei senza documenti e senza tetto, ma con dignità; la Spagna insorta e solidale; l’Euzkal Herria che resiste e non si arrende; la Germania ribelle; la Svizzera impegnata; la Danimarca compagna; la Svezia perseverante; la Norvegia coerente; la Patria negata ai curdi; l’Europa marginale in cui soffrono gli immigrati; tutta l’Europa dei giovani che si rifiutano di comprare le azioni nelle borse del cinismo... e le donne messicane indigene mazahuas. Ribellioni e resistenze che sentiamo più vicine delle interminabili distanze che ci separano dalla superba città di San Cristóbal de Las Casas e dai partiti politici che parlano con la sinistra ed agiscono con la destra. Bene, per il momento è tutto, compagno Pedro Luis. Credimi, non mi dispiace se, per quello che ti scrivo corro il rischio "di essere giudicato come uno che delira, che non vede la realtà". Sia come sia, il problema fondamentale resta in sospeso, cioè, quello di chiarire qual’è la velocità del sogno. In attesa della soluzione, ricevi un abbraccio e la prossima volta che scrivi, insieme alla lettera su Carta, manda una traduzione, anche in "itagnolo". Salute, e che lo schiamazzo che viene dall’alto non impedisca di ascoltare il mormorio proveniente dal basso. (Continua...) Dalle montagne del sudest messicano. Subcomandante insurgente Marcos. Messico, settembre 2004. 20 y 10. (2 ottobre 2004 www.jornada.unam.mx - Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo) _______________________________________________________________________________ Terza parte - Piedi nudi Il club delle mutue caricature Qual è la velocità del sogno? Non lo so. "Non lo so", queste tre parole dovrebbero essere più presenti nel repertorio di tutti, così obbligati come a volte ci sentiamo ad opinare su tutto ed a sostituire opinioni con dogmi e ricette pronte ("verità", le chiamano). Nel Club delle mutue caricature, ovvero, nella selezionata intellighenzia che, sui e dai mezzi di comunicazione di massa di destra (ed alcuni "di sinistra") si tiene lontana ("obiettiva", dicono) dalla realtà, è da tempo che la critica ed il dibattito sono stati soppiantati dallo scandalo mediatico, dalla "neutralità" (che, alla fine, è più fondamentalista di Bush-Bin Laden) e da profezie che non importa se non sono supportate da argomenti e nemmeno se si concretizzano ("dopo tutto, a chi importa la realtà?"). Cortigiani versatili alla periferia del potere, questi intellettuali parlano di tutto, sono esperti di tutto. Nella loro filosofia istantanea e solubile ("andiamo in onda - consegno la mia collaborazione in pochi minuti, non c'è tempo di pensare a quello che si dirà-scriverà"), questi neofilosofi della postmodernità, seguendo le mode che si rinnovano di tanto in tanto, imitano le pose ed il metodo dei "grandi" pensatori, cioè, astraggono e generalizzano. Ovvero, suppongono e creano un modello e poi lo applicano. Il resto? all'immondizia (cioè, fuori dalla programmazione o dall'indice dell'articolo). Inoltre, l’intellettuale ed il comunicatore che fanno gli analisti politici di destra (e non pochi di "sinistra") si erigono a giudici che dettano sentenze ed aspettano, comodamente seduti all’università o in una sala stampa, che la realtà sia il boia che esegua la sentenza. Se il "successo" della filosofia politica reazionaria, cioè, dell'analista di destra, sta nella sua capacità di "giustificare" un'azione, quello di coloro che predicano dal pulpito dei mezzi di comunicazione sta nel trivializzare l'illogicità. Proponendo emozioni riflesse e irragionevoli, i comunicatori affrontano la guerra, la povertà, le catastrofi naturali, le arbitrarietà dei governi, i crimini e le sempre più frequenti scintille di scontento popolare. Dopo tutto, i sentimenti possono essere fugaci quanto le questioni "più importanti" dei notiziari. Così, si disperano per la mancanza di video. Invece ci sono, ma ciò che succede è che molti di questi suscitano riflessioni e, diciamolo chiaro, la riflessione profonda non è la fonte della comunicazione di massa. La velocità dell'incubo È con la riflessione teorica (che non è sinonimo di masturbazione mentale), col dibattito (che non è il ping-pong degli insulti), con lo scambio di esperienze (che non è lo scambio di ricette pronte) che, se non si può sapere qual'è la velocità del sogno, si può invece calcolare la velocità dell'incubo. Dalla nostra stessa esperienza e da quello che vediamo sul globalizzato piano di sopra, abbiamo imparato che è la stessa velocità che ci vuole per abbassare le mani, arrendersi, rassegnarsi, assumere la comoda e stupida posizione di spettatore, abbandonare ideali sugli altari di un pragmatismo alla fine dei conti sterile e deformante. Se il potere mondiale rende un omaggio morboso all'11 settembre ed all'11 marzo, è per usarli come pretesto dell'incubo che globalizza e ci vuole "vendere" il sogno che il suo potere militare e poliziesco eviterà che si ripetano altri "undici" nel calendario... seminando il suo terrore in altre date ed in tutto il mondo. Ma, di fronte agli "11" del terrore di una e dell'altra parte, c'è, per esempio, un "15", quello del febbraio del 2003. In quella data più di 30 milioni di persone di oltre 100 nazioni del mondo si sono mobilitate contro la guerra. Molti diranno che è stato inutile, che la guerra comunque è scoppiata. Ma si dimentica che il raccolto della semina del basso non è mai immediato. E non sempre le mobilitazioni finiscono quando si chiudono i notiziari. Il più delle volte diventano apprendistato ed organizzazione. Il potere può ben vivere con dimostrazioni massicce di ripudio che finiscono quando si cambia canale, ma non può starsene tranquillo quando questo ripudio si organizza e tanto meno quando cresce. Perché, in basso, imparare è crescere Le menzogne, per quanto rating ostentino, normalmente provocano indigestione e vomito. Le verità, certamente, provocano mal di stomaco, ma questo normalmente si allevia facendo qualcosa. Perché, sebbene le bugie siano irrimediabili, le verità hanno rimedio. Di fronte all'incubo, non basta svegliarsi. La veglia può fiorire nel sogno. L'impreciso sogno zapatista Ma, quale è la velocità del sogno? Non lo so. Nel nostro sogno, il mondo è un altro, però non perché qualche deus ex macchina ce lo regala, ma perché lottiamo, nella permanente veglia della nostra veglia, perché in quel mondo sorga l'alba. Noi zapatisti, sappiamo con chiarezza che non avremo, né noi né nessuno, la democrazia, la libertà e la giustizia di cui abbiamo bisogno e che meritiamo, fino a che, con tutti, la conquisteremo per tutti. Con gli operai, con i contadini, con gli impiegati, con le donne, con i giovani. Con quelli che fanno funzionare le macchine che fanno produrre i campi, che danno vita alle strade ed ai sentieri. Con quelli che, con il loro lavoro, ogni giorno precedono il sole. Con quelli che da sempre producono la ricchezza ed oggi consumano solo la povertà. La nostra lotta, cioè, il nostro sogno, non finisce. Tuttavia, nella veglia di tutti i giorni ci sforziamo di non lasciare in eredità a coloro che seguiranno, uno spazio di rancore e di affanno distruttivo. In ogni momento ribadiamo la nostra decisione di non imporre a nessuno (nemmeno a noi stessi) - anche dall'impunità dell'assenza definitiva (toccati dalla bacchetta magica della morte, quella che trasforma in perfezioni ciò che non è altro che un mucchio di contraddizioni) - una serie di cinismi mascherati da "ragioni politiche" o da fondamentalismi camuffati da "neofilosofia" universale ed eterna. Lo zapatismo non è una guida per l'azione Ci impegniamo ogni minuto di ogni ora di ogni giorno, a non predicare né promuovere il culto del "tanto tutto è uguale" che è solo un alibi che giustifica che, nel "tutto", si comprende il tradimento dei principi. La ragione che ci muove è etica. In questa ragione, il fine sta nei mezzi. Vogliamo, e per questo lottiamo quotidianamente contro tutto (compreso contro noi stessi) per posare un'altra pietra ancora nella nostra casa, quella che vogliamo tutta porte e finestre, da cui si possa entrare, si possa uscire, guardare ed essere guardati, senza altro limite che la voglia di fare una o l'altra cosa. Una casa dove non sia doloroso essere donna, o bambino, o anziano, o indigeno, o giovane, o gay, o lesbica, o transessuale, o lavoratore del campo o della città. Per finire, un posto dove non ci si debba vergognare d’appartenere all'umanità. Vogliamo continuare a lottare per quello che siamo, come zapatisti. Così il mondo nuovo non nascerà solo dal nostro passo, però anche da quello. Vogliamo, alla fine, sparire. Per questo, e non per altro, siamo apparsi. Per questo motivo nel nostro sogno, noi non ci siamo. Piedi nudi Quale è la velocità del sogno? Non lo so. Ma ora, in quest'alba di settembre, senza altra compagnia che un vento gelato, con la pioggia che tamburella impaziente sul tetto della capanna, e sommando alla nuvola che porto quella che fuori riposa, realizzo che, forse è la stessa velocità con la quale, nel mio sogno, l'ombra che sono svanisce nell'altra e gentile ombra fra le gambe di Lei, mentre con le mie labbra scrivo promesse impossibili sulle piante dei suoi piedi nudi... Dalle montagne del Sudest Messicano Subcomandante Insurgente Marcos Messico, Settembre 2004. 20 y 10 P.S. - Qui finisce il programma "scientifico" del Sistema Zapatista di Televisione Intergalattica. Dopo un taglio anti-commerciale, continueremo con la nostra programmazione. Non cambiate. (Sullo schermo, cioè sul cartoncino, appare: "Sandali Yepa-Yepa, l'unico sandalo g-l-o-b-a-l-i-z-z-a-t-o, lancia sul mercato il suo nuovo modello " Pozol Agrio" - produzione limitata ad un prezzo da sogno! Non si accettano carte di credito né contanti. Autorizzazione della Giunta del Buon Governo numero 69. Con restrizioni"). (traduzione del Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)

domenica 26 settembre 2004

26/09/2004 | Ass. YaBasta - Incontro Nazionale


… Oggi i cieli del mondo sono annuvolati da aerei da guerra, missili – che si definiscono "intelligenti" in modo da mascherare la stupidità di chi ne è responsabile e di chi, come Berlusconi, Blair e Aznar, li giustifica – e satelliti che segnalano dove c’è vita e dove ci sarà morte. E la terra è solcata da macchine da guerra che dipingeranno il mondo con i colori del sangue e della vergogna. La tempesta sta per arrivare. Ma l’alba arriverà solo se le parole diventate nuvole per attraversare i confini diventeranno un "No" di pietra, e apriranno un varco tra le tenebre, una crepa attraverso la quale possa insinuarsi il domani. Dalle montagne del Sud-Est Messicano. Dal C.G.C.C. degli Indigeni Rivoluzionari dell’EZLN. Subcomandante Insurgente Marcos (tratta dalla lettera letta da Heidi Giuliani il 15-2-2003 a Roma ******************************************* Associazione Ya Basta! – Incontro Nazionale Milano, 9 e 10 ottobre 2004 DISERTORI NELLA GUERRA GLOBALE, PER COSTRUIRE RIBELLIONE riflessioni, racconti, progetti e presentazione delle prossime iniziative Pianeta terra, autunno 2004: un panorama verde militare Parlare di dignità dei popoli contro il neoliberismo come l'Associazione Ya Basta! ha cominciato a fare fino dalla sua nascita negli anni '90 significa oggi parlare della guerra globale permanente e dei suoi devastanti effetti sociali, parlarne per tracciare sentieri di ribellione in mezzo alla guerra, segnali concreti di alternativa. La guerra globale permanente è la forma della barbarie generalizzata con cui si vuole imporre il dominio del neoliberismo. La guerra "imperiale" genera effetti sociali devastanti, vuole imporre al mondo il controllo della parola e della rappresentazione sotto la logica del denaro, vuole imporre l'immagine di un mondo terrorizzato in cui la vita non ha ovunque lo stesso valore. Nel tentativo bugiardo di costruire arruolamento totale e consenso addomesticato si utilizza il binomio "guerra e terrorismo" che vorrebbe occultare dietro un gioco di specchi e di crudeltà la realtà di una guerra estesa planetaria, fatta di massacri e stragismi contro i civili e contro quanto resiste alla logica del potere, della sopraffazione e della rapina di pochi ricchi sulla maggioranza. Chi vive nel "mondo di sopra" raccomanda al potere la sua innocenza e il suo benessere, chi sta "sotto" è una vita sacrificabile. Noi siamo la stessa umanità degli ostaggi della scuola di Beslan, come dei prigionieri delle carceri di Guantanamo e Abu Grahib, delle vite distrutte dai bombardieri imperiali e dai signori della guerra in Irak come in Palestina o in Colombia quanto di quelle colpite dalle bombe nella stazione di Atocha. Senza divise: la diserzione dell’umanità ribelle. Di fronte a questa barbarie vogliamo proporre quella che per noi è anzitutto una esperienza che viene dalle nostre origini a fianco dei fratelli e sorelle zapatisti. Noi non siamo gli innocenti tra due barbarie, noi siamo e vogliamo essere i ribelli contro questo ordine di cose, i disertori nella guerra globale. Perchè nella guerra c'è sempre una parte dalla quale schierarsi, quella dell'umanità, quella offesa e calpestata dagli affaristi e dai signori della guerra. E disobbedire al comando ed alle occupazioni militari è sempre una necessità per entrare in contatto con chi a quelle sopraffazioni sta resistendo al di là di una frontiera da superare. La cooperazione orizzontale ha sempre significato costruire complicità tra disertori globali, dare corpo materiale a relazioni di reciproco riconoscimento tra comunità politiche consapevoli e ribelli. E oggi continuiamo e chiederci come e da dove è possibile sabotare la guerra ed i suoi apparati embedded, compresi quelli del business umanitario. Ricerchiamo da sempre il modo di essere attivi dentro i conflitti del presente senza essere agenti di mediazione sociale ma agenti di sovversione contro la guerra, per una pace basata sulla giustizia sociale e sulla dignità dei popoli. Col fiato sospeso continuiamo a chiedercelo con forza ancora maggiore oggi, quando anche la cooperazione italiana non omologata si trova ostaggio della guerra globale. Oggi che esplodono quelle contraddizioni che un anno fa portarono al blocco alla frontiera irakena della nostra carovana, proprio per la nostra incompatibilità con quell'occupazione imperiale. E a partire dalle iniziative di questa estate 2004 vediamo la possibilità di far crescere la rete delle resistenze alla guerra, dei movimenti reali e vediamo nascere nuove ipotesi di cooperazione e di trasformazione, in sabotaggio della guerra globale. Ma un "mondo che contenga molti mondi" parte anche dai nostri territori. In Italia la cosiddetta emergenza immigrazione è il frutto delle scelte di esclusione e repressione messe in campo dalla sinistra prima e spinte poi agli estremi dalla destra. La lotta per una nuova cittadinanza, per il rispetto incondizionato della vita e della libertà dei migranti, contro i centri di detenzione ed il razzismo, restano per noi il modo migliore per vivere in questo paese con i nostri fratelli e sorelle che ci portano il mondo in casa. Cerchiamo insieme le strade per la chiusura dei CPT in Italia, in Europa e nel Mediterraneo, per costruire spazi di cittadinanza e dignità partendo dalle comunità locali. Siamo tornati da molti paesi e con molte storie da raccontare. Ogni storia ed ogni volto sono per noi una parola, un colore, una domanda nella inarrestabile ricerca di molti altri, oltre noi, di rifiutare il presente e di affermare la propria dignità. Invitiamo tutti coloro che vogliono mettere insieme queste domande, queste storie e questi colori, all'incontro nazionale che si terrà a Milano il 9 ottobre. Mai come oggi è importante continuare a camminare domandando. L’INCONTRO SI TERRÀ A MILANO IN CASALOCA, viale Sarca 183 in auto: uscita tangenziale nord viale Zara in treno: dalla stazione centrale – MM3 fermata Zara + linea 7 fermata Sarca info: yabastamarche@libero.it Associazione Ya Basta! - Incontro Nazionale DISERTORI NELLA GUERRA GLOBALE, PER COSTRUIRE RIBELLIONE. riflessioni, racconti, progetti e presentazione delle prossime iniziative PROGRAMMA Sabato 9 ottobre, incontro pubblico: ore 16.30 – inizio prima parte ore 19.00 – pausa e rinfresco ore 19.30 – inizio seconda parte ore 21.00 – conclusione, cena e inizio serata: musica e grigliata di pesce tracce delle relazioni ARGENTINA: Movimento Piqueteros La primavera argentina : società civile e autogoverno … siamo in partenza Dal 12 ottobre saremo in argentina per rafforzare il sostegno all’esperienza dei piqueteros e a tutte le reti che sperimentano nella realtà argentina forme di autogestione e creazione di comunità in lotta per i propri diritti. In particolare si approfondirà il sostegno al progetto del "Centro di Salute Autogestito" del Mtd ( piquetero) Solano, progetto che fa tesoro della concezione di autogestione ed autonomia che si costruisce dentro le forme di auto-organizzazione della società civile, aprendo così una comunicazione diretta con il movimento. BRASILE: Movimento Sem Terra – GlobAL – Gruppi di azione nelle favelas Accesso al sapere e alla cittadinanza nei movimenti urbani e rurali - Diapo/relazione Racconto del viaggio da Rio de Janeiro a Salvador de Bahia. Dall’esperienza di azione nelle favelas e dalla costruzione di GlobAL (Global america Latina) nella realtà di Rio de Janeiro alla permanenza nelle comunità in occupazione dei Sem Terra. Spunti e riflessioni attraverso le mille facce moderne del Brasile: i movimenti sociali, le lotte urbane ,la riappropriazione delle terre e della dignità, la costruzione di comunità, il governo di Lula. Possibilità e sviluppi del rapporto con la complessa realtà brasiliana. CHIAPAS: Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale Il sogno zapatista si dà gambe organizzative: un aggiornamento dalle comunità ribelli ad un anno dalla nascita dei caracoles – con Video/ intervista Racconto del viaggio di questa estate nelle comunità e aggiornamento sui progetti in Chiapas Intervento accompagnato dalla videointervista con la Giunta del buon governo del caracol di Oventic, verranno anche presentate le brigate di raccolta del cafè rebelde zapatista e la prossima carovana per consegnare le due ambulanze al sistema sanitario autonomo zapatista, a cui parteciperanno Rosa Piro ed Haidi Giuliani. COLOMBIA: Comunità Afrodiscendenti del Cacarica – Collettivi urbani Un viaggio attraverso le resistenze al neoliberismo e alla guerra globale Resoconto del viaggio che si è tenuto da metà agosto al 6 settembre . Riflessioni sulla carovana ci ha portato a conoscere la realtà delle organizzazioni di base (studenti, avvocati, sindacati) a Bogotà per poi inoltrarci nella Selva del Chocò dove dal 1996 resistono le comunità afrodiscendenti appartenenti all'organizzazione Cavida. Progetti di cooperazione e appoggio dalla metropoli alla selva per contribuire alla rete d’azione colombiana. PALESTINA: Movimento civile Al Mubadara In Palestina per un altro medioriente, per un’altra Europa – con contributi video e cd multimedia Racconto della presenz/attiva dell’agosto 2004 e dei progetti che abbiamo aperto e vogliamo continuare. Dalla lotta contro il muro dell’apartheid e contro l’occupazione israeliana alla relazione profonda con le esperienze di autorganizzazione della società palestinese. Racconto della presenza stabile del progetto GlobalRadio a Ramallah e della proposta dell’importazione dell’olio palestinese come sfida al sistema di discriminazione internazionale che colpisce la popolazione civile palestinese. Presentazione del progetto Kifah: presenza a protezione della raccolta delle olive dal 25 ottobre al 8 novembre. Domenica 10 ottobre: riunione nazionale dell’associazione - inizio ore 10.00 da sabato sarà esposta la mostra fotografica "Le maschere che mostrano, appunti dal Chiapas zapatista" fotografie e testi di Paola D’Amico