lunedì 1 settembre 2008

Alberto Granado


Nel 1951 Alberto Granado, con l'amico Ernesto Guevara, salì su una vecchia moto, la celebre "Poderosa" e partì per un viaggio attraverso l'America latina che avrebbe segnato il destino di entrambi, mettendoli di fronte al degrado e alla miseria di tanta parte della popolazione. Al loro ritorno, Guevara avrebbe imboccato la strada dell'impegno rivoluzionario e Granado si sarebbe dedicato alla cura dei lebbrosi. Si ritrovano nel 1961 nella Cuba conquistata da Fidel Castro, dove il comandante Alberto Granado si era ormai stabilito. All'invito del compagno, Alberto lasciò il suo lavoro all'università di Caracas e si trasferì nell'isola, dove aprì una scuola di medicina e partecipò con entusiasmo alla costruzione di una nuova società.

mercoledì 23 luglio 2008

YA BASTA! MARCHE: "CAROVANE IN MOVIMENTO: OLTRE LA COOPERAZIONE"


DOMENICA 14 DICEMBRE
Palazzo dei Convegni - Presentazione progetti:
ore 19,00
Associazione Ya Basta! Marche:
Carovane "in movimento": oltre la cooperazione

Abbiamo iniziato nel '96 un percorso che partiva dalla scommessa di andare oltre alla semplice solidarietà per costruire uno spazio di azione comune.
Per noi cooperazione significa creare complicità tra disertori globali, dare corpo materiale a relazioni di reciproco riconoscimento tra comunità politiche consapevoli e ribelli.

Verso la Carovana del "Festival Mondiale della Rabbia Degna" proposto dall' EZLN- Chiapas - Messico.
L’Associazione Ya Basta riparte per il Messico nel mese di dicembre 2008

giovedì 10 luglio 2008

MALATI DI NIENTE


Rassegna Malati di Niente 2008
8° Edizione

"Valorizziamo le diversità per combattere lo stigma"

Promossa dalla Comunità Alloggio Soteria e dalla Rete del Sollievo di Jesi

In collaborazione con: Dipartimento Salute Mentale Asur zona territoriale 5, Cooperativa sociale COOSS Marche, Associazione Culturale “Asiamente”, Centro Sociale TNT, Teatro Pirata e Associazione dei Familiari Atena, Comune di Jesi (Assessorato ai Servizi Sociali), Regione Marche, Provincia di Ancona, Ambito Territoriale IX.


Informazioni: Comunità Alloggio Soteria Via Tabano, 51 - Jesi

tel 0731/290003 - fax 0731/290218 - email c.soteria[at]libero.it

Il progetto "Malati di Niente"

Premessa "Ricordo di aver pensato che gli schizofrenici sono i poeti strangolati della nostra epoca. Forse per noi, che dovremmo essere i loro risanatori, è giunto il momento di togliere le mani dalle loro gole."

Con questa frase di David Cooper (medico psichiatra inglese, esponente di spicco del movimento antipsichiatrico non solo in Inghilterra) abbiamo a che fare ogni giorno, quando iniziamo il nostro lavoro di terapeuti e di operatori psichiatrici, queste righe sono all’entrata della nostra comunità, quotidianamente ci dobbiamo fare i conti. Ma la nostra riflessione parte da lontano e il modo di intervenire oggi e la storia e i perché del progetto “Malati di Niente”, forse hanno a che fare con la storia del movimento antipsichiatrico e anti istituzionale in Italia, a cominciare dalla Riforma psichiatrica e dalla cosiddetta “rivoluzione basagliana”. Il 13 marzo del 1978, nasceva in Italia la L. 180 che di fatto concludeva, con un atto legislativo, l’esperienza della custodia manicomiale, imponendo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici (OP). Negli anni ’50 in Italia i manicomi ospitavano più di 100 mila persone e parte di queste privi di disturbi psichiatrici, quindi il manicomio fungeva da struttura per il controllo sociale, dove alcolisti, handicappati, barboni, emarginati, venivano “separati”, in un “luogo altro”, dalla società civile, perdendo immediatamente libertà, dignità e diritti civili elementari. Il criterio per l’internamento non era quindi la malattia mentale, ma la “pericolosità sociale” o il “pubblico scandalo”, quindi evidente la funzione del manicomio solo in minima parte riguardava l’assistenza e la “cura”. Il ricovero significava l’iscrizione al casellario giudiziario e la schedatura. Ma proprio a partire dagli anni ‘ 50, in gran parte dell’occidente, le attività di assistenza psichiatrica vennero attraversate e contrastate da un sempre più forte movimento antiistituzionale. In Italia il movimento nasce soprattutto a Gorizia, Trieste, Perugia, Arezzo, Reggio Emilia…e questo grazie al grande apporto di Franco Basaglia. La nuova cultura antimanicomiale introduce concetto e categorie quali decentramento, territorio, comunità, lavoro di equipe... Si fa quindi strada l’idea della prevenzione nella comunità e nell’ambiente di vita delle persone con disagio psichico. Basaglia inizia il suo intervento deistituzionale negli anni ’60 a Gorizia, ma è dal ’71 a Trieste che si radicalizza e si concretizza l’offensiva ai manicomi e alla vecchia psichiatria come istituzione totale, anche perché si iniziava a collegare con una grande domanda di cambiamento e trasformazione sociale che in questi anni pervadeva l’Italia. Possiamo affermare con certezza che la L. 180 è stata più di una legge, ha rappresentato un progetto politico in quanto i suoi presupposti tendevano a sviluppare una coscienza critica e una trasformazione dell’organizzazione sociale attraverso la partecipazione della collettività a tutte le forme di emarginazione e disagio. Il ricordo torna spontaneo ad alcuni momenti significativi: la gioia della libertà nel manicomio che abbatteva il muro e si apriva alla città, gli internati che con stupore potevano finalmente esprimere affetti, idee, potevano accedere a lavori retribuiti, potevano costruire cooperative e avere una casa propria. Per questo diciamo che la libertà é terapeutica. Non solo la libertà di essere matto, bizzarro, diverso, ma soprattutto la libertà dalla violenza delle istituzioni totali, liberta dalla stupidità e rigidità della burocrazia. Libertà di “rischiare di vivere” accompagnata dalla responsabilità di prendersi cura dell’altro, di essere solidali. Prevaricare, segregare, violentare, imbavagliare, mortificare le persone, “strano modo di curare un uomo, cominciando con l’assassinarlo...” scrisse Antonin Artaud sottoposto in 3 anni a ben 51 elettroshock, devastanti per la sua mente ed il suo corpo. Proprio la L. 180 nei suoi articoli più esemplificativi metteva al centro del nuovo intervento psichiatrico la costituzione di una serie di servizi territoriali che si articolavano all’interno del Dipartimento di salute Mentale (DSM). Ogni DSM quindi prevedeva e prevede (Progetto Obiettivo) sul territorio una serie diversificata di strutture: Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC - un reparto all’interno degli Ospedali Civili cittadini); Centro di Salute Mentale (CSM – con funzione ambulatoriale e di programmazione dell’assistenza territoriale); Servizi Riabilitativi Residenziali e semi-residenziali (SRR e Centri Diurni dove sviluppare e agire programmi di reinserimento sociale); Comunità Terapeutiche; Comunità Protette; Gruppi Appartamento (con diversi gradi di autogestione). Servizi e articolazioni di strutture importantissimi per recepire e cercare di dare risposte adeguate alle innumerevoli richieste di aiuto e supporto di chi soffre nella sua solitudine e nella sua angoscia. Ma un accenno particolare meritano le Comunità. Il termine stesso evoca significati e orizzonti che eludono alla “vita in comune”, alla “solidarietà identitaria”, alla appartenenza. Le Comunità sono strutture residenziali dove tutte le attività si sviluppano in un luogo nel quale sia possibile avvicinarsi reciprocamente in un rapporto che diventa terapeutico in quanto immediato e spontaneo. Un luogo quindi che crea legame. Le Comunità quindi come luogo non separato, ma invece luogo della condivisione e della trasformazione, che crea permanentemente legame affettivo e sociale. Intervento comunitario in psichiatria significa quindi, principalmente, che la “malattia mentale” non resti un tabù da delegare agli specialisti e da relegare in luoghi "altri". L’intervento comunitario, dovrebbe essere sempre in rapporto, in “relazione sistemica”, con le dinamiche sociali del territorio, non è un luogo altro separato, ma si pone il problema di creare una realtà condivisa e una reale rete sociale. Lavoro di rete che demedicalizza la malattia mentale perché si attua grazie alla pratica e alla attivazione di strutture e servizi non sempre propriamente sanitari. Istituzioni sanitarie, Enti locali, associazioni culturali e del volontariato, cooperative sociali, possono rappresentare alcuni nodi della rete; ma è la “realtà condivisa” e il legame di soggetti individuali e collettivi che realizza il lavoro di rete sociale. Il concetto di “realtà condivisa”, è fondamentale se lavoriamo quotidianamente con persone che si pongono troppo spesso al di fuori del mondo reale, imprigionati nell’alterità del loro mondo fantastico, privati del potere decisionale e incapaci di comunicare l’urgenza dei propri bisogni. La realtà è reale e vera solo nell’istante della condivisione, solo nel momento che si crea la relazione (paritaria e democratica) tra due o più persone. Se non stabiliamo questo, lo psicotico avrà sempre torto, irresponsabile nel suo delirio e privo di potere, mentre il terapeuta, avrà sempre ragione a priori, in quanto sano e il solo detentore (per autorità) della verità. Quante volte ci sentiamo impotenti di fronte al delirio e all’angoscia e ci chiediamo come poter comunicare “riportando per terra” la persona che abbiamo di fronte”? Quante volte siamo di fronte ad una persona e vogliamo vedere in lei, narcisisticamente, solo noi stessi e non riusciamo ad “incontrarlo”, a riconoscere ed accettare la sua alterità da noi perché impauriti e troppo inclini a normalizzare la differenza invece che farla esprimere. Ma tutto ciò è paradossale, in quanto è solo riconoscendo l’alterità dello psicotico che individuiamo noi stessi e non avremo più il terrore di confonderci con lui in un rapporto a tratti ambivalente e simbiotico. “Se non ora... quando?” Possiamo tranquillamente sostenere che in Italia, gran parte degli interventi psichiatrici si sviluppano all’interno delle cosiddette strutture intermedie. Dopo più di venticinque anni dall’attuazione della Legge 180, che poneva fine alla pratica e all’utilizzo dei manicomi, si sono sviluppate sempre di più strutture, dove il “folle”, viene inserito per iniziare percorsi di risocializzazione e programmi riabilitativi psico-sociali. In realtà tutto questo, si traduce troppo spesso in delega pressochè totale dei familiari e della società alle strutture istituzionali. Il rischio di creare nuovamente piccoli e moderni manicomi è evidente e non basta avere piscine, campi da tennis, saune…per non essere una istituzione chiusa e totale. Non è sufficiente fare psicoterapia, attività riabilitative e laboratori occupazionali, per costruire identità fortemente alternative e antagoniste al manicomio. Ogni istituzione totale toglie dignità, reprime, estorce diritti, nega democrazia, contribuisce alla formazione di sintomi, produce malattia. Nel manicomio (istituzione totale per eccellenza insieme al carcere) non esiste né passato né futuro, esiste solo il presente, sempre lo stesso, giorno dopo giorno, immobile presente senza tempo, dove non c’è “vita” e cambiamento, bensì “morte” e staticità. Il manicomio, insomma, non si pone il problema della trasformazione. - Comunità come spazio progettuale La Comunità è uno spazio progettuale piuttosto che un luogo di cura: in essa l’assistito, prima di essere paziente, deve essere rispettato come persona. Egli pertanto partecipa alla vita della Comunità non per una causa, la malattia, che per altro ha difficoltà a riconoscere, ma per realizzare un proprio scopo, solo così egli non si sentirà abbandonato e segregato, e non perderà il senso del suo stare in Comunità. Ogni processo terapeutico-riabilitativo necessità sempre della collaborazione del paziente, anzi, egli è il soggetto del suo percorso terapeutico; ma poiché tende a negare il suo disagio e non è sempre facile mantenere la sua motivazione, si tende a prevaricare la sua volontà e a trascurare questo fondamentale concetto terapeutico. Uno strumento di applicazione di tale concetto è il contratto terapeutico, cioè l’accordo esplicito con il quale l’ospite formulala sua domanda: gli obbiettivi che intende perseguire in Comunità, il tempo massimo di permanenza, le scadenze e le verifiche periodiche. Analogamente anche la famiglia dovrebbe aderire ad un contratto che la impegni al percorso terapeutico. - Comunità come setting La Comunità intera può essere vista come un unico setting, nel quale viene praticato un intervento multifattoriale ( farmacologico, assistenziale, riabilitativo, di sostegno psicologico, psicoterapico) prevedendo una serie di attività, a livello individuale e gruppale, strutturate a loro volta come sottosetting. Gran parte della vita della Comunità dovrebbe essere strutturata in sottosetting con precisi confini spazio-temporali-metodologici (luoghi, orari, regole, ruoli, programmi e metodi di lavoro), ciò per tre importanti ragioni: 1) contenere l’ansia, l’angoscia e l’aggressività dei pazienti (e degli operatori) 2) osservare i complessi fenomeni psichici e relazionali che si verificano all’interno della Comunità 3) costruire una “realtà condivisa”. Ma poichè la costruzione e conservazione di setting si basa sulla adesione e sul rispetto delle regole, è necessario prevedere alcuni momenti di confronto con i pazienti e altri solo con gli operatori) per discutere, condividere, ribadire, ridefinire, eventualmente modificare, regole, programmi, organizzazione e metodi di lavoro. - Comunità come laboratorio della trasformazione Il nostro orizzonte ideale, che determina l’intervento riabilitativo quotidiano, si colloca in piena continuità con quello storico movimento che negli anni ‘60/’70 ha criticato, combattuto e vinto le logiche custodialistiche e le istituzioni manicomiali. La Legge 180, è stato lo strumento legislativo che ha permesso, nel lontano 1978, il progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica. Si stava abbattendo una delle più vergognose e violente opere del genere umano: i manicomi, che andavano chiusi, e in alternativa aperti luoghi di “cura” e di socialità, dove l’intervento terapeutico si coniugava, e si coniuga, con la battaglia per i diritti di cittadinanza, contro lo stigma sociale e il pregiudizio. Dentro questa cornice si esprime il nostro lavoro. Ore, settimane, mesi, vissuti insieme ai nostri utenti, sempre più convinti che l’utilizzo e l’affinamento delle più moderne tecniche riabilitative non sarebbero mai sufficienti a restituire “abilità sociali”, voglia di vivere, autonomia, dignità a uomini e donne che hanno trascorso troppo tempo “prigionieri” all’interno del loro mondo, isolati dagli altri mondi possibili. In questi anni abbiamo capito che essere dei “bravi tecnici specialisti” non può bastare. E' necessario “esserci”. Perché “...l’affetto è prassi di essere presente, cioè pratica costante dello stare insieme” come ci ricorda lo psichiatra romano Massimo Marà nel suo libro “Comunità per psicotici”. All’interno del nostro programma di attività settimanale abbiamo in effetti diversi gruppi di lavoro, dal giardinaggio al cinema, dalla ginnastica al disegno, dal canto alla pittura. L’importante però, è fare le cose insieme e trovare dei momenti per discutere e ascoltare, anche con i pazienti più gravi e regrediti. Indubbiamente l’elemento che può garantire il raggiungimento degli obiettivi è il rapporto con il sociale, con la città: l’intervento socio-riabilitativo dentro la nostra realtà territoriale. Purtroppo nulla di tutto questo è scontato, anzi molta strada abbiamo ancora di fronte a noi per una oggettiva integrazione e per un reale rispetto della diversità. La lotta allo stigma e al pregiudizio, la battaglia per i diritti, l’integrazione, si raggiungono con la visibilità, con la rivendicazione della propria diversità, della propria storia, della propria intima sofferenza. Detto questo, dovremmo “vivere” e utilizzare la comunità come luogo dove si sperimenta la trasformazione, ma anche come luogo e strumento della trasformazione. In entrambi i casi per trasformazione dobbiamo sempre intendere modificazione delle relazioni interpersonali, della comunicazione patologica, metamorfosi dei propri stati interiori intrapsichici; ma anche trasformazione come processo di liberazione, come superamento e stravolgimento dei rapporti sociali alienati i quali producono inevitabilmente malattia e sofferenza. Trasformazione quindi come riappropiazione del potere decisionale da parte di chi, mistificato e sottomesso, per una intera vita ha dovuto chiedere sempre il permesso a qualcuno, anche per comprare un semplice pacchetto di sigarette. Laing nel suo celebre libro “L’Io e gli altri”, ci dice che: “Ogni famiglia ha le sue controversie e ogni famiglia ha qualche mezzo per manovrarle. Uno dei modi di fronteggiare queste divergenze verrà illustrato sotto il nome di mistificazione. Mistificare significa confondere, annebbiare, oscurare, mascherare ciò che succede. Genera confusione nel senso che non si percepisce ciò che veramente si sente, o ciò che si fa, o ciò che sta avvenendo...” Bene, noi operatori psichiatrici, dobbiamo sempre evitare di praticare e agire la mistificazione con i nostri assistiti, in quanto ogni processo di trasformazione esprime conflitto, dinamicità e “crisi evolutive”; mentre la funzione principale della mistificazione è quella di eludere un vero conflitto, per il mantenimento dello stato di cose presenti. Per concludere con le parole di Basaglia: “...questa è la vera psichiatria, perché non è psichiatria.” Dal 1978 ad oggi sono trascorsi molti anni e tanto è cambiato nella nostra società, nell’economia, nel lavoro, nella cultura. La Legge Basaglia che poneva fine all’orrenda esperienza della custodia manicomiale, ha dato un forte impulso alla Riforma psichiatrica nel suo complesso; ma enormi problemi sono rimasti irrisolti. Quello più grande è sicuramente l’incapacità di accogliere il diverso, il “folle” in particolare, e di reinserirlo nel tessuto sociale. Anche per questo la battaglia contro lo stigma e il pregiudizio verso la persona sofferente è, e rimarrà l’obiettivo primario per quanti credono che ogni essere umano ha il diritto di migliorare la propria qualità di vita e che il disturbo mentale è un “male oscuro”, dove i termini relazionali e socio-culturali rivestono una importanza cruciale, a volte drammatica. “Diamo un’opportunità alla parola”, abbiamo detto e scritto, proprio per i “senza-voce” e gli “invisibili” della nostra epoca, strozzati dalle forti mani del pregiudizio e dello stigma sociale. Diamo un’opportunità alla parola per esprimere onestamente e senza mistificazione che: 1) il pregiudizio verso il diverso, il “matto”, è molto forte e va combattuto; 2) è sempre più urgente costruire una rete sociale solidale, perché il nostro intervento come operatori psichiatrici è troppo debole se non supportato da una comunità, da un territorio, in grado di accogliere senza emarginare; 3) i diritti, la libertà e la dignità, sono terapeutici. Noi, operatori psichiatrici, che lavoriamo quotidianamente nel settore della riabilitazione e dell’inserimento sociale dei pazienti, denunciamo troppo spesso una intolleranza e una diffidenza verso il diverso, verso l’escluso, ed è per questo che istituzioni, associazioni, strutture operative del settore, cooperatori, dovrebbero farsi carico di una vera e propria promozione culturale della salute mentale nei territori; dove riversare idee ed esperienze, mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza, lo smarrimento di una collettività sempre più in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere. In effetti i presupposti della Riforma psichiatrica tendenti a sviluppare una coscienza critica e una trasformazione dell’organizzazione sociale, attraverso la partecipazione della collettività a tutte le forme di emarginazione, sono rimasti troppo spesso sulla carta, non realizzati. Ma con tutti i limiti che troviamo a questa legge, certo non possiamo e dobbiamo tornare indietro, perché nulla è più come prima, perché abbiamo appena iniziato a restituire a quelle persone ridotte a “matti da legare”, lo statuto di cittadini, il diritto di esistere dentro quel contratto sociale da cui erano stati definitivamente espulsi in modo del tutto improprio. Il progetto “Malati di Niente” si inserisce a pieno in questo difficile e complesso contesto, ed ha l’ambizione di aprire un percorso, nel quale cammineranno insieme pazienti, familiari, operatori, gente comune, verso un orizzonte ideale rappresentato da una comunità di donne e di uomini ancora capaci di creare legame sociale, inclusione, solidarietà. Gli obiettivi sulla nostra rotta • Promozione di una riflessione e di una battaglia contro lo stigma sociale, il pregiudizio e il tentativo di revisionare la Legge 180 attraverso la riproposizione di una logica di segregazione manicomiale, per la piena riappropriazione dei diritti di cittadinanza e di reale democrazia. • Prevenzione e promozione della salute mentale attraverso la valorizzazione delle diversità, contaminazione culturale e intervento sociale sul territorio, attraverso il lavoro di relazione e comunicazione con le scuole e il “mondo giovanile”. • Costruire e attivare un lavoro di rete con l’associazionismo sociale e culturale, le istituzioni, le strutture del Dipartimento di Salute Mentale, il volontariato, il mondo della cooperazione sociale...

domenica 18 maggio 2008

18/05/2008 | L'arte di Beatriz Aurora per la solidarietà zapatista


MARCHE - Sarà ad Ancona - dal 15 maggio - e poi a Jesi - dal 22 maggio - la mostra itinerante di Beatriz Aurora "Tierra en resistencia". Per la prima volta in Italia l'esposizione delle opere dell'artista cileno-messicana a sostegno della causa zapatista. La mostra sarà accompagnata da una serie di iniziative all'interno della campagna internazionale per la difesa dei territori indigeni e autonomi del Chiapas, promossa da numerose realtà associative insieme a YaBasta! e al Circolo Terra Nuova di Ancona. - Approfondimenti sulla Campagna europea ¡Los zapatistas no estan solos! - Le conclusioni della VI Commissione Civile Internazionale per i Diritti Umani - Lo speciale sulla situazione dei diritti civili in Messico (a cura di GlobalProject) - La presentazione e il programma degli eventi Campaña mundial por la defensa de las tierras y los territorios indigenas y campesinos, autonomos, de Chiapas, Mexico y el mundo Beatriz Aurora - Tierras en Resistencia! - Mostra itinerante Esposizione d'arte ed eventi A cura dell'Associazione Ya Basta! Marche - Circolo Terra Nuova, Ancona - Eco&Bio, Ancona - Bottega del Mondo, Jesi - Servizio Civile Internazionale, Ancona - Centro Sociale Autogestito Tnt, Jesi- Laboratorio Sociale, Ancona Con il sostegno e la collaborazione del Centro Servizi Volontariato e Graffio - Cafè Trattoria Teatro - Patrocinio della Provincia di Ancona, Assessorato alla Solidarietà e Pace e del Comune di Jesi, Assessorati alla Cultura, Integrazione Sociale e Sviluppo sostenibile L' iniziativa è parte del progetto di gemellaggio fra il Comune di Jesi e il Municipio Autonomo Zapatista San Pedro di Michoacan Attraverso una serie di iniziative partite dalla città di Ferrara nel mese d'aprile, per poi spostarsi in altre città italiane come Ancona e Jesi nelle Marche, arriva per la prima volta in "anteprima" in Italia una ricca esposizione delle opere della pittrice cileno-messicana Beatriz Aurora Castedo, nell'ambito di iniziative di sensibilizzazione e solidarietà con le comunità zapatiste del Chiapas. Beatriz Aurora vive in Messico e sostiene le comunità indigene dello stato messicano del Chiapas mantenendo, anche attraverso le sue opere pittoriche, un coinvolgimento sociale e politico con le loro lotte. Nei suoi quadri, in stile naif e realizzati con molta cura dei dettagli, emerge l'esplosione del colore, della vita e della cosmovisione maya. Attraverso le sue opere ha fatto conoscere slogan e frasi zapatiste come "No alla guerra", "Un altro mondo è possibile", "Un mondo che contenga molti mondi", e ha illustrato libri come "Don Durito de la Lacandona", del subcomandante Marcos. L'artista è figlia di esiliati repubblicani spagnoli: lo storico madrileno Leopoldo Castedo e la pianista barcellonese Pilar Mira. Beatriz è una ferma sostenitrice della causa zapatista, soprattutto da quando, fuggita alla dittatura di Pinochet, arrivò in Chiapas a San Cristobal de Las Casas, dove attualmente risiede e gestisce una Bottega di Commercio Equo a favore dell'arte popolare zapatista (Tienda Nemi Zapata). I suoi quadri, molto conosciuti in tutto il mondo e in Italia in particolare, si ispirano ai momenti più importanti del movimento zapatista ed alla vita delle comunità. Queste opere originali a marzo sono state esposte per la prima volta in Europa e precisamente a Barcellona e Madrid, per poi giungere in Italia dove resteranno fino a giugno. I quadri saranno accompagnati dalle riproduzioni in stampa. - Approfondimenti su www.commercioalternativo.it Programma Ancona - 15/18 maggio 2008 Presso Sala Mostre Graffio - Cafè Trattoria Teatro (via San Martino 25/c, Ancona) - Esposizione mostra (ven 16/sab 17 - intera giornata / dom 18 - dalle 18 alle 24) Ancona - Giovedì 15 maggio, ore 18.30 Presso Sala Mostre Graffio - Cafè Trattoria Teatro (via San Martino 25/c, Ancona) - Inaugurazione mostra - Testimonianza di una partecipante alla VI CCIODH (Commissione Civile Internazionale di Osservazione Diritti Umani) in Messico, febbraio 2008 ore 22.00 "C'era una volta in Chiapas" - Spettacolo teatrale del "Gruppo di video-teatro Macroscope" - Osimo Jesi - 22/25 maggio 2008 Presso la Sala "Salara" del Palazzo della Signoria (Piazza Colocci, 1 - centro storico) - Esposizione mostra (ven 23 - dalle 16 alle 20 / sab 24 - dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 20 / dom 25 - dalle 16 alle 20) Durante l'apertura della mostra saranno proiettati i video "Construir autonomia", "Semillita sonora" e "VI Comision Civil Internacional Observadores Derechos Humanos" Jesi - Giovedì 22 maggio, ore 18.30 - Inaugurazione mostra - Testimonianza di una partecipante alla VI CCIODH (Commissione Civile Internazionale di Osservazione Diritti Umani) in Messico, febbraio 2008

sabato 10 maggio 2008

Espulsione


Campagna Palestina Solidarietà

Alternativa Libertaria

Al Nakba è l'appellativo che i Palestinesi danno al 1948, data incui lo stato d'Israele si è impossessato delle terre, delle case e delle vite del popolo palestinese, data in cui il popolo palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati.E' questa la scadenza che vogliamo ricordare con una proiezione video che narra la vita dei profughi palestinesi in alcuni dei campi profughi in cui vivono.Vogliamo contribuire a raccontare l'altra parte della storia, quella vissuta dai palestinesi.

La Campagna Palestina Solidarietà e Alternativa Libertaria vi invitano all'iniziativa che si terrà:SABATO 17 MAGGIO ORE 17

CENTRO SOCIALE OLTREFRONTIERA Via Leoncavallo – Villa S. Martino Pesaro"

ESPULSIONE

"Attivisti del collettivo anarchico di produzione video "a-films"mostrano i filmati girati nei campi profughi palestinesi, in particolare in Libano e raccontano la realtà che hanno incontrato.

Il racconto della vita nei campi profughi a 60 anni dall’ espulsionedalle citta’ e dai villaggi di Palestina.

giovedì 3 aprile 2008

03/04/2008 Progetto del Centro di Salute Autogestito - Ya Basta!Marche




Una proposta autonoma di salute

Nonostante venga dichiarato che l’accesso alla salute è teoricamente universale , a tutt’oggi esistono profonde disuguaglianze nella diffusione del servizio sanitario.
Il semplice acquisto di un biglietto dell’autobus per recarsi presso una struttura sanitaria diventa un problema insormontabile per un disoccupato, e le ore ed ore d’attesa per una prenotazione scoraggiano chi deve usufruire del servizio pubblico. L’Ass. Ya Basta! è promotrice in Italia del progetto del “Centro di Salute Autogestito” del MTD Solano (Gran Bs As a 25 Km della Capital Federal), che consiste nella costituzione di un ambulatorio popolare dove si prevedono visite, anche specialistiche, ed esami di varia natura. E’ da circa quattro anni che si interviene con questo progetto, che fa tesoro della concezione di autogestione ed autonomia che si costruisce dentro le forme di auto-organizzazione della società civile. Esso nasce dall’esigenza di creare un sistema che consenta una copertura sanitaria di base agli abitanti di questa parte della provincia di Buenos Aires (o Gran Buenos Aires).


- Speciale Argentina - Progetto MTD Solano piquetero


Approfondimenti a cura di Ya Basta! Marche


- Vai alla galleria fotografica che ripercorre lo svolgimento dei lavori - Immagini da Solano


Informazioni generali: Il progetto contempla l’installazione di un: Centro di promozione e assistenza della salute popolare Si prevede la realizzazione di un Centro di Salute Autogestito. Nell’ambulatorio lavoreranno in equipe, come volontari, delegati del Movimento Lavoratori Disoccupati (MTD) e professionisti sanitari. L’organizzazione richiedente è un’associazione civile che il MTD ha costituito, denominata “COÊJHU” , che in lingua guaranì (lingua delle comunità indigene del nord- est argentino ) significa “l’alba”. L’Associazione è una Onlus (organizzazione non lucrativa di utilità sociale). Nel progetto sono coinvolti professionisti sanitari, con i quali da tempo si sono creati laboratori di formazione di primo soccorso, attenzione ai feriti e prevenzione sanitaria in generale. Si sono formati assistenti di salute per le urgenze, che si occupano di verificare ed orientare in situazioni di malattie. Il nucleo del progetto consiste nello sviluppo di un equipe volontaria di lavoro costituita sostanzialmente dalle donne dell’Associazione, che abitano nel quartiere e che stanno realizzando questo compito insieme ai giovani, e sulla disponibilità da parte dei professionisti sanitari, che insieme a tutta l’equipe si riuniscono periodicamente per cercare di risolvere problemi come: - richiesta edile e di attrezzatura - approfondimenti delle richieste specifiche - criteri di attenzione - organizzazione amministrativa e contabile - organizzazione di ore volontarie - eventuali compiti reddituali - sistema di riunioni di gruppo per valutare e registrare le difficoltà Attualmente l’assistenza sanitaria alla popolazione da parte del MTD Solano, si svolge con grande volontà e con non poche difficoltà, in locali avuti in prestito o negli ambulatori dei professionisti coinvolti con il movimento. Presentazione del piano in passi progressivi (in modo da considerare la disponibilità di fondi e l’adeguato sviluppo della struttura del Centro) - Acquisto di un terreno adatto. - Costruzione di una unità di 250 mq di superficie coperta , composta da tre ambulatori: ginecologico, infermieria/laboratorio, sala d’attesa. - Dotazione degli elementi necessari per l’attenzione clinica generale e ginecologica, prove di laboratori chimici di base - Ambulatorio odontoiatrico con attrezzatura e sala di raggi completa con laboratorio. Obiettivi generali: - Sviluppare il progetto secondo i principi del movimento: Lavoro, Dignità, Cambiamento sociale. - Aumentare e migliorare la copertura sanitaria verso un’ ampia fetta della popolazione bonaerense, al momento sostanzialmente esclusa o male assistita. - Invertire la tendenza alla privatizzazione e monetarizzazione della salute pubblica attraverso esperienze pratiche che ne attestino il valore di bene sociale e diritto collettivo. - Sopperire al costante e progressivo disimpegno e indifferenza dello stato. - Superare la prospettiva organizzativa del sistema sanitario nazionale (i servizi sociali in genere vengono garantiti ai soli lavoratori registrati nei sistemi lavorativi ufficiali, il che esclude ormai più del 37% della popolazione economicamente attiva). Obiettivi specifici: - Soddisfare le richieste di almeno 600 famiglie della zona di S. Francisco Solano, con una media di 6 individui per gruppo familiare, tutte o quasi con difficoltà di reddito perché disoccupate. - Allargare progressivamente tale utenza minima di base. - Garantire un’ assistenza sanitaria minima e di base. - Assicurare visite specialistiche, esami di varia natura, monitoraggi prolungati, con particolare attenzione ai problemi inerenti maternità ed infanzia. - Favorire crescita e prosecuzione delle esperienze sanitarie da tempo organizzate dalle strutture dell’ MTD Solano: spazi informativi e corsi di formazione per primo soccorso; medicina alternativa; precauzione e prevenzione di base; assistenza psicologica e di salute mentale; farmacie di quartiere; primo soccorso nelle manifestazioni. - Sopperire alle problematiche dovute all’ insufficienza delle strutture sanitarie di zona e alla distanza di quelle in grado di svolgere un trattamento dignitoso (la popolazione della municipalità di Quilmes ricorre, visto lo stato di precarietà, abbandono e degrado delle poche strutture sanitarie municipali, alle strutture ospedaliere della Capital Federal, ed intorno, con i relativi problemi di viabilità, tempestività, accessibilità, sovraccarico, insufficienza dell’ assistenza). In questo contesto, le iniziative delle organizzazioni sociali popolari riconoscono bisogni imperiosi, come in questo caso, la copertura di salute per una ampia popolazione. Questo rende imprescindibile la collaborazione solidale di organizzazioni amiche che permettano, oltre a coprire parte di questi bisogni indispensabili, ad organizzare una proposta di salute “avanzata” rispetto alla concezione del sistema vigente, che rinforzi il senso della autodeterminazione, che articoli la più ampia partecipazione popolare nella pianificazione e nella direzione sanitaria, che superi la concezione individualista e mercantile in corso e formuli una proposta integrata, solidale. Il Movimiento Trabajadores Desocupados Solano contribuisce con: Mano d’opera per la costruzione dell'ambulatorio e personale volontario. Gli attivisti dell’Associazione Ya Basta! effettueranno delle periodiche missioni di valutazione. “In quei giorni io vivevo con un grande dolore nel petto. Era il dolore per la fame dei miei figli. Sono stata sempre povera. Ma mai mi era successo di non avere niente da mangiare. Quando mi sono decisa ad uscire in strada e fare i blocchi ho pensato: diranno che sono diventata matta, e va bene... che pensino ciò che vogliono.” Una donna piquetera L’Argentina è il paese che in tutto il mondo produce la maggiore quantità di alimenti pro capite, ma paradossalmente, è anche lo scenario di un genocidio sociale dalle cifre terrorizzanti: 55 bambini, 35 adulti e 15 anziani muoiono ogni giorno per cause vincolate alla fame, circa 500.000 persone fra il 1990 e il 2004. Dopo due decenni di neoliberismo selvaggio, la distribuzione dell’ingresso del reddito è talmente insufficiente che si può paragonare alla situazione dell’Africa coloniale. Dal 1996, moltitudini intere, dove le donne sono alla testa della protesta, escono per strada a fare i picchetti, rivendicare e lottare per il lavoro, la dignità e il cambio sociale. Ma il piquete è molto di più del corte de ruta (blocco di strada), è la porzione visibile di una società alternativa che lotta e lavora con serietà e responsabilità per creare un’alternativa al capitalismo, che non può che sorgere dalla base dall’autogoverno delle comunità, attraverso la resistenza e la creazione di un mondo nuovo qui e ora. Il Movimento Trabajadore Desocupados di Solano (Gran Buenos Aires): le modalità di auto organizzazione e responsabilizzazione della comunità, hanno risonanze zapatiste. I suoi apporti specifici sono: un’ostinata democrazia orizzontale e un impiego propositivo del proprio tempo per una crescente integrazione fra lotta e vita quotidiana. Il movimento sorge nel 1997 sull’ onda della diffusione della pratica del “corte de ruta” (risignificazione del tradizionale picchetto, forma di lotta del movimento sindacale e operaio, nel blocco organizzato delle grandi arterie stradali nazionali e della circolazione delle merci, specialmente quelle legate al commercio internazionale del MERCOSUR e dell’ ALCA, finalizzata a richiamare l’ attenzione dei vertici politici nazionali e provinciali verso il dramma della disoccupazione dell’ esclusione della povertà) nell’ intero Conurbano di Buenos Aires. Originariamente il movimento a Solano verte sull’ esperienza dell’ occupazione della chiesa parrocchiale, ubicata nel quartiere (barrio) San Martin, da parte di famiglie indigenti e sfrattate, col consenso del sacerdote stesso, Alberto Spagnolo. L’ occupazione diventa momento catalizzatore delle assemblee dei disoccupati, delle vertenze e delle lotte di quartiere per condizioni di vita più degne e della crescita di un diffuso rifiuto per le pratiche clientelari e corrotte dei punteros peronisti (rappresentanti locali dell’ apparato di potere peronista). Dopo 2 anni la chiesa viene sgomberata con la forza dalla gendarmeria federale e Spagnolo allontanato dai vertici ecclesiastici nazionali, ma il movimento continua a diffondersi. Il terreno acquisito per il Centro di Salute si trova nel Barrio di San Martin vicino alla Parrocchia dell’ex prete Alberto Spagnolo.


Potete versare i vostri contributi per il progetto del Centro di Salute Solano sul C/C della Banca Etica n° 112064 intestato a:
Associazione Ya Basta! Marche
Via Colocci, 11 – 60035 Jesi (An) IBAN IT 18 L 05018 12100 000000 112064 specificando causale : progetto Centro Salute MTD Associazione Ya Basta! Marche Via Colocci 11 Jesi (An) 0731/5060 - 333/8235503
yabastamarche@libero.it

lunedì 24 marzo 2008

24/03/2008 | Quando non c'è giustizia c'è escrache


ARGENTINA - La carovana 2008 dell'associazione Ya Basta! ha raggiunto Buenos Aires per l'inaugurazione del Centro di Salute Autogestito di Solano. In Patagonia sono iniziate le trasmissioni della Radio Comunitaria Mapuche. Il diario della Carovana 2008 - Lo speciale a cura di Global Project Dagli attivisti marchigiani il racconto delle manifestazioni nella capitale a fianco delle vittime della dittatura nella lotta per la dignità e la giustizia. Nov '07 - Escrache a Oscar Hermelo - Il resoconto della delegazione di Ya Basta! Marche [Guarda il video della manifestazione] Giovedì 28 novembre Ya Basta! ha partecipato all'appuntamento di mobilitazione previsto alle ore 12 in corrispondenza dell'incrocio di Lavalle e Diagonal Norte a Buenos Aires: l' "Escrache" a Oscar Hermelo, Pubblico Ministero nazionale di esecuzione penale. L' "escrache" è un metodo di denuncia che nasce all'interno dell'attività militante dell'Associazione H.I.J.O.S (associazione dei figli dei desaperecidos della dittatura argentina '76/'83). Quando viene individuato un "repressore", protagonista o complice dei crimini e delle violazioni dei diritti umani durante la dittatura della Giunta Militare Argentina - che magari vive tranquillamente come un semplice ed onesto cittadino grazie alle leggi di amnistia (Punto Finale, Obbedienza dovuta) - la parola d'ordine è "se non c'è giustizia c'è escrache". Si rendono pubblici e si denunciano gli scheletri nascosti nell'armadio della persona coinvolta, davanti al suo domicilio o al suo posto di lavoro, per far si che non si possano ignorare la sua storia e il suo curriculum all'interno della dittatura militare. Nel periodo della dittatura Oscar Hermelo lavorava all'ESMA (Escuela Mecanica della Armada) nella Direzione Ufficine del Trasporto, agli ordini di Adolfo Scilingo (personaggio tristemente noto della dittatura argentina) e come avvocato si occupava dello smistamento delle macchine rubate dei detenuti-desaparecidos che venivano poi rivendute o offerte agli stessi militari. Scilingo lo decorò durante la dittatura per la sua collaborazione nella Marina e ribadì successivamente (già in democrazia) come fosse suo uomo di fiducia, al corrente di tutto ciò che accadeva dentro l'ESMA, istituto che è stato uno dei principali e più terrificanti centri clandestini di torture nel periodo della Guinta Militare. Durante l'Escrache, la sue responsabilità vengono denuciate pubblicamente davanti ai suoi uffici nel centro della Capitale. Queste le parole di Eduardo, membro dell' Associazione H.I.J.O.S. (Figli per l'Identità la Giustizia contro l'Oblio e il Silenzio) e conduttore della trasmissione di Radio Tribu "La lucha que nos pariò": "Oscar Hermerelo è parte della dittatura militare, qualcuno dice complice, per noi è parte della dittatura. Se non c'è giustizia c'è escrache, questo signore dovrebbe essere in galera e non solo è fuori ma ha anche un grande potere, nel suo ruolo di PM nel processo ad altri dittatori della giunta militare [...] Molti di coloro che sono stati già condanati si rivolgono a lui per avere "assistenza legale" e migliorare la loro condizione". Il governo del presidente Nestor Kirchner (al potere fino a dicembre del 2007) si è senz'altro caratterizzato per il suo impegno a condannare il terrorismo di stato nel periodo della dittatura, chiedendo anche pubblicamente scusa alle "Madres de Plaza de Mayo" per l'impunità di cui hanno goduto i militari durante i governi democratici. Perché condannare le violazioni dei diritti umani degli anni '70 se si tace su quelle attuali commesse nel suo periodo di governo? Questa la domanda più frequente che in Argentina si fanno in molti. E sulla posizione del governo di fronte alla denuncia del coinvolgimento di Hermelo con la dittatura, Eduardo risponde: "Non la conosciamo, ciò che sappiamo è che questa persona continua a rimanere al suo posto come PM nonostante questa non sia la prima volta che lo denunciamo, è la prima che lo "Escrachiamo", ma la denuncia c'è da tanti anni e l'impunità continua. Il governo parla dei processi ai dittatori torturatori ma questi sono molto pochi, i processi vanno avanti a rilento e non bastano. Noi combattiamo per le mega-cause, cause per genocidio, e non per quelle individuali anche perché dare testimonianza è molto stressante, ti consuma, è molto duro. Devi testimoniare una ed un'altra volta. Io ho appena testimoniato per il sequestro di mio padre ed è un'esperienza molto forte, molto dura: con questo tipo di strategia saremo destinati a testimoniare per un'infinità di volte e per andare a dire le stesse cose. Ripeto, noi vogliamo le mega-cause per genocidio e non quelle individuali come si fa adesso perche non finiscono mai mentre molti dei colpevoli muoiono per vecchiaia nell' impunità..." Ricordiamo come un testimone chiave all'interno di questi processi, Julio Lopez, è "desaparecido" poco più di un anno fa: doveva testimoniare il 18 settembre 2006 contro Miguel Osvaldo Etchecolatz, ma non è mai arrivato in tribunale. Da quel momento è diventato un ex detenuto-desaparecido e desaparecido una seconda volta. Il governo non ha saputo dare delle risposte, se si escludono le dichiarazioni del sottosegretario ai Diritti Umani di Buenos Aires, Edgardo Binstock, che ha parlato della sua probabile morte. Al presidio, oltre all'Associazione H.I.J.O.S sono state presenti tante altre associazioni e organizzazioni per i diritti umani, collettivi universitari assieme alle Madres de Plaza de Mayo che hanno risposto all'appello. Taty Almeyda, Madres de Plaza de Mayo: "Come al solito quando H.I.J.O.S chiama noi ci siamo, perché quando non c'è giustizia c'è escrache, e come sempre siamo qui ad accompagnarli visto che questo individuo (come confermato dallo stesso Scilingo) lavorava nella sede degli automotori dove si lavava il sangue quando tornavano o partivano per andare a sequestrare i nostri figli. La giustizia sta arrivando, è ora che la giustizia si faccia anche per lui e che non possa più continuare nella sua carica di PM" Approfondimenti: - PrensaDeFrente - LaVaca.org

giovedì 28 febbraio 2008

Veneto
Padova:
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3397469423
Ci puoi trovare tutti i giorni presso Sherwood Open Live
Vicolo Pontecorvo 1 Padova
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Mestre:
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Piazzale Carlo Giuliani
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Treviso:
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28/02/2008 | Ya Basta! e Manu Chao a Radio La Colifata


BUENOS AIRES - Nell'ultimo viaggio in Argentina, la delegazione dell'associazione Ya Basta! è stata ospite dei palinsesti di Radio La Colifata, la radio autogestita dagli ospiti e dagli operatori dell'ospedale neuropsichiatrico Borda. Alla trasmissione era presente anche Manu Chao, da anni sostenitore dei colifatos con i quali ha girato insieme il suo ultimo video "Rainin in paradize" diretto da Emir Kusturica. - Guarda il video di "Rainin in paradize" - Visita il sito di Radio La Colifata Il resoconto dell'associazione Ya Basta! - Leggi anche su Global Project Sabato 1° dicembre del 2007 Ya Basta! raggiunge l'ospedale neuropsichiatrico Borda di Buenos Aires per partecipare alle trasmissioni di Radio La Colifata, la radio totalmente autogestita dai pazienti e dagli operatori volontari del nosocomio. La radio, come metodo di promozione della salute, si è consolidata negli anni e ha reso possibile un importante lavoro di interazione fra la comunità esterna e gli ospiti del Borda. Una forma che invita a riflettere sui problemi della malattia mentale e sui miti che si formano sulla follia e che si apre alla relazione con gli ascoltatori e gli operatori della comunicazione. Sabato era in programma una trasmissione straordinaria per un ospite in studio molto speciale: Manu Chao, da anni grande sostenitore di Radio La Colifata e collaboratore in alcune produzioni come il disco "La Colifata. Siempre fui loco", da cui sono seguiti diversi mega-concerti nel novembre 2005 a Buenos Aires e Santa Fe insieme ai colifati. Enorme la partecipazione, come ogni sabato, di chi raggiunge il Borda per accompagnare i colifatos nella trasmissione. Questo il saluto di Manu Chao a tutte le persone presenti nel cortile del Borda: "...Oltre alla partecipazione di oggi, che è sempre un'orgoglio, un onore ed un piacere, in questi giorni ci riuniremo per registrare un nuovo disco di "La Colifata" per continuare il percorso di espressione della voce dei colifati e perchè il loro messaggio, molto più lucido di quanti se ne possano ascolare oggi, da qui possa viaggiare per il mondo. Un progetto che ci permetta anche di finanziare "La Colifata". Metteremo mano all'opera a partire da lunedì. Ci sono molte cose già registrate da "La Colifata" in questi anni, a cui sarà aggiunto quanto verrà realizzato in questi giorni di lavoro con lo studio mobile grazia anche al sostegno dei "Los Piojos" (gruppo rock argentino molto famoso), che ringraziamo..." Alla domanda di come fosse nata l'idea della partecipazione dei tre colifatos, Hugo, Alejandro ed Eduardo nel video del brano "Rainin in paradize" dall'ultimo album La Radiolina per la regia di Emir Kusturica, Manu Chao racconta che "...quando Emir mi ha detto che dovevo guidare un camioncino, la prima cosa che mi ha chiesto è stata se avessi la patente, e fino a lì tutto bene. Ma nel camioncino insieme a me avrebbero dovevano partecipare delle comparse, come dicono qui degli "extras", allora l'ho frenato e gli ho chiesto quali sarebbero state. Quando mi ha risposto che li doveva ancora assumere, immediatamente ho pensato a "La Colifata" e ho detto, lascia stare, ci penso io..." Emir Kusturica ai tempi della registrazione del video si trovava a Buenos Aires per lavorare alle riprese del film su Maradona. Emir ha ringraziato Manu Chao per gli ottimi collaboratori ingaggiati, non sarebbe potuto andare meglio: "...a me mette sempre a disagio la macchina da presa, soprattutto se a dirigerla c'è Emir Kusturica. Aver avuto a fianco a me i colifatos mi ha trasmesso serenità e sicurezza, mi ha dato la forza per scordarmi della telecamera..." Questa la testimonianza di uno degli attori, Hugo Lopez: "...io sono vecchio e posso dire che avere queste emozioni ci riporta alla vita, ci fa rinascere e questo è più potente della guarigione di qualsiasi medicina. E poi io non l'ho conoscevo Kusturica, ho capito che era una star perché una ragazza, quando l'ha visto, si è messa a piangere. Comunque con lui come con Manu Chao, che è come un fratello, non ci sono stati problemi, perché si sentiva l'affeto e perché sono delle persone uguali a tutti noi. Siamo stati trattati benissimo... e inoltre alla fine ci hanno anche pagato!..." La delegazione di Ya Basta! ha partecipato alla trasmissione, durata l'intero pomeriggio. Dopo l'intervista e l'esibizione di Manu Chao, è stata la volta dell'associazione Ya Basta! che ha raccontato della sua visita in Argentina, del progetto del Centro di Salute Autogestito dell' Mtd Solano e di quello della Radio Comunitaria Mapuche di El Maiten. E' stato ricordato anche l'appuntamento con la rassegna "Malati di niente" che si tiene nelle Marche, a cui "La Colifata" ha partecipato nel 2005. Chi passa per Buenos Aires non può perdere l'opportunità di fare visita a Radio "La Colifata", la radio trasmette ogni sabato dalle 14 alle 19 nel cortile dell'Ospedale Neuropsichiatrico Josè T. Borda (nei pressi di Plaza Costitucion). Associazione Ya Basta! Marche
Approfondimenti:
- 2004 Carovana Ya Basta! Una visita a Radio La Colifata http://www.glomeda.org/documenti.php?id=349
-2005 Radio La Colifata alla Rassegna "Malati di Niente" http://www.glomeda.org/documenti.php?id=391
- 2005 Rassegna 2005
- 2006 Malati di Niente" lancia la sesta edizione (resoconto La Colfata 2005) http://www.glomeda.org/documenti.php?id=515
- 2007 Incontro mondiale delle radio Colifate

martedì 26 febbraio 2008

26/02/2008 | Solidarietà in Palestina. Un appello alla Regione Marche


MARCHE - Dalle associazioni e dai gruppi attivi nella solidarietà internazionale parte un appello alla Regione Marche sul finanziamento di 180.000 euro al "Centro Peres per la Pace" per la creazione di un'unità pediatrica nell'ospedale di Gerusalemme Est. Si chiede chiarezza su un progetto di cooperazione che vede coinvolta una figura di primo piano nella politica israeliana di occupazione senza offrire garanzie che il progetto possa essere realmente di aiuto al popolo palestinese in un momento di estrema difficoltà, in particolare per l'insostenibile isolamento forzato della Striscia di Gaza. Per aderire alla campagna è possibile inviare un'email al seguente indirizzo: - info@glomeda.org - Il testo dell'appello alla Regione Marche Al Presidente della Regione Marche All'Assessore alla Cooperazione Internazionale Al Comitato per la Cooperazione e la Solidarietà Internazionale A proposito del progetto di cooperazione internazionale della Regione Marche con il "Centro Peres per la Pace" per la "Creazione dell'Unità emato-oncologica del Victoria Augusta Hospital" Gerusalemme est. Come associazioni e gruppi attivi nella solidarietà internazionale e in particolare con il popolo palestinese, partecipiamo da tempo al dibattito che si è aperto nella società civile sul ruolo degli organismi governativi preposti alla cooperazione internazionale, delle ONG e della cooperazione decentrata degli enti locali. In Italia e nel mondo sono tante le voci che hanno evidenziato come troppo spesso i progetti di cooperazione non portano nessun beneficio alle popolazioni a cui sono dirette. Alcune ONG hanno così scelto di non accettare finanziamenti pubblici, altre hanno apertamente contestato i criteri adottati per finanziare progetti di cooperazione, inoltre forti critiche sono state rivolte alla commistione tra cooperazione e organismi militari. Nello specifico in Israele/Palestina molte associazioni operanti in loco hanno evidenziato come spesso il denaro della cooperazione internazionale finisce per perpetuare l'occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza, illegale secondo la legislazione internazionale. Attivisti e intellettuali israeliani e palestinesi come Jeff Halper, Michel Warschaswki, Jamal Juma, Mustafa Barghouti ed altri hanno espresso la loro preoccupazione per un sistema di finanziamento internazionale che finisce per perpetuare la situazione odierna e contribuisce a mantenere la società palestinese in uno stato di dipendenza e sudditanza dall'occupante israeliano. Partendo da questi presupposti e alla luce di recenti informazioni apparse sui media regionali circa il finanziamento di un progetto da 180.000 euro per la realizzazione di un'unità emato-oncologica pediatrica presso l'ospedale Victoria Augusta di Gerusalemme est, che vede come soggetto attuatore il "Centro Peres per la Pace", chiediamo alcuni chiarimenti in merito. Vorremmo sapere se l'Ospedale Victoria Augusta è una struttura pubblica o privata, se sia riconducibile a qualche organismo istituzionale e con quali finanziamenti si regge. Vorremmo anche appurare se corrisponde a verità la notizia che le autorità israeliane hanno revocato le esenzioni fiscali di cui quest'ospedale godeva, mettendone così a rischio l'attività. Chiediamo se questo progetto sia nato dalle reali esigenze mediche della popolazione palestinese, se sono stati fatti studi per appurarne la reale necessità e se a queste ricerche ha partecipato un qualsiasi ente del settore sanitario palestinese. Vorremmo inoltre sapere se tra i firmatari del progetto "Creazione dell'Unità emato-oncologica del Victoria Augusta Hospital" redatto dal "Centro Peres per la Pace" è inclusa l'Autorità Palestinese o altri organismi che possano rappresentare la parte palestinese e se il progetto è gestito con la collaborazione del Ministero della Sanità palestinese o unicamente concordato con organizzazioni israeliane. I dati di vari organismi locali e internazionali e d'agenzie delle Nazioni Unite per le questioni umanitarie dicono che negli ultimi anni l'affluenza dei pazienti palestinesi provenienti da fuori Gerusalemme est all'ospedale Augusta Victoria è diminuita di oltre il 30% a causa delle restrizioni di movimento poste dalle autorità israeliane e questo nonostante sia l'unico ospedale della zona ad avere un reparto d'oncologia pediatrica. Così la negazione del diritto alla libertà di movimento costringe medici e pazienti palestinesi a servirsi di un autobus particolare, il solo autorizzato dalle autorità israeliane, per raggiungere l'ospedale Augusta Victoria. Ci chiediamo così se, a fronte delle centinaia di checkpoints disseminati in tutto il territorio, la totale chiusura di Gerusalemme est ai non residenti e delle strade utilizzabili unicamente dai soli israeliani, la Regione Marche abbia ottenuto formali garanzie dal governo israeliano affinché malati e medici palestinesi possano accedere agevolmente all'ospedale in questione. Vi domandiamo anche perché, visto che negli interventi per la promozione delle attività di cooperazione e partenariato internazionale è fondamentale la valorizzazione delle risorse umane disponibili nell'area d'intervento e il contributo ai processi di sviluppo endogeno, non si è pensato di coinvolgere ONG mediche palestinesi, preferendo scegliere come esecutore del progetto il "Centro Peres per la Pace" presieduto da Shimon Peres. Quest'ultimo ha sempre svolto un ruolo di primo piano nella politica israeliana ed è quindi direttamente responsabile nell'occupazione e nella colonizzazione dei territori palestinesi occupati. Ci sembra inoltre poco opportuno, visto che Israele non può considerarsi un paese in via di sviluppo, finanziare infrastrutture per mezzo di un'ONG israeliana, dimenticando che la IV Convenzione di Ginevra prevede che tutti i trattamenti a tutela della salute della popolazione di un territorio occupato devono essere a completo carico della nazione occupante e dunque d'Israele. Nella consapevolezza che la popolazione palestinese sta attraversando una fase estremamente difficile e piena di sofferenze e senza voler ostacolare le poche cose che a livello internazionale sono messe in campo per salvaguardare i diritti fondamentali di questo popolo, Vi saremmo grati se vorrete rispondere ai dubbi che abbiamo espresso in questa lettera. Certi di una Vostra risposta porgiamo cordiali saluti. Fano, febbraio 2008 Campagna Palestina Solidarietà Adesioni: (collettive) Ya Basta! Marche Onlus Resistenza Solidale Onlus - Pesaro Centro Sociale Autogestito Oltrefrontiera - Pesaro Gruppo Fuoritempo - S.Michele al Fiume (Pu) A ruota libera - Monteporzio (Pu) Bottega di Resistenza Globale - Pesaro Comunità Resistenti delle Marche Ambasciata dei Diritti Onlus - Marche Polisportiva Antirazzista Assata Shakur - Ancona Centro Sociale Autogestito Kontatto - Falconara Centro Sociale Occupato Autogestito MezzaCanaja - Senigallia Collettivo Squola spa - Pergola Centro Sociale Autogestito Tnt - Jesi Associazione XX Giugno - Jesi Collettivo Autonomo di Resistenza Sociale - Civitanova Marche Centro Sociale Autogestito Sisma - Macerata Ass. Cult. "Punto Rosso" - Jesi Sinistra Critica - Jesi Circolo Rosso&Verde - Pesaro Lupo - Osimo (individuali) Ruggeri Marino Alberto Milazzo - Pesaro Luciano Baffioni Venturi - Pesaro Chiara Panzieri Maria Teresa Cecchini Sara Guzzini - Recanati Giovanna Olivieri - Fano Paolo Albucci - Macerata Alessandro Fedeli Agostino Regnicoli - Montecassiano (Mc) Doriana Sandroni - Falconara M.ma Zeno Leoni - Osimo

venerdì 22 febbraio 2008

22/02/2008 | Carovana Ya Basta! 2008 in Argentina


QUILMES - L'associazione YaBasta! Marche è tornata di recente in Argentina per seguire i progetti di cooperazione promossi con le comunità piqueteros dell'Mtd Solano. A marzo si terrà l'inaugurazione del Centro di Salute Autogestito di Solano, a cui parteciperà una carovana organizzata da Ya Basta! che proseguirà fino in Patagonia per l'apertura della Radio Comunitaria Mapuche. La realizzazione del Centro di Salute Autogestito rappresenta un importante traguardo, positivo esempio di come la cooperazione internazionale possa diventare strumento di sostegno alle comunità in resistenza. - Il programma della Carovana 2008 in Argentina - Il progetto del Centro di Salute Autogestito - Visita il sito dell'associazione Ya Basta! Il percorso della nostra "proposta autonoma di salute" - Pubblichiamo l'intervento del movimento piqueteros Mtd Solano In questi giorni stiamo avviando una nuova tappa di ciò che chiamiamo "Progetto di Salute Autonoma". Siamo riusciti, con grande sforzo quotidiano e con la cooperazione dell’Associazione Ya Basta!, a realizzare uno spazio fisico vero e proprio. Spazio che oggi riveste un significato molto profondo per le nostre vite. Abbiamo lavorato in questo spazio in tanti durante questi tre anni, donne e uomini che hanno scommesso sull'autogestione della costruzione del centro, che oggi si riempe di persone diverse che si ritorovano a pensare come superare la precarietà delle nostre vite, in mezzo a un mondo oppresso terribilmente dall’egoismo e dall’ambizione di pochi a discapito dei tanti costretti all’indigenza. Noi ci siamo opposti alla sottomissione e all’imposizione di questo sistema. Per questo motivo lavoriamo per un cambio sociale, per costruire la nostra dignità. Con questo orizzonte, abbiamo lavorato nella costruzione del Centro di Salute con la cooperazione dei nostri compagni italiani. Quando abbiamo terminato la costruzione materiale dello spazio, abbiamo percepito le tante altre cose che sono accadute nella condivisione di questa esperienza. Abbiamo scoperto, attraverso numerose discussioni e dibattiti, la gioia di condividere lo sforzo comune. Abbiamo imparato, ancora una volta, che quando desideriamo qualcosa possiamo riuscire a metterlo in pratica. Lavorando insieme abbiamo consolidato l’amicizia e la solidarietà, abbiamo maturato esperienze che hanno permesso anche a chi aveva problemi legati alla dipendenza dall’alcol e dalla droga di superarli. Da uno sguardo complessivo possiamo dire que cambiamos nuestras vidas!!. Oggi ci troviamo di fronte ad un'altra tappa dello sviluppo del progetto. Stiamo iniziando con qualche azione concreta di prevenzione: - pratica di optometria e realizzazione di occhiali per prevenire problemi alla vista; - realizzazione di una farmacia popolare, con il recupero e l'utilizzo della medicina naturale (erboristeria); - utilizzo di tecniche mediche naturali tramite sedute di agopuntura e massaggi; - gruppi di riflessione, tesi a risolvere problemi di dinamica relazionale; - accompagnamento e trattamento dei problemi di dinamica relazionale; - controllo della pressione arteriosa, della glicemia, della nutrizione e proposte di prevenzione sanitaria e cure; - corsi e pratica di primo soccorso; - incontri con il quartiere per condividere e affrontare i problemi causati dall’inquinamento ambientale e possibili azioni risolutive, come pulizia delle discariche e cura dell’ambiente, ecc...; Siamo consapevoli che questo è solo l’inizio. Stiamo progettando molto di più per il futuro. Vogliamo intraprendere, entro breve tempo, un notevole sforzo nel campo della pediatria e della ginecologia. Ringraziamo profondamente tutte e tutti coloro che ci hanno accompagnato in questi anni e che hanno reso possibile questa realtà. Un abbraccio con il calore e la gioia della lotta per la libertà.

Mtd Solano Città di Quilmes, dicembre 2007

mercoledì 10 ottobre 2007

CHI SIAMO






Chi Siamo
Associazione Ya Basta "camminare domandando"

Da dove veniamo
Da dieci e più anni abbiamo iniziato una strada comune con molti che abbiamo chiamato Associazione Ya Basta.

L’idea iniziale maturata all’indomani del Primo Incontro Intercontientale nella Selva Lacandona rispondeva agli stimoli e alle suggestioni che il “levantamiento” zapatista del 1° gennaio 1994 avevano portato anche nella nostra Europa.
Abbiamo iniziato allora un percorso che partiva dalla scommessa di andare oltre alla semplice solidarietà per costruire uno spazio di azione comune.
L’Associazione è nata come un ponte di condivisione con la lotta zapatista ma anche come strumento di iniziativa politica nei nostri territori.
Da allora abbiamo costruito campagne politiche, fatto carovane e progetti, siamo stati insieme a molti altri all’interno dei movimenti globali e locali.
Il nostro agire si è mosso dal Chiapas alle lotte contro i CPT e le frontiere, dalla interposizione nei luoghi dell’occupazione militare come la Palestina alla creazione di relazioni e rapporti con molte situazioni dell’America Latina.
Siamo sempre stati spinti dalla ricerca e dalla condivisione di nuove pratiche dei conflitti esplorando le molteplici esperienze globali che oggi progettano e costruiscono le proprie forme di vita.
In questa strada abbiamo incrociato tanti e tante che come noi pensavano che le scelte e la politica internazionale non fossero un fatto da delegare o praticare solo nei termini del vecchio “internazionalismo proletario” ma invece come terreno di affermazione di una cittadinanza dei diritti universale, ancora di più oggi, nell’epoca della guerra globale...
Fin dall’inizio abbiamo scelto una strutturazione a rete, una gestione assembleare nel prendere le decisioni, un’ autonomia locale che allo stesso tempo mantenga la strada della condivisione dei nostri percorsi.
Abbiamo sperimentato e valorizzato gli apporti delle sedi locali ma anche le decisioni condivise, nella consapevolezza che stavamo costruendo un bene comune per noi e per molti.
Oggi ci sembra importante ritrovarci per disegnare insieme le prossime tappe in un incontro aperto ai tanti che hanno camminato con noi e ci sono vicini.
Alcuni spunti sull’America Latina e il mondo ..
Ancora una volta partiamo per discutere dagli stimoli che ci giungono dai nostri fratelli e sorelle zapatiste ed anche dai movimenti sociali che abbiamo conosciuto in tutta l’America Latina.
Perché guardiamo con attenzione a questo continente?
Non certo perché ci sono esempi dogmatici da seguire o da trasformare in feticci, ma perché in questo specchio continentale si disegnano problemi, esperienze, discussioni che ci riportano a temi e laboratori sociali che rivediamo anche nei nostri territori.
Nell’epoca della globalizzazione imperiale, del ridisegno, pieno di contraddizioni, di governance continentali, nello scenario della guerra globale, come tentativo di comando locale e planetario, le reti di resistenza, i conflitti ed i movimenti da una parte all’altra dell’oceano parlano linguaggi comuni.
La ricerca di autonomia politica e sociale come espressione costituente al di là delle forme obsolete della rappresentanza, la costruzione di comunità in lotta come spazi di resistenza e laboratori di alternativa sociale, la consapevolezza della difesa dell’ambiente e dei beni comuni non solo come opposizione alla dinamica onnivora del sistema neo-liberale ma anche come sfida ad una idea di progresso sbandierata come opzione senza alternative: questi sono i temi che intravediamo in tante realtà dell’America Latina così come nelle nostre lotte locali e continentali.
E lo ripetiamo non perché siamo alla ricerca di esempi da riciclare o imitare ma perché confrontarsi con altre strade ed altri percorsi ci permette di dare maggior consapevolezza alla partecipazione e costruzione dei conflitti dei nostri territori.
Ovviamente non vogliamo dire che solo in America Latina esistono punti per noi di stimolo ma che questo è lo spazio che più conosciamo e che possiamo comprendere con maggior efficacia come nostro specchio.
Non vogliamo utilizzare nessuna esperienza come dogma assoluto.
Questa è una moda vecchia tornata di attualità ora verso alcuni governi e personaggi dell’America Latina.
Una moda che ha l’odore stantio della vecchia scorciatoia che “per cambiare il mondo bisogna prendere il potere” e che ha come sottoprodotto nostrano il fatto che “quando si ha il potere di qualsiasi tipo si ha il bisogno di tenerselo stretto ad ogni costo”.
Ci interessano i percorsi, i laboratori sociali, i conflitti e le loro forme d’espressione, la loro capacità di radicalità e costruzione societarie.
In questa ricerca siamo ben consapevoli che risposte totali non ce ne sono ma invece come dicono i nostri fratelli zapatisti si tratta di “caminar preguntando”, avendo al collo la bussola dell’umanità.
In questi ultimi tempi anche i grandi sommovimenti istituzionali che hanno attraversato il continente latino americano, se letti con lo sguardo che guarda in basso e non solo all’alto, ci parlano delle speranze, delle aspirazioni di tante e tanti e di come questa complessità non sia racchiudibile in alcuna ricetta istituzionale.
Siamo appena tornati dal Terzo Incontro Internazionale, che si è svolto nel Caracol de La Garrucha in Chiapas “la Comandanta Ramona e le zapatiste” in cui le donne zapatiste hanno voluto narrare la loro storia.
Anche in questo caso quello che abbiamo portato a casa non è un modello o un dogma ma la forza della riaffermazione che “cambiare il mondo” parte dal riconoscimento delle differenze, dalla lotta contro le forme del potere, dall’affermazione biopolitica dell’autodeterminazione della propria esistenza così come sta succedendo con il protagonismo delle donne anche nei nostri territori.
Un filo in più che porta a specchiarci, per essere anche noi specchio nel caleidoscopio delle soggettività che partecipano attivamente ai movimenti collettivi.
Per questo continuare ad intessere reti, relazioni progetti con l’altro lato dell’oceano ci pare oggi più che mai interessante.
Questo non ci impedisce di voler concretizzare la possibilità di costruire con altre complessità continentali la stessa condivisione e fratellanza.
Anzi la nostra scommessa è proprio quella di riuscire ad iniziare a frequentare l’immenso continente asiatico, con tutto quello che comporta a livello globale e locale, iniziando ad aprirci brecce di relazioni e rapporti … oppure andare oltre l’immagine devastata del continente africano ed approfondirne gli aspetti celati.
Ma quali strumenti e percorsi possiamo utilizzare come zainetto in spalla per camminare? Come riattualizzare la strada che abbiamo fatto? Visto che come dice un vecchio adagio a volte bisogna fare un passo indietro per farne due in avanti...
Oltre i progetti per la condivisione
All’inizio della nostra strada abbiamo creativamente cercato di dar vita ad esperienze di diplomazia dal basso, attuando in pratica un modo diverso di agire da quella che normalmente veniva definita “cooperazione internazionale”.
Abbiamo iniziato a pensare ed agire come riconoscimento tra comunità, come pratica di solidarietà che divenisse azione politica, come progetti che sfidassero le norme delle consuete logiche della “cooperazione” verso luoghi considerati “Terzi”.
Tutto questo considerando anche il panorama desolato in cui la ”cooperazione” era vista: o come situazione comoda per salvarsi la coscienza o come inutile ridistribuzione di fondi mantenendo inalterato lo schema internazionale dello sfruttamento.
Poi “cooperazione”, “diplomazia locale” etc..., al di là della onesta partecipazione di molti, hanno dimostrato, illuminati dalla luce delle operazioni militari di guerra, tutta la loro ambiguità.
Il verde militare è diventato il colore delle operazioni umanitarie e la divisa mimetica il vestito di molte ONG ed associazioni varie.
Questo non solo nei luoghi della guerra dichiarata ma anche come corollario ad operazioni internazionali presentate come neutrali.
Facciamo alcuni esempi: la cooperazione con il governo colombiano per la riabilitazione dei gruppi paramilitari, le missioni di salvaguardia ambientale che fanno da apripista allo sfruttamento delle risorse o alla brevettabilità del vivente, che sono la nuova frontiera dello sfruttamento biopolitico...“Embedded”, “arruolato” è diventato al di la del luogo dove avviene, uno status in voga ed essenziale nella cooperazione internazionale.
Tutto questo non è solo dovuto all’accondiscendente atteggiamento necessario per avere accesso alle linee di finanziamento ma anche all’ articolazione complessa del comando nell’epoca imperiale, che tende a sussumere ed rifunzionalizzare i multipli aspetti delle espressioni di cooperazione.
Per certi versi anche la versione più caritatevole della “cooperazione”, quella più innocente, quella verso le barbare situazioni di povertà in Africa o dopo le grandi catastrofi naturali vengono rese funzionali al mantenimento dello status quo o inserite nel ridisegno dei territori (vedi i testi di Arundhati Roy o l’ultimo libro di Naomi Klein).
Nel nostro piccolo tutto questo è stato lo stimolo essenziale per ri-pensare i progetti di cooperazione come azioni di condivisione di saperi, risorse ed esperienze, come intreccio di relazioni politiche e di comunità.
Con questa voglia di sperimentazione continua possiamo affrontare l’idea di progettare con altre comunità in lotta progetti comuni.
Questa ricerca ci ha portato ad appoggiare le Giunte del Buongoverno Zapatista, gli accampamenti dei Sem Terra, le esperienze di cooperazione urbana in resistenza mettendo in comunicazione le reciproche conoscenze e la reciproca creatività.
Per continuare questa strada abbiamo bisogno di sostenerci, di allargare la conoscenza delle proposte che costruiamo.
Molti oltre noi stanno cercando un modo di affrontare questo terreno al di là dei luoghi comuni e con molti possiamo costruire nuove esperienze.
L’abbiamo visto nei Progetti sulla salute come diritto al benessere, sull’educazione come formazione, sull’accesso alle risorse come l’acqua in termini di diritto e non di merce, sulla realizzazione di spazi informativi liberi.
L’abbiamo visto negli scambi e relazioni con le esperienze di donne, che costruiscono percorsi di alternativa reale al sistema di sfruttamento biopolitico, partendo dalla loro autodeterminazione.
In ognuno di questi Progetti si intersecano saperi locali, condivisione, sfida all’esistente e cooperazione libera.

Oltre il turismo solidale per essere cittadini globali
L’ansia di conoscere, viaggiare, visitare luoghi lontani è ormai un desiderio di molti, proprio nell’epoca in cui Internet e la rete disegnano il mondo come uno spazio frequentabile quotidianamente.
In molti casi la voglia è quella di non frequentare le moderne rotte commerciali del turismo ma di fare esperienza, di vivere da cittadini globali in territori diversi.
In un mondo dove l’inarrestabile fenomeno delle migrazioni dà la misura umana della globalizzazione, il diritto a circolare oltre ogni frontiera assume anche l’aspetto del “viaggio”.
In un momento in cui la speculazione turistica vorrebbe spazzare via tanti spazi ed ecosistemi mettendo al loro posto il cartello “in vendita”, costruire percorsi di conoscenza-esperienza non solo rappresenta giustamente la possibilità di valorizzare le reti che resistono nei loro territori, ma anche dare la possibilità di viaggiare da cittadini globali.
In questi anni abbiamo costruito carovane in luoghi sotto attacco, delegazioni di incontro con esperienze di lotta ed oggi sarebbe bello strutturare ed ampliare queste strade, renderle accessibili costantemente.
Facciamo qualche esempio
La Patagonia: girarla sul trenino dell’Impero Benetton per visitare il Museo sui Mapuche o camminare insieme alle donne e agli uomini Mapuche per entrare nelle loro case?
L’Ecuador: viaggiare nei depliant patinati, anche alternativi, dei Parchi Naturali e delle coste incontaminate o vedere il volto vero della devastazione petrolifera e conoscere le storie dei popoli locali nell’immensa bellezza dell’Amazzonia e passare alle spiagge autogestite de la Comune di Salango?

Oltre il commercio solidale per lo scambio rebelde
Comunità in lotta e resistenza producono quotidianamente la loro esistenza.
In molti casi cercano di liberarsi dalle catene più strette dello sfruttamento materiale costruendo una cooperazione libera e diversa.
Questo non significa automaticamente il “sovvertimento” delle regole dell’economia ma la ricerca di garantirsi alcuni diritti, la valorizzazione delle proprie capacità diverse come sono diversi i contesti in cui si vive.
Cercare di strutturare reti di condivisione e distribuzione di quello che le comunità producono in forma materiale ed immateriale può rappresentare uno spazio di autodeterminazione.
Non vogliamo essere assurdi ma semplicemente rafforzare la possibilità di circolazione delle culture, dei prodotti, della creatività.
Creare circuiti in cui “un prodotto” parli di quello che c‘è dietro e non per il certificato che lo marchia, ma per la storia che racconta.
Lo ripetiamo non pensiamo solo a prodotti materiali ma anche ai video, alla musica, all’informazione, alla comunicazione.
Quante volte ci è capitato che dietro il pacchetto del Cafè Rebelde Zapatista nascessero altre storie.
Ed allora perché non amplificare queste occasioni dal Brasile, dall’Argentina etc..?
In conclusione vogliamo continuare ad essere quello che ci ha portato ad iniziare .. uno spazio comune per tant@ gente che vuole procedere "camminando, domandando" ....

lunedì 8 ottobre 2007

EZLN Messico - Sesta Dichiarazione Della Selva Lacandona


ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE MESSICO SESTA DICHIARAZIONE DELLA SELVA LACANDONA
Questa è la nostra semplice parola che cerca di toccare il cuore della gente umile e semplice come noi e, proprio come noi, degna e ribelle. Questa è la nostra semplice parola per raccontare quale è stato il nostro cammino e dove ci troviamo ora, per spiegare come vediamo il mondo ed il nostro paese, per dire quello che pensiamo di fare e come pensiamo di farlo, e per invitare altre persone ad incamminarsi con noi in qualcosa di molto grande che si chiama Messico e qualcosa di più grande che si chiama mondo. Questa è la nostra semplice parola per far sapere a tutti i cuori onesti e nobili, quello che vogliamo per il Messico e per il mondo. Questa è la nostra semplice parola, perché la nostra idea è chiamare quelli come noi ed unirci a loro, in qualsiasi parte vivano e lottino.

I - QUELLO CHE SIAMO

Noi siamo gli zapatisti dell'EZLN, benché ci chiamino anche "neo zapatisti". Noi, gli zapatisti dell'EZLN, ci siamo sollevati in armi nel gennaio del 1994 perché vedevamo le troppe malvagità che fanno i potenti capaci solo di umiliarci, derubarci, metterci in prigione e ammazzarci, e niente e nessuno che dice né fa nulla. Per questo motivo dicemmo "Ora Basta! ", in pratica, non avremmo più permesso che ci umiliassero e ci trattassero peggio degli animali. Allora, dicemmo anche di volere la democrazia, la libertà e la giustizia per tutti i messicani, anche se ci siamo concentrati più sui popoli indios. Perché noi dell'EZLN siamo quasi tutti puri indigeni di qua del Chiapas, ma non vogliamo lottare solo per il nostro bene o solo per il bene degli indigeni del Chiapas, o solo per i popoli indios del Messico, ma vogliamo lottare insieme a tutte le persone umili e semplici come noi, che hanno grandi bisogni e che subiscono lo sfruttamento e le ruberie dei ricchi e dei loro malgoverni qui nel nostro Messico ed in altri paesi del mondo.Dunque, la nostra piccola storia è che ci stancammo dello sfruttamento dei potenti e quindi ci organizzammo per difenderci e per lottare per la giustizia. All'inizio non eravamo molti, solo qualcuno, e andavamo da un posto all'altro a parlare ed ascoltare altre persone come noi. Per molti anni abbiamo fatto questo e lo abbiamo fatto in segreto, senza chiasso. Abbiamo raccolto le nostre forze in silenzio. Abbiamo trascorso così 10 anni e poi siamo cresciuti e siamo diventati molte migliaia. Allora, ci siamo preparati bene con la politica e con le armi ed improvvisamente, mentre i ricchi stavano festeggiando l'anno nuovo, siamo piombati sulle loro città e le abbiamo occupate ed abbiamo così fatto sapere a tutti che siamo qui, che ci devono prendere in considerazione. Allora i ricchi si presero un bello spavento e ci mandarono contro i loro grandi eserciti per annientarci, come fanno sempre ogni volta che gli sfruttati si ribellano, li mandano per eliminare tutti. Ma non ci eliminarono per niente, perché noi ci eravamo preparati molto bene prima della guerra e ci facemmo forti dentro le nostre montagne. E qui sono arrivati gli eserciti a cercarci e gettarci le loro bombe e pallottole, e ormai pianificavano di ammazzare in una volta tutti gli indigeni perché non sapevano esattamente chi era zapatista e chi no. E noi a correre e combattere, combattere e correre, come hanno fatto i nostri antenati. Senza consegnarci, senza arrenderci, senza sconfiggerci.Allora, la gente delle città uscì per le strade ed incominciò a gridare di fermare la guerra. Così, noi abbiamo fermato la nostra guerra ed abbiamo ascoltato quei fratelli e sorelle della città che ci dicevano di tentare di giungere ad un accordo, cioè un accordo con i malgoverni per risolvere il problema senza carneficine. E noi abbiamo ascoltato la gente, perché quella gente è come si dice "il popolo", cioè il popolo messicano. Cosicché abbiamo messo da parte il fuoco ed abbiamo tirato fuori la parola.Ed i governi dissero di essere ben disposti e che avrebbero dialogato e fatto accordi e che li avrebbero rispettati. E noi dicemmo che sta bene, ma pensammo anche che sarebbe stato bene conoscere quella gente che era uscita per le strade per fermare la guerra.Allora, mentre dialogavamo con i malgoverni, abbiamo parlato anche con queste persone ed abbiamo visto che la maggioranza era gente umile e semplice come noi, ed entrambi sapevamo bene perché lottavamo, cioè loro e noi. Questa gente la chiamammo "società civile" perché la maggioranza non faceva parte di partiti politici, ma era gente comune, come noi, gente semplice ed umile.Ma risulta che i malgoverni non volevano un buon accordo, era solo un loro stratagemma quello di voler parlare e stringere accordi mentre stavano preparando i loro attacchi per eliminarci definitivamente. E diverse volte ci hanno attaccato ma non ci hanno vinto perché noi abbiamo resistito bene e molta gente in tutto il mondo si è mobilitata. Allora i malgoverni hanno pensato che il problema era che molta gente stava vedendo quello che succedeva a proposito dell'EZLN e di proposito hanno iniziato a comportarsi come se non stesse accadendo nulla. Nel frattempo, ci circondarono per bene, cioè ci accerchiarono, sperando che, siccome le nostre montagne sono remote, la gente si dimenticasse perché la terra zapatista è lontana. E di volta in volta i malgoverni hanno provato e tentato di ingannarci o attaccarci, come nel febbraio del 1995 quando ci scatenarono addosso una gran quantità di soldati ma non ci sconfissero. Perché, come poi si disse, non eravamo soli e molta gente ci appoggiò e resistemmo bene.Allora i malgoverni hanno dovuto fare accordi con l'EZLN e questi accordi si chiamano "Accordi di San Andrés" perché "San Andrés" è il nome del municipio dove sono stati firmati questi accordi. Durante quei dialoghi non eravamo soli a parlare con quelli del malgoverno, ma avevamo invitato molta gente ed organizzazioni che lottavano o lottano per i popoli indios del Messico, e tutti dicevano la loro parola e tutti insieme si concordava che cosa dire ai malgoverni. Così si svolse quel dialogo, non c'erano solo gli zapatisti da una parte ed i governi dall'altra, ma con gli zapatisti c'erano i popoli indios del Messico e quelli che li appoggiavano. Ed in quegli accordi i malgoverni dissero che avrebbero riconosciuto i diritti dei popoli indios del Messico e rispettato la loro cultura, e che avrebbero fatto diventare il tutto, legge della Costituzione. Ma, subito dopo aver firmato, i malgoverni si sono comportati come se se ne fossero dimenticati e sono trascorsi molti anni senza che questi accordi fossero rispettati. Invece, il governo attaccò gli indigeni per farli desistere dalla lotta, come quel 22 dicembre del 1997, data in cui Zedillo fece ammazzare 45 uomini, donne, anziani e bambini nel villaggio del Chiapas che si chiama ACTEAL. Questo grave crimine non si dimentica tanto facilmente, ed è la dimostrazione di come i malgoverni non si fanno scrupolo di attaccare ed assassinare coloro che si ribellano contro le ingiustizie. Mentre succede tutto questo, noi zapatisti facciamo di tutto affinché si rispettino gli accordi e resistiamo sulle montagne del sudest messicano. E incominciammo a parlare con altri popoli indios del Messico e le loro organizzazioni e concordammo con loro di lottare insieme per la stessa cosa, cioè per il riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni. Ci appoggiò anche molta gente di tutto il mondo e molte persone stimate per la loro parola perché sono importanti intellettuali, artisti e scienziati del Messico e di tutto il mondo. Abbiamo fatto anche incontri internazionali, cioè ci siamo trovati insieme a parlare con persone dell'America e dell'Asia e dell'Europa e dell'Africa e dell'Oceania, ed abbiamo conosciuto le loro lotte ed i loro modi, e li abbiamo chiamati incontri "intergalattici" per fare gli spiritosi e perché avevamo invitato anche quelli di altri pianeti che però non sono arrivati, o forse sono venuti ma non l'hanno fatto sapere.Poiché i malgoverni non rispettavano gli accordi, allora pensammo di parlare con molti messicani affinché ci sostenessero. Così, per prima cosa nel 1997 abbiamo fatto una marcia su Città del Messico chiamata "dei 1,111" perché vi partecipava un compagno o una compagna per ogni comunità zapatista, ma il governo non ci fece caso. Poi, nel 1999, abbiamo realizzato una consultazione in tutto il paese ed abbiamo così verificato che la maggioranza era d'accordo con le richieste dei popoli indios, ma neppure a questa fecero caso i malgoverni. Per ultimo, nel 2001, abbiamo fatto la "marcia per la dignità indigena" che ha trovato il sostegno di milioni di messicani e di altri paesi, ed è arrivata fino a dove siedono i deputati e i senatori, cioè al Congresso dell'Unione, per esigere il riconoscimento degli indigeni messicani.Ma niente, i politici del partito PRI, il partito PAN ed il partito PRD, si misero d'accordo tra loro e non riconobbero i diritti e la cultura indigeni. Questo accadde nell'aprile del 2001, e in quell'occasione i politici hanno dimostrato chiaramente di non avere un minimo di decenza, di essere svergognati e di pensare solo a guadagnare i loro bei soldi come malgovernanti quali sono. Questo bisogna ricordarlo perché vedrete che adesso diranno che riconosceranno i diritti indigeni, ma è una bugia per far sì che si voti per loro, ma hanno già avuto la loro opportunità e non hanno fatto il loro dovere.Ci siamo dunque resi conto di quanto siano stati vani il dialogo e la negoziazione con i malgoverni del Messico. Loro non badano se stiamo stiamo parlando con i politici perché né il loro cuore né la loro parola sono retti, ma distorti e mentono dicendo che rispetteranno gli accordi, ma non è così. Quel giorno, quando i politici del PRI, PAN e PRD hanno approvato una legge inutile, con un colpo solo hanno ucciso il dialogo e detto chiaramente che non ha importanza quello che concordano e firmano perché non mantengono la parola. Quindi, non abbiamo più cercato nessun contatto con i poteri federali perché abbiamo compreso che il dialogo e la negoziazione erano falliti a causa di quei partiti politici. Abbiamo capito che non gli importava il sangue, la morte, la sofferenza, le mobilitazioni, le consultazioni, gli sforzi, i pronunciamenti nazionali ed internazionali, gli incontri, gli accordi, le firme, gli impegni. In questo modo, la classe politica non solo ha chiuso un'altra volta la porta ai popoli indios; ha dato anche un colpo mortale alla soluzione pacifica, dialogata e negoziata della guerra. E non si può più credere che rispetterà gli accordi presi con qualcuno.Guardate bene e fate esperienza di quanto ci è accaduto.Ci siamo resi ben conto di tutto questo e nei nostri cuori abbiamo pensato che cosa avremmo fatto. La prima cosa che abbiamo inteso era che il nostro cuore non era più come prima, quando avevamo iniziato la nostra lotta, ma era più grande perché avevamo toccato il cuore di molta gente buona. Ed abbiamo capito anche che il nostro cuore era ancora più ferito. Ma non per l'inganno subito dai malgoverni, ma perché quando abbiamo toccato i cuori di altri, abbiamo sentito anche i loro dolori. Era come se ci fossimo guardati in uno specchio.

II - DOVE SIAMO ADESSO

Dunque, come zapatisti, abbiamo pensato che non bastava smettere di dialogare con il governo, ma che era necessario continuare la lotta nonostante quei parassiti fannulloni dei politici. L'EZLN decise allora l'applicazione, solo da parte sua (si dice"unilaterale" perché solo da una parte) degli Accordi di San Andrés per la parte dei diritti e cultura indigeni. Per 4 anni, dalla metà del 2001 fino a metà del 2005, ci siamo dedicati a questo e ad altre cose che diremo.Bene, abbiamo allora cominciato ad avviare i municipi autonomi ribelli zapatisti, che è la forma in cui si sono organizzati i popoli per governare e governarsi, per rendersi più forti. Questa forma di governo autonomo non è stata inventata dall'EZLN, ma viene da molti secoli di resistenza indigena e dalla stessa esperienza zapatista, è l'autogoverno delle comunità.Cioè, non è che viene qualcuno da fuori a governare, ma i popoli stessi decidono, tra di loro, chi e come governa, e se non obbedisce lo rimuovono. Cioè, se quello che comanda non obbedisce al popolo, lo rimuovono dall'incarico, non è più autorità e subentra un altro.Ma ci siamo accorti che i municipi autonomi non erano tutti alla pari, ce n'erano alcuni più sviluppati e che avevano maggiori aiuti da parte della società civile, mentre altri erano più abbandonati. C'era quindi bisogno di organizzazione perché ci fosse più parità.Ci siamo anche accorti che l'EZLN, con la sua parte politico-militare si intrometteva nelle decisioni che spettavano alle autorità democratiche, come si dice "civili". Il problema è che la parte politico-militare dell'EZLN non è democratica, perché è un esercito, ed abbiamo visto che non è un bene che la parte militare stia sopra e la parte democratica sotto, perché non deve essere che quello che è democratico si decida militarmente, ma deve essere il contrario: cioè, che sopra la parte politica democratica comanda e sotto la parte militare obbedisce. O forse sarebbe meglio che niente sia sotto ma che tutto sia allo stesso livello, senza parte militare, per questo gli zapatisti sono soldati, affinché non ci siano soldati. Bene, allora, per risolvere questo problema abbiamo cominciato a separare la parte politico-militare dalle forme di organizzazione autonome e democratiche delle comunità zapatiste. Così, azioni e decisioni che prima faceva e prendeva l'EZLN, a poco a poco sono state passate alle autorità democraticamente elette nelle comunità.Sembra facile a dirsi, ma nella pratica è costato molto perché sono molti anni, prima di preparazione alla guerra e poi di guerra, e si fa l'abitudine alla cosa politico-militare. Ma l'abbiamo fatto perché questo è il nostro modo di fare, quello che diciamo poi lo facciamo, perché altrimenti perché lo dovremmo dire se poi non lo facciamo.Così sono nate le Giunte di Buon Governo, nell'agosto del 2003, e con queste si è continuato l'apprendistato e l'esercizio del "comandare obbedendo".Da allora e fino alla metà del 2005, la dirigenza dell'EZLN non ha più dato ordini sulle questioni civili, ma ha accompagnato ed appoggiato le autorità elette democraticamente dalle comunità, inoltre, ha vigilato che le comunità e la società civile nazionale ed internazionale fossero opportunamente informate sugli aiuti ricevuti e sul loro utilizzo. Ed ora stiamo trasferendo il lavoro di vigilanza del buon governo alle basi di appoggio zapatiste, con incarichi temporanei a rotazione, in modo che tutti e tutte imparino e svolgano questo compito. Perché noi pensiamo che un popolo che non vigila sui suoi governanti, è condannato ad essere schiavo, e noi combattiamo per essere liberi, non per cambiare padrone ogni sei anni.L'EZLN, durante questi 4 anni, ha trasferito alle Giunte di Buon Governo ed ai Municipi Autonomi, gli appoggi ed i contatti che, in tutto il Messico e nel mondo, sono stati raccolti in questi anni di guerra e resistenza. Inoltre, in questo periodo, l'EZLN ha costruito un supporto economico e politico che permettesse alle comunità zapatiste di andare avanti con meno difficoltà nella costruzione della loro autonomia e migliorare le loro condizioni di vita. Non è molto, ma è molto di più di quanto si aveva prima dell'inizio della sollevazione, nel gennaio del 1994.Se si legge qualcuno degli studi che fanno i governi, si vede che le uniche comunità indigene che hanno migliorato le proprie condizioni di vita, cioè la loro salute, educazione, alimentazione, abitazione, sono quelle che si trovano in territorio zapatista, come diciamo noi, dove si trovano le nostre comunità. Tutto questo è stato possibile grazie allo sviluppo dei popoli zapatisti ed al sostegno molto grande ricevuto da persone buone e nobili che chiamiamo "società civili", e dalle loro organizzazioni di tutto il mondo. Come se tutte queste persone avessero reso reale quella cosa del "un altro mondo è possibile", ma nei fatti, non nelle chiacchiere.Quindi, le comunità hanno fatto buoni progressi.Adesso ci sono più compagni e compagne che stanno imparando ad essere governo. E, anche se poco a poco, più donne si stanno inserendo in questi lavori, anche se continua ad esserci mancanza di rispetto per le compagne e necessità di una maggiore partecipazione nelle attività di lotta. Inoltre, con le Giunte di Buon Governo è migliorato il coordinamento tra i municipi autonomi e la soluzione dei problemi con altre organizzazioni e con le autorità ufficiali. Si è migliorato molto anche riguardo ai progetti presenti nelle comunità ed è più equa la ripartizione di progetti ed aiuti forniti dalla società civile di tutto il mondo: è migliorata la salute e l'educazione sebbene manchi ancora molto per essere quello che dovrebbe essere, la stessa cosa riguardo alla casa e l'alimentazione, ed in alcune zone è migliorato molto il problema della terra perché si sono suddivise le terre recuperate dai proprietari delle fincas, ma ci sono zone che continuano a soffrire per mancanza di terre da coltivare. Inoltre, è migliorato molto l'appoggio della società civile nazionale ed internazionale, perché prima ognuno andava dove gli garbava ed ora le Giunte di Buon Governo li indirizzano dove è più necessario. Dovunque, ci sono più compagni e compagne che stanno imparando a relazionarsi con le persone di altre parti del Messico e del mondo, stanno imparando a rispettare e a esigere rispetto, stanno imparando che ci sono molti mondi e che tutti hanno il loro posto, il loro tempo ed i loro modi, quindi bisogna rispettarsi reciprocamente.Noi zapatisti dell'EZLN abbiamo dedicato questo tempo alla nostra forza principale, cioè ai popoli che ci sostengono. La situazione in qualche cosa è migliorata e non si può dire che l'organizzazione e la lotta zapatiste sono state vane, ma, anche se ci elimineranno completamente, la nostra lotta é servita a qualcosa.Non sono cresciuti solo i popoli zapatisti, ma è cresciuto anche l'EZLN. Perché in questo tempo è successo che le nuove generazioni hanno rinnovato tutta la nostra organizzazione. Hanno portato nuova forza. I comandanti e le comandanti che raggiungevano la loro maturità all'inizio della sollevazione nel 1994, posseggono ora la saggezza di quanto appreso nella guerra e nel dialogo di 12 anni con migliaia di uomini e donne di tutto il mondo. I membri del CCRI, la direzione politico-organizzativa zapatista, ora consigliano ed orientano i nuovi che continuano ad unirsi alla nostra lotta e che vanno ad occupare incarichi direttivi. Da tempo ormai i "comitati" (come li chiamiamo noi) hanno preparato tutta una nuova generazione di comandanti e comandanti che, dopo un periodo di istruzione e prova, incominciano ad apprendere i compiti di comando organizzativo e a svolgerli. E succede anche che i nostri insurgentes, insurgentas, miliziani, miliziane, responsabili locali e regionali, così come le basi di appoggio che erano giovani all'inizio della sollevazione, sono ora uomini e donne maturi, veterani combattenti e leader naturali nelle proprie unità e comunità. E chi era bambino quel gennaio del '94, ora è un giovane cresciuto nella resistenza e formato nella degna ribellione condotta dai suoi genitori in questi 12 anni di guerra. Questi giovani hanno una formazione politica, tecnica e culturale che non avevano i fondatori del movimento zapatista. Questa gioventù alimenta ora, sempre di più, tanto le nostre truppe quanto i ruoli direttivi nell'organizzazione. Tutti noi abbiamo visto gli inganni della classe politica messicana e la distruzione che le sue azioni provocano nella nostra patria. Ed abbiamo visto le grandi ingiustizie e carneficine che compie la globalizzazione neoliberista in tutto il mondo. Ma di questo parleremo in seguito.Così l'EZLN ha resistito a 12 anni di guerra, di attacchi militari, politici, ideologici ed economici, di accerchiamento, di vessazioni, di persecuzione, ma non ci hanno sconfitto, non ci siamo venduti né arresi, e siamo andati avanti. Molti altri compagni di molte parti sono entrati a far parte della lotta, cosicché, invece di indebolirci dopo tanti anni, siamo diventati più forti. Ci sono indubbiamente problemi che si possono risolvere separando di più la parte politico-militare dalla parte civile-democratica. Ma ci sono cose, le più importanti, come le nostre richieste per cui lottiamo, che non sono ancora state raggiunte completamente.Secondo il nostro pensiero e quello che sentiamo nel nostro cuore, siamo arrivati ad un punto in cui non possiamo più andare oltre, in aggiunta, è possibile che perdiamo tutto quello che abbiamo se restiamo dove siamo arrivati adesso e non facciamo nient'altro per avanzare. Quindi, è arrivata l'ora di rischiare un'altra volta e compiere un passo pericoloso ma che vale la pena. Perché, forse uniti con altri settori sociali che hanno i nostri stessi bisogni sarà possibile ottenere quello di cui necessitiamo e meritiamo. Un nuovo passo avanti nella lotta indigena è possibile solo se l'indigeno si unisce con operai, contadini, studenti, insegnanti, impiegati... cioè i lavoratori della città e della campagna.
III - COME VEDIAMO IL MONDO

Ora vi spieghiamo come noi zapatisti vediamo ciò che succede nel mondo. Dato che vediamo che il capitalismo è il più forte adesso. Il capitalismo è un sistema sociale, cioè il modo in cui in una società sono organizzate le cose e le persone, e chi ha e chi non ha, e chi comanda e chi obbedisce. Nel capitalismo ci sono alcuni che hanno denaro cioè capitale e fabbriche e negozi e terre e molte cose, e ci sono altri che non hanno niente ma hanno solo la loro forza e le loro conoscenze per lavorare; e nel capitalismo comandano quelli che hanno il denaro e le cose ed obbediscono quelli che non hanno altro che la loro capacità di lavoro.Dunque, il capitalismo vuol dire che ci sono pochi che hanno grandi ricchezze, ma non è che abbiano vinto un premio, o trovato un tesoro o ereditato da un parente, quelle ricchezze le ottengono sfruttando il lavoro di molti. Cioè questo capitalismo si basa sullo sfruttamento dei lavoratori, il che vuole dire che spremono i lavoratori e tirano fuori da loro tutto quello che possono per guadagnarci. E questo si fa con ingiustizia perché non pagano il giusto al lavoratore per il suo lavoro, ma gli danno un salario appena sufficiente per mangiare un po' e perché possa riposarsi un pochino ed il giorno seguente torni di nuovo a lavorare dove lo sfruttano che sia nelle campagne o in città.Ed anche il capitalismo si arricchisce con la spoliazione, cioè col furto, perché toglie ad altri quello che brama, per esempio terre e ricchezze naturali. Cioè il capitalismo è un sistema dove i ladri sono liberi e sono ammirati e portati ad esempio. Ed oltre a sfruttare e togliere, il capitalismo reprime perché imprigiona ed ammazza coloro che si ribellano contro l'ingiustizia.Al capitalismo quello che più interessa sono le merci, perché quando si comprano e si vendono danno guadagni. Ed allora il capitalismo trasforma tutto in merce, per lui sono merci le persone, la natura, la cultura, la storia, la coscienza. Secondo il capitalismo, tutto deve potersi comprare e vendere. E nasconde tutto dietro le merci affinché non vediamo lo sfruttamento che compie. Ed allora le merci si comprano e si vendono in un mercato. E risulta che il mercato, oltre a servire per comprare e vendere, serve anche per nascondere lo sfruttamento dei lavoratori. Per esempio, nel mercato vediamo il caffè già confezionato, nel suo sacchetto o nel barattolo proprio bello, ma non vediamo il contadino che ha sofferto nella raccolta del caffè e non vediamo il coyote che gli ha pagato pochissimo il suo lavoro e non vediamo i lavoratori nella grande impresa dai e dai ad impacchettare il caffè. Oppure, prendiamo un registratore per ascoltare musica tipo cumbia, ranchera o corrido o come volete, e vediamo che è molto buono perché ha buon suono, ma non vediamo l'operaia della maquiladora che ha tribolato molte ore per collegare i cavi e le parti dell'apparecchio e le hanno pagato una miseria di denaro, e lei che vive lontano dal posto di lavoro e spende molto per il trasporto e che corre inoltre il rischio che la sequestrino, la violentino e l'ammazzino come succede a Ciudad Juárez, in Messico.Sul mercato vediamo merci, ma non vediamo lo sfruttamento attraverso cui sono state fatte. Ed allora il capitalismo ha bisogno di molti mercati... o di un mercato molto grande, un mercato mondiale.Ed allora risulta che il capitalismo di adesso non è come quello di prima quando i ricchi erano contenti di sfruttare i lavoratori nei loro paesi, ora si trova in una fase che si chiama Globalizzazione Neoliberista. Questa globalizzazione vuol dire che oramai i lavoratori si dominano non solo in un paese o in diversi, i capitalisti oramai tentano di dominare tutto in tutto il mondo. E dato che il mondo, cioè il pianeta Terra, è detto anche "globo terracqueo", per questo motivo si dice "globalizzazione" cioè tutto il mondo.E si parla di neoliberismo dato che è l'idea che il capitalismo è libero di dominare tutto il mondo e non c’è nulla da fare, perché bisogna rassegnarsi ed accontentarsi e non fare chiasso, cioè non ribellarsi. Il neoliberismo è la teoria, il progetto della globalizzazione capitalista. Ed il neoliberismo ha i suoi piani economici, politici, militari e culturali. In tutti questi piani quello di cui si tratta è di dominare tutti, e colui che non obbedisce viene represso e messo da parte affinché non passi le sue idee di ribellione ad altri.Allora, nella globalizzazione neoliberista, i grandi capitalisti che vivono nei paesi potenti, come gli Stati Uniti, vogliono che tutto il mondo diventi come una grande impresa dove si producono merci e come un gran mercato. Un mercato mondiale, un mercato per comprare e vendere tutto quello che si produce nel mondo e per nascondere tutto lo sfruttamento di tutto il mondo. Allora i capitalisti globalizzati si inseriscono dappertutto, in tutti i paesi, per fare i loro grandi affari, ovvero, i loro grandi sfruttamenti. E non rispettano niente e si insediano a forza. Praticamente conquistano gli altri paesi. Per questo noi zapatisti diciamo che la globalizzazione neoliberista è una guerra di conquista di tutto il mondo, una guerra mondiale, una guerra che il capitalismo conduce per dominare a livello mondiale. Questa conquista a volte avviene con eserciti che invadono un paese e lo conquistano con la forza. Invece a volte avviene attraverso l'economia, cioè i grandi capitalisti mettono il loro denaro in un altro paese o gli prestano denaro, ma a condizione che obbedisca a quello che loro dicono. E introducono anche le loro idee, cioè la cultura capitalista che è la cultura della merce, del profitto, del mercato.Con la conquista, il capitalismo fa quello che vuole, cioè distrugge e cambia quello che non gli piace ed elimina quello che lo disturba. Per esempio lo disturbano quelli che non producono né comprano né vendono le merci della modernità, o quelli che si ribellano a questo ordine. E quelli che non gli servono, li disprezza. Per questo motivo gli indigeni disturbano la globalizzazione neoliberista e per questo li disprezzano e li vogliono eliminare. Il capitalismo neoliberista cancella anche le leggi che non gli permettono di sfruttare ed avere molti profitti. Per esempio si impone che tutto si possa comprare e vendere e dato che il capitalismo ha il denaro, allora compra tutto. Così il capitalismo distrugge i paesi che conquista con la globalizzazione neoliberista, ma poi vuole pure risistemare tutto o rifarlo di nuovo ma a modo suo, cioè in modo che gli dia benefici e senza nessuno che lo disturbi. Così, la globalizzazione neoliberista, cioè capitalista, distrugge quello che c’è in quei paesi, distrugge la loro cultura, la loro lingua, il loro sistema economico, il loro sistema politico e distrugge anche le forme di relazione in questi paesi. Cioè, distrugge tutto quello che fa sì che un paese sia un paese.Quindi, la globalizzazione neoliberista vuole distruggere le Nazioni del mondo e vuole che rimanga una sola Nazione o paese, cioè il paese del denaro, del capitale. Ed il capitalismo vuole allora che tutto sia come lui vuole, cioè a modo suo, e ciò che è diverso perché non gli piace, lo perseguita e l'attacca o lo mette da parte in un angolo e fa come se non esistesse.Per riassumere, il capitalismo della globalizzazione neoliberista si basa sullo sfruttamento, sulla spoliazione, sul disprezzo e sulla repressione di quelli che non lo accettano. Ovvero, uguale a prima, ma ora globalizzato, mondiale.Ma non è tanto facile per la globalizzazione neoliberista, perché gli sfruttati di ogni paese non si accontentano e non dicono che non c’è più nulla da fare, ma si ribellano; e quelli che protestano e disturbano, resistono e non si lasciano eliminare. Ed allora vediamo che in tutto il mondo quelli che sono fregati fanno resistenze per non arrendersi, cioè si ribellano, e non solo in un paese ma in tutti i posti in cui si trovano numerosi, cioè: dove c'è una globalizzazione neoliberista, c’è anche una globalizzazione della ribellione.Ed in questa globalizzazione della ribellione non ci sono solo i lavoratori delle campagne e delle città, ma ci sono anche altri ed altre che sono perseguitati e disprezzati per lo stesso motivo, perché non si lasciano dominare, come le donne, i giovani, gli indigeni, gli omosessuali, le lesbiche, i transessuali, gli emigranti e molti altri gruppi presenti in tutto il mondo ma che non vediamo finché non gridano ora basta al disprezzo e si sollevano e allora sì li vediamo e li sentiamo e li conosciamo.Ed allora noi vediamo che tutti questi gruppi di persone stanno lottando contro il neoliberismo, cioè contro il piano della globalizzazione capitalista e stanno lottando per l’umanità.Ci stupisce molto vedere la stupidità dei neoliberisti che vogliono distruggere tutta l'umanità con le loro guerre ed i loro sfruttamenti, ma ci suscita anche grande contentezza vedere che dovunque nascono resistenze e ribellioni, come la nostra che è un po' piccola ma siamo qui. E vediamo tutto questo in tutto mondo ed il nostro cuore sa che non siamo soli.
IV. - COME VEDIAMO IL NOSTRO PAESE CHE È IL MESSICO

Ora vi parliamo di come vediamo quello che sta succedendo nel nostro Messico. Bene, perché quello che vediamo è che il nostro paese è governato dai neoliberisti. Ossia che, come già abbiamo spiegato, i governanti che abbiamo stanno distruggendo la nostra Nazione, la nostra Patria messicana. Il loro lavoro, di questi cattivi governanti, non è agire per il benessere del popolo, ma solo occuparsi del benessere dei capitalisti. Per esempio, fanno leggi come quelle del Trattato di Libero Commercio, che gettano nella miseria molti messicani, tanto i contadini come i piccoli produttori, che vengono “divorati” dalle grandi imprese agroindustriali; così come gli operai ed i piccoli impresari perché non possono competere con le grandi transnazionali che si installano senza che nessuno dica loro niente e con tante grazie, e applicano bassi salari e prezzi alti. Così, come si dice, alcune delle basi economiche del nostro Messico, che erano la campagna e l'industria ed il commercio nazionali, sono distrutte e ne restano solo pochi rottami che di sicuro saranno venduti.E queste sono delle grandi disgrazie per la nostra Patria. Perché nella campagna oramai non si producono alimenti, ma solo quello che vendono i grandi capitalisti e le terre buone sono rubate con la complicità e con l'appoggio dei politici. Nelle campagne sta succedendo lo stesso come ai tempi del Porfirismo, solo che, invece dei latifondisti, ora sono alcune imprese straniere quelle che fregano per bene il contadino. E dove prima c’erano crediti e prezzi protetti, adesso ci sono solo elemosine, .. e a volte neanche queste.Per il lavoratore della città, invece, le fabbriche chiudono e si resta senza lavoro, o si aprono quelle che si chiamano maquiladoras che sono di proprietà degli stranieri e che pagano una miseria per molte ore di lavoro. Quindi, non importa il prezzo dei prodotti di cui ha bisogno il popolo perché, che sia caro o a buon mercato, non c'è stipendio. E se qualcuno lavorava in una piccola o media impresa, adesso non lavora più, perché è chiusa e l’ha comprata una grande transnazionale. E se qualcuno aveva un piccolo commercio, è sparito pure questo oppure si è messo a lavorare clandestinamente per le grandi imprese che sfruttano all’inverosimile e fanno lavorare perfino i bambini e le bambine. E se prima il lavoratore si rivolgeva al suo sindacato per chiedere legalmente i suoi diritti, adesso non più, perché lo stesso sindacato gli dice che deve accettare che gli abbassino il salario o la giornata di lavoro o che gli tolgano i servizi, perché se no l'impresa chiude e se ne va in un altro paese. E poi c’è quella cosa del “microcommercio”, quasi il programma economico del governo perché tutti i lavoratori della città si mettano a vendere gomme da masticare o schede telefoniche agli angoli delle strade. E la pura distruzione economica anche nelle città.Quello che accade è che l'economia del paese è compromessa tanto in campagna come in città, perché molti messicani e messicane devono lasciare la loro Patria, la terra messicana, ed andare a cercarsi il lavoro in un altro paese, gli Stati Uniti, e lì non li trattano bene ma li sfruttano, li perseguitano, li disprezzano e perfino li ammazzano. Allora nel neoliberismo che c'impongono i malgoverni non è migliorata l'economia, al contrario, la campagna è piena di necessità e nelle città non c'è lavoro. Il Messico sta diventando un paese dove prima nascono e vivono, e poi muoiono, quelli che lavorano per la ricchezza degli stranieri, in particolare dei gringos ricchi. Per questo diciamo che il Messico è dominato dagli Stati Uniti.Bene, ma non succede solo questo, perché il neoliberismo ha cambiato anche la classe politica del Messico, cioè i politici, perché li ha fatti diventare come dei commessi di bottega che devono fare tutto il possibile per vendere tutto e a buon mercato. Avete visto che hanno già cambiato le leggi per cancellare l'articolo 27 della Costituzione per vendere le terre ejidali e comunali. Quello fu Salinas de Gortari, e lui e le sue bande dissero che era per il bene della campagna e del contadino che così prosperava e viveva meglio. Ma è stato così? La campagna messicana sta peggio che mai ed i contadini sono più a terra che ai tempi di Porfirio Díaz. Ed hanno detto anche che privatizzeranno, cioè che venderanno agli stranieri le imprese dello Stato che servivano al benessere del popolo. Dato che non funzionano bene e si devono modernizzare, è meglio venderle. Ma, invece di migliorare, i diritti sociali conquistati nella rivoluzione del 1910 ora fanno pena... e rabbia. Ed hanno detto pure che bisogna aprire le frontiere per far entrare tutto il capitale straniero, che così si incoraggeranno gli impresari messicani a fare meglio le cose. Ma ora vediamo che non ci sono neanche più imprese nazionali, se le sono mangiate tutte gli stranieri, e quello che vendono è peggio di ciò che si faceva in Messico.I politici messicani adesso vogliono vendere anche la PEMEX, il petrolio dei messicani, e l'unica differenza è che alcuni dicono che si vende tutto ed altri dicono che se ne vende solo una parte. E vogliono anche privatizzare la previdenza sociale e l'elettricità e l'acqua ed i boschi e tutto, fino a che non rimarrà più niente del Messico ed il nostro paese sarà solo un terreno vuoto o un parco divertimenti dei ricchi di tutto il mondo e noi messicani e messicane saremo i loro domestici, attenti a servirli, vivendo male, senza radici, senza cultura, senza Patria insomma.I neoliberisti vogliono uccidere il Messico, la nostra patria messicana. Ed i partiti politici elettorali non solo non difendono, ma sono i primi di tutti a mettersi al servizio degli stranieri, principalmente degli Stati Uniti, e sono incaricati di ingannarci, di farci guardare dall’altra parte mentre loro vendono tutto e si prendono i profitti. Tutti i partiti politici elettorali che ci sono adesso, non solo alcuni. Pensate se hanno fatto qualcosa di buono e vedrete che sono solo furti ed inganni. I politici hanno sempre le loro belle case e le loro belle automobili ed i loro lussi. E poi vogliono anche che li ringraziamo e che votiamo un'altra volta per loro. Veramente, come si dice, non hanno il minimo di decenza. E non l’hanno perché davvero non hanno Patria, hanno solo conti in banca.E vediamo anche crescere il narcotraffico ed i crimini. A volte pensiamo che i criminali sono come quelli rappresentati nelle ballate o nei film, e forse alcuni sono così, ma non lo sono i capi. I capi sono ben vestiti, hanno studiato all'estero, sono eleganti, non si nascondono ma mangiano nei migliori ristoranti ed appaiono sui giornali belli e ben vestiti alle loro feste, cioè, come si dice, sono “gente per bene” ed alcuni sono perfino governanti, deputati, senatori, segretari di stato, prosperi impresari, capi di polizia, generali.Stiamo dicendo che la politica non serve? No, quello che vogliamo dire è che QUELLA politica non serve. E non serve perché non tiene conto del popolo, non lo ascolta, non gli fa caso, gli si avvicina solo quando ci sono le elezioni e non vogliono neanche più i voti, gli bastano ormai le inchieste per stabilire chi vincerà. E promettono che faranno questo e quest’altro, ma poi, non li vedi più salvo che non esca la notizia che si sono rubati il denaro ma non ne subiranno le conseguenze perché la legge, che loro stessi politici hanno fatto, li protegge.Questo è un altro problema, la Costituzione è stata oramai tutta rimaneggiata e cambiata. Non è più quella che conteneva i diritti e le libertà del popolo lavoratore, ora ci sono i diritti e le libertà dei neoliberisti per i loro grandi profitti. Ed i giudici sono lì per servire questi neoliberisti, perché si esprimono sempre a loro favore, mentre a quelli che non sono ricchi toccano le ingiustizie, le prigioni, i cimiteri.Anche in tutto questo disordine che stanno facendo i neoliberisti, ci sono messicani e messicane che si organizzano e fanno lotte di resistenza.E così sappiamo che ci sono indigeni, che vivono in terre lontane dal Chiapas, che costruiscono la loro autonomia e difendono la loro cultura e curano la terra, i boschi, l'acqua.E ci sono lavoratori della campagna, contadini, che si organizzano e fanno le loro marce e mobilitazioni per esigere crediti ed appoggi per l’agricoltura.E ci sono lavoratori della città che non permettono che tolgano loro i diritti o che privatizzino il loro lavoro, ma protestano e manifestano affinché non tolgano loro quel poco che hanno ed affinché non tolgano al paese quello che è suo, come l'elettricità, il petrolio, la previdenza sociale, l'educazione.E ci sono studenti che non permettono che si privatizzi l'educazione e lottano perché sia gratuita e popolare e scientifica, cioè che non si debba pagare perché tutte le persone possano imparare, e perché nelle scuole non s’insegnino cavolate.E ci sono donne che non permettono che le trattino come oggetti o che le umilino e disprezzino solo perché sono donne, ma si organizzano e lottano per il rispetto che meritano come donne.E ci sono giovani che non accettano di essere abbrutiti dalle droghe o che sono perseguitati per il loro modo di essere, ma diventano coscienti con la loro musica e la loro cultura, insomma con la loro ribellione.E ci sono omosessuali, lesbiche, transessuali e molti modi, che non accettano che si burlino di loro, che li disprezzino, li maltrattino e perfino li ammazzino perché hanno un altro modo che è diverso e li trattano da anormali o delinquenti, e quindi si organizzano per difendere il loro diritto alla diversità.E ci sono sacerdoti e suore e quelli che si chiamano secolari, che non stanno con i ricchi né con i rassegnati alla preghiera, ma si organizzano per accompagnare le lotte del paese.E ci sono quelli che si chiamano attivisti sociali che sono uomini e donne che hanno passato tutta la loro vita a lottare per il popolo sfruttato e sono gli stessi che hanno partecipato ai grandi scioperi ed alle azioni operaie, alle grandi mobilitazioni cittadine, nei grandi movimenti contadini e che hanno subito le grandi repressioni, e tutti, anche se alcuni hanno già una certa età, proseguono senza arrendersi e vanno da una parte all’altra cercando la lotta, cercando l'organizzazione, cercando la giustizia, e si fanno organizzazioni di sinistra, organizzazioni non governative, organizzazioni dei diritti umani, organizzazioni di difesa dei prigionieri politici e di verità sui desaparecidos, pubblicazioni di sinistra, organizzazioni di insegnanti o di studenti, cioè lotta sociale e perfino organizzazioni politico-militari, e semplicemente non se ne stanno tranquilli e sanno molto perché hanno visto molto e sentito e vissuto e lottato.E così, in generale, noi vediamo che nel nostro paese che si chiama Messico, c'è molta gente che non lascia perdere, che non si arrende, che non si vende. Cioè che è degna. E questo ci dà molta gioia ed allegria perché con tutta questa gente i neoliberisti non vinceranno tanto facilmente e forse si riuscirà a salvare la nostra Patria dai grandi furti e dalle distruzioni che compiono. E pensiamo che forse il nostro "noi" potrebbe includere tutte queste ribellioni...
V - QUELLO CHE VOGLIAMO FARE

Bene, ora vi diremo quello che vogliamo fare nel mondo e in Messico, perché non possiamo guardare tutto quello che succede sul nostro pianeta e restare in silenzio, come se ci fossimo solo noi.Al mondo, a tutti quelli che resistono e lottano con i loro metodi e nei loro paesi, vogliamo dire che non siete soli, che noi zapatisti, benché siamo molto piccoli, vi appoggiamo e studieremo il modo di aiutarvi nelle vostre lotte e di parlare con voi per imparare, perché in effetti, quello che abbiamo imparato è stato imparare.E vogliamo dire ai popoli latinoamericani, che è per noi un orgoglio essere una parte di voi, benché piccola. È bello ricordarci quando anni fa il continente si illuminava ed una luce si chiamava Che Guevara, come prima si chiamò Bolivar, perché a volte i popoli prendono un nome per dire che prendono una bandiera.E vogliamo dire al popolo di Cuba che da molti anni ormai resiste sul suo cammino, che non è solo e che non siamo d'accordo con il blocco imposto loro, e che vedremo il sistema di mandargli qualcosa, anche solo del mais, per la sua resistenza. E vogliamo dire al popolo nordamericano che noi non ci confondiamo e sappiamo che una cosa sono i malgoverni che hanno e che passano il tempo a nuocere a tutto il mondo, ed un'altra molto diversa sono i nordamericani che lottano nel loro paese e solidarizzano con le lotte di altri popoli. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle Mapuche, in Cile, che guardiamo ed impariamo dalle loro lotte. Ed ai venezuelani che osserviamo bene come difendono la loro sovranità ovvero il diritto della loro Nazione a decidere dove andare. Ai fratelli e sorelle indigeni di Ecuador e Bolivia diciamo che stanno dando una buona lezione di storia a tutta l'America Latina perché ora sì che stanno mettendo un freno alla globalizzazione neoliberista. Ed ai"piqueteros" ed ai giovani dell'Argentina vogliamo dire questo, che gli vogliamo bene. E a quelli che in Uruguay vogliono un paese migliore, che li ammiriamo. E a quelli che in Brasile sono senza terra, che li rispettiamo. E a tutti i giovani dell'America Latina che è bene quello che stanno facendo e che ci dà una grande speranza.E vogliamo dire ai fratelli ed alle sorelle dell'Europa Sociale, cioè quella degna e ribelle, che non sono soli. Che ci rallegrano molto i loro grandi movimenti contro le guerre neoliberiste. Che guardiamo con attenzione le loro forme di organizzazione ed i loro metodi di lotta perché forse qualcosa impariamo. Che stiamo studiando la maniera di appoggiarli nelle loro lotte e che non manderemo euro perché poi si svalutino per le baruffe nell'Unione Europea, ma forse potremo mandare artigianato e caffè perché lo commercializzino e serva d'aiuto per le loro attività di lotta. E forse manderemo anche pozol che dà molta forza nella resistenza, ma chissà se lo manderemo, perché il pozol è proprio del nostro modo e potrebbe far male alla pancia e se si indeboliscono le loro lotte i neoliberisti li sconfiggono.E vogliamo dire a fratelli e sorelle di Africa, Asia ed Oceania, che sappiamo che anche lì stanno lottando e che vogliamo conoscere di più le loro idee e le loro pratiche.E vogliamo dire al mondo che lo vogliamo fare grande, tanto grande da far stare tutti i mondi che resistono perché li vogliono distruggere i neoliberisti e perché non si lascino andare ma lottino per l'umanità.Bene, in Messico quello che vogliamo fare è un accordo con persone e organizzazioni di sinistra, perché pensiamo che è nella sinistra politica che c'è l'idea di resistere contro la globalizzazione neoliberista, e fare un paese dove ci sia, per tutti, giustizia, democrazia e libertà. Non come adesso, che c'è giustizia solo per i ricchi, c'è libertà solo per i loro grandi affari e c'è democrazia solo per dipingere i muri con la propaganda elettorale. Perché noi pensiamo che solo dalla sinistra può uscire un progetto di lotta affinché la nostra Patria, il Messico, non muoia.Dunque, quello che pensiamo è che con queste persone ed organizzazioni di sinistra, vogliamo fare un progetto per andare in tutte le parti del Messico dove c'è gente umile e semplice come noi.Non è che diremo che cosa dovete fare e non vi daremo ordini.Non vi chiederemo neppure di votare per un candidato, tanto sappiamo che quelli che ci sono, sono neoliberisti.Non vi diremo neppure di fare come noi, né che vi solleviate in armi.Quello che faremo sarà domandarvi com'è la vostra vita, la vostra lotta, il vostro pensiero su come sta il nostro paese e come faremo perché non ci sconfiggano.Quello che faremo sarà conoscere il pensiero delle persone semplici ed umili e forse troveremo in loro lo stesso amore che proviamo noi per la nostra patria.E forse troveremo un accordo tra noi che siamo semplici ed umili e, insieme, ci organizzeremo in tutto il paese e metteremo d'accordo le nostre lotte che adesso sono sole, separate le une dalle altre, e troveremo qualcosa come un programma che contenga quello che vogliamo tutti ed un piano per riuscire a far sì che questo programma, che si chiama "programma nazionale di lotta", si relizzi.Allora, secondo l'accordo della maggioranza di queste persone che ascolteremo, faremo una lotta con tutti, con indigeni, operai, contadini, studenti, maestri, impiegati, donne, bambini, anziani, uomini e con tutti quelli che hanno un buon cuore e la voglia di lottare, affinché non si porti a termine la distruzione e la vendita della nostra patria, che si chiama "Messico" e che giace tra il río Bravo ed il río Suchiate, e da un lato ha l'oceano pacifico e dall'altro l'oceano atlantico.
VI - COME LO FAREMO

Quindi, questa è la nostra semplice parola rivolta alle persone umili e semplici del Messico e del mondo, e questa nostra attuale parola si chiama:

Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona.Siamo qui per dire, con la nostra semplice parola, che...L'EZLN mantiene il suo impegno di cessate il fuoco offensivo e non realizzerà alcun attacco contro forze governative né movimenti militari offensivi.L'EZLN mantiene ancora il suo impegno di insistere nella via della lotta politica con questa iniziativa pacifica che ora facciamo. Pertanto, l'EZLN proseguirà nel suo intendimento di non avere nessun tipo di relazione segreta con organizzazioni politico-militari nazionali o di altri paesi.L'EZLN riconferma il suo impegno di difendere, appoggiare ed obbedire alle comunità indigene zapatiste che lo compongono e che sono il suo comando supremo, e, senza interferire nei loro processi democratici interni e nella misura delle sue possibilità, di contribuire al rafforzamento della loro autonomia, del buon governo e di migliorare le loro condizioni di vita. Ovvero, quello che faremo in Messico e nel mondo, lo faremo senza armi, con un movimento civile e pacifico, e senza trascurare né smettere di appoggiare le nostre comunità.Pertanto...Nel mondo...1 - Stringeremo più rapporti di mutuo rispetto ed appoggio con persone ed organizzazioni che resistono e lottano contro il neoliberismo e per l'umanità.2 - Nella misura delle nostre possibilità manderemo aiuti materiali, come alimentari ed artigianato, ai fratelli ed alle sorelle che lottano in tutto il mondo.Per cominciare, chiederemo in prestito alla Giunta di Buon Governo di La Realidad, il Camion che si chiama "Chompiras" che porta circa 8 tonnellate, e lo riempiremo di mais e forse di due serbatoi da 200 litri l'uno di benzina o petrolio, a seconda della loro preferenza, e li consegneremo all'ambasciata di Cuba in Messico perché li mandi al suo popolo cubano come sostegno degli zapatisti alla sua resistenza contro il blocco nordamericano. O forse c'è un posto più vicino per fare la consegna perché è piuttosto distante fino a Città del Messico e se il "Chompiras" si rompe facciamo brutta figura. E questo al momento del raccolto perché adesso è ancora verde il campo di mais , e se non ci attaccano, perché se lo mandassimo in questi mesi ci sarebbero solo delle pannocchie piccole piccole e con queste non vengono bene neanche i tamales, meglio in novembre o in dicembre.E faremo anche accordi con le cooperative di donne artigiane per mandare un bel po' di tessuti ricamati alle Europe che forse non saranno più Unione, e forse manderemo anche caffé organico delle cooperative zapatiste, affinché lo vendiate e ne ricaviate un po' di soldi per la vostra lotta. E se non si vende lo potete sempre usare per farvi un buon caffé mentre parlate della lotta antineoliberista, e se fa un po' freddo potete vestirvi con i tessuti ricamati zapatisti che resistono bene perfino ai lavaggi a mano sulla pietra e, inoltre, non stingono.Anche ai fratelli e sorelle indigene di Bolivia ed Ecuador manderemo un po' di mais non transgenico, solo che non sappiamo proprio dove consegnarlo perché arrivi a destinazione, ma siamo disposti a dare questo piccolo aiuto.3 - E a tutti quelli e quelle che resistono in tutto il mondo diciamo che bisogna fare altri incontri intercontinentali, almeno un altro. Magari a dicembre di quest'anno o gennaio del prossimo, bisogna pensarci. Non vogliamo dire noi quando, perché si tratta di concordare alla pari su tutto, su dove, quando, come, chi. Ma che non sia dal pulpito, dove pochi parlano e tutti gli altri ascoltano, senza altari, alla pari dove tutti parlano, ma in ordine perché altrimenti è solo chiasso e non si capisce la parola, e con una buona organizzazione tutti ascoltano, e appuntano nei loro quaderni le parole di resistenza di altri affinché poi ognuno ne parli con i suoi compagni e le sue compagne nei suoi mondi. Noi pensiamo che si debba tenere in un luogo dove ci sia una prigione molto grande, nel caso ci reprimano e ci arrestino, e per non stare tutti ammucchiati ma carcerati però, questo sì, ben organizzati, e lì in prigione potremo proseguire l'incontro intercontinentale per l'umanità e contro il neoliberismo. Quindi, poi vi diremo come possiamo fare per metterci d'accordo su come ci metteremo d'accordo. Bene, così è come pensiamo di fare quello che vogliamo fare nel mondo. Ora segue...In Messico...

1 - Continueremo a lottare per i popoli indios del Messico, però non più solo per loro né solo con loro, ma per tutti gli sfruttati e diseredati del Messico, con tutti loro e in tutto il paese. E quando diciamo tutti gli sfruttati del Messico, stiamo parlando anche dei fratelli e delle sorelle che hanno dovuto andare negli Stati Uniti a cercare lavoro per sopravvivere.

2 - Andremo ad ascoltare e parlare direttamente, senza intermediari né mediazioni, con le persone semplici ed umili del popolo messicano e, secondo quanto ascolteremo ed impareremo, costruiremo insieme a queste persone che, come noi, sono umili e semplici, un programma nazionale di lotta, però un programma che sia chiaramente di sinistra cioè anticapitalista e antineoliberista, cioè per la giustizia, la democrazia e la libertà per il popolo messicano.

3 - Cercheremo di costruire o di ricostruire un'altro modo di fare politica, che ancora una volta abbia lo spirito di servire gli altri, senza interessi materiali, con sacrificio, con dedizione e con onestà, che rispetti la parola data ed il cui l'unico compenso sia la soddisfazione per ildovere compiuto, cioè come facevano una volta i militanti di sinistra che non venivano fermati né dalle botte, né dalla prigione o dalla morte, né tanto meno dai dollari.

4 - Inoltre, promuoveremo una lotta per chiedere una nuova Costituzione, cioè nuove leggi che prendano in considerazione le richieste del popolo messicano che sono: tetto, terra, lavoro, cibo, salute, educazione, informazione, cultura, indipendenza, democrazia, giustizia, libertà e pace. Una nuova Costituzione che riconosca i diritti e le libertà del popolo, e difenda il debole di fronte al potente.

PER QUESTO....L'EZLN invierà una delegazione della sua dirigenza per svolgere questo lavoro in tutto il territorio nazionale e a tempo indefinito. Questa delegazione zapatista, insieme alle organizzazioni e persone di sinistra che aderiranno a questa Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, si recherà nei luoghi dove sarà espressamente invitata.Inoltre, comunichiamo che l'EZLN stabilirà una politica di alleanze con organizzazioni e movimenti non elettorali che si definiscano, in teoria e in pratica, di sinistra, alle seguenti condizioni:Non fare accordi dall'alto per imporli in basso, ma fare accordi per andare insieme ad ascoltare ed a organizzare l'indignazione; non creare movimenti che siano poi negoziati alle spalle di coloro che li fanno, ma tenere sempre in considerazione l'opinione di quelli che partecipano; non cercare regali, posizioni, vantaggi, impieghi pubblici, di Potere o di chi aspira al potere, ma andare molto più lontano delle scadenze elettorali; non tentare di risolvere dall'alto i problemi della nostra Nazione, ma costruire DAL BASSO E CON IL BASSO un'alternativa alla distruzione neoliberista, un'alternativa di sinistra per il Messico.Sì al rispetto reciproco dell'autonomia e indipendenza delle organizzazioni, delle loro forme di lotta, del loro metodo di organizzazione, dei loro processi interni di presa delle decisioni, delle loro rappresentanze legittime, delle loro aspirazioni ed istanze; e sì ad un impegno chiaro di difesa congiunta e coordinata della sovranità nazionale, con l'opposizione intransigente ai tentativi di privatizzazione dell'energia elettrica, del petrolio, dell'acqua e delle risorse naturali.Quindi invitiamo le organizzazioni politiche e sociali di sinistra non registrate, le persone che rivendicano di essere di sinistra che non appartengono ai partiti politici elettorali, a riunirci nei tempi, luoghi e modi che proporremo, per organizzare una campagna nazionale, visitando tutti gli angoli possibili della nostra patria, per ascoltare ed organizzare la parola del nostro popolo. Quindi, è come una campagna, ma molto diversa perché non è elettorale.Fratelli e sorelle:Questa è la nostra parola con cui dichiariamo:Nel mondo ci affratelleremo sempre di più con le lotte di resistenza contro il neoliberismo e per l'umanità.Appoggeremo, anche se poco, queste lotte.Con mutuo rispetto, scambieremo esperienze, storie, idee, sogni.In Messico, percorreremo tutto il paese, le rovine disseminate dalla guerra neoliberista e le resistenze che, trincerate, in lui fioriscono.Cercheremo, e troveremo, qualcuno che ami questi suoli e questi cieli tanto quanto noi.Cercheremo, da La Realidad fino a Tijuana, chi vorrà organizzarsi, lottare, costruire forse l'ultima speranza che questa Nazione, che esiste almeno dal giorno in cui un'aquila si posò su un fico d'india per divorare un serpente, non muoia.Lotteremo per democrazia, libertà e giustizia per coloro a cui sono negate.Lotteremo per un'altra politica, per un programma di sinistra e per una nuova costituzione.Invitiamo indigeni, operai, contadini, maestri, studenti, casalinghe, cittadini, piccoli proprietari, piccoli commercianti, micro impresari, pensionati, handicappati, religiosi e religiose, scienziati, artisti, intellettuali, giovani, donne, anziani, omosessuali e lesbiche, bambini e bambine, a partecipare, in maniera individuale o collettiva, direttamente con gli zapatisti a questa CAMPAGNA NAZIONALE per la costruzione di un'altro modo di fare politica, di un programma di lotta nazionale e di sinistra, e per una nuova Costituzione.Questa è la nostra parola su quello che faremo e su come lo faremo. Vedete voi se volete farne parte.Diciamo agli uomini e alle donne che hanno buoni pensieri nel loro cuore, che sono d'accordo con questa parola che abbiamo pronunciato, che non hanno paura, o se hanno paura di controllarla, che dicano pubblicamente se sono d'accordo con quest'idea che stiamo presentando, così vedremo con chi e come e dove e quando si potrà fare questo nuovo passo nella lotta.E mentre ci pensate, vi diciamo che, oggi, nel sesto mese dell'anno 2005, noi uomini, donne, bambini ed anziani dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale abbiamo già deciso e sottoscritto questa Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, e firmato quelli che sanno scrivere e quelli che non lo sanno hanno messo la loro impronta, ma sono ormai pochi quelli che non sanno scrivere perché l'educazione è ormai sviluppata qui, in questo territorio in ribellione per l'umanità e contro il neoliberismo, cioè in cielo e terra zapatisti.E questa è la nostra semplice parola rivolta ai cuori nobili della gente semplice ed umile che resiste e si ribella contro le ingiustizie in tutto il mondo.

Dalle montagne del Sudest MessicanoComitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale Messico, nel sesto mese, cioè giugno, dell'anno 2005